Celebriamo il Centenario della fondazione del primo PCI consolidando e rafforzando il nuovo PCI e facendo avanzare la rivoluzione che farà dell’Italia un nuovo paese socialista!

20 Gen
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Comunicato CC 2/2021 – 21 gennaio 2021

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Nel Centenario della fondazione del primo PCI – gli insegnamenti della sua esperienza applicati dal nuovo PCI

Celebriamo il Centenario della fondazione del primo PCI consolidando e rafforzando il nuovo PCI e facendo avanzare la rivoluzione che farà dell’Italia un nuovo paese socialista!

Cento anni fa, il 21 gennaio 1921, in Italia su impulso dell’Internazionale Comunista venne costituito il primo Partito Comunista Italiano. Per settant’anni esso fu un protagonista della vita politica e sociale del nostro paese: tanto grande era il suo ruolo tra le masse popolari che anche la classe dominante non poteva prescindere da esso. Formalmente si sciolse nel Congresso di Rimini iniziato il 31 gennaio 1991 che diede vita al PRC e al PDS (Partito Democratico della Sinistra). Tuttavia la svolta che lo trasformò da capofila di un potere antagonista al potere della borghesia imperialista in una componente imprescindibile della Repubblica Pontificia ebbe i suoi prodromi nella linea adottata nel 1944 dal PCI guidato da Palmiro Togliatti (la “svolta di Salerno”); si sviluppò alla fine degli anni ’40 (dopo la vittoria della Resistenza il 25 aprile 1945 e l’inizio della ricostruzione; venne ufficialmente consacrata dal suo VIII Congresso (dicembre 1956) successivo alla svolta imboccata dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) con il suo XX Congresso (febbraio 1956). Tanto decisivo era stato il ruolo dell’Unione Sovietica di Lenin e di Stalin nel fare del movimento fondato nel 1848 da Marx ed Engels con la pubblicazione del Manifesto del partito comunista il primo movimento mondiale nella storia dell’umanità (con la prima ondata della rivoluzione proletaria 1917-1976), che gran parte del movimento comunista internazionale si adeguò alla corrente dei revisionisti moderni che aveva preso il sopravvento nel PCUS. Neanche la lotta condotta dal Partito del Lavoro d’Albania (capeggiato da Enver Hoxha) e con ben altra abbondanza di mezzi e profondità di teoria dal PCC (capeggiato da Mao Tse-tung) riuscì a distogliere il movimento comunista internazionale dal rovinoso corso imboccato dal PCUS.

Sono molte e svariate le iniziative che riuniranno membri e simpatizzanti di partiti e organismi che si dichiarano comunisti per rivendicare con orgoglio il centesimo anniversario dalla fondazione del primo PCI, per celebrare le sue pagine eroiche e le conquiste realizzate dagli operai e dal resto delle masse popolari sotto la sua direzione, per denunciare i responsabili della sua deriva e poi del suo scioglimento, per discutere e ragionare sulle cause del suo fallimento nel fare dell’Italia un paese socialista e sui compiti attuali dei comunisti. Queste iniziative dimostrano in positivo che nel nostro paese, nonostante l’esaurimento della prima ondata delle rivoluzioni proletarie (1917-1976) e il declino del vecchio movimento comunista cosciente e organizzato, ci sono migliaia di uomini e donne, giovani, operai, altri lavoratori, pensionati che aspirano a organizzarsi in partito e a far rinascere il movimento comunista. Ci sono migliaia di compagni che aspirano a riprendere in mano la bandiera della lotta per l’Italia socialista issata da Antonio Gramsci, ammainata dai revisionisti moderni Togliatti e Longo, gettata nel fango da Berlinguer e dalla leva di esponenti della sinistra borghese (gli Occhetto, Veltroni, D’Alema, ecc.) che nel 1991 decise lo scioglimento del primo PCI.

Per realizzare queste aspirazioni, esortiamo a promuovere iniziative sul Centenario del primo PCI nel corso di tutto il 2021 e a farne altrettante occasioni

per ricavare dall’esperienza insegnamenti per l’oggi, quindi a legare il passato al presente e non limitarsi all’esaltazione o alla narrazione degli avvenimenti dei quali il primo PCI fu promotore;

per sviluppare tra i comunisti del nostro paese il confronto franco e aperto sul bilancio della prima ondata rivoluzionaria mondiale (sulle ragioni della nostra sconfitta), sull’analisi della fase e sulla strategia dei comunisti;

per condurre la lotta contro quelle tare del movimento comunista dei paesi imperialisti già messe in luce da Lenin , da Stalin e più recentemente da Mao (Ancora sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi) (in particolare l’elettoralismo e l’economicismo) e contro l’attendismo in cui oggi quelle tare si traducono.

Il confronto serio e chiaro su questi temi e la lotta contro queste tare faranno avanzare sia l’unità dei comunisti da tanti invocata, sia l’azione del movimento comunista per dirigere gli operai e le altre classi delle masse popolari a prendere in mano la proprietà dei mezzi di produzione, ad abolire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e a emanciparsi così dall’oppressione politica e dall’arretratezza culturale.

A questo proposito, dalle iniziative in corso emergono due tendenze che ostacolano lo sviluppo di un bilancio dell’esperienza del primo PCI che sia foriero di lezioni su cosa fare oggi.

La prima tendenza accomuna quei nostalgici e ammiratori del primo PCI che sostengono che il PCI non ha instaurato il socialismo perché la borghesia ha saputo cambiare il sistema di relazioni sociali di cui è alla testa e il PCI di Togliatti e di Berlinguer si è trovato con un mondo diverso da quello contro cui stava lottando. “La crisi e l’ingloriosa fine del PCI sono dipese da trasformazioni storiche epocali del modo di produzione capitalistico. Mancarono allora e mancano oggi risposte intellettuali e pratiche all’altezza delle sfide da affrontare”, proclama ad esempio Roberto Fineschi dalle pagine del n. 317 (8 gennaio 2021) di La Città Futura. In sintesi, la borghesia avrebbe via via sviluppato il suo sistema di relazioni sociali e il PCI, che prima sarebbe stato all’altezza del suo compito anche se non aveva instaurato il socialismo, non sarebbe più riuscito a tenerle dietro. Più sinteticamente ancora: il PCI non ha instaurato il socialismo in Italia a causa della forza della borghesia. Una tesi che condanna all’inazione oggi, nel presente, dal momento che ogni compagno che la fa propria finirà con il concludere che se in Italia la borghesia è stata più forte dei comunisti ieri (quando il movimento comunista era una potenza mondiale), oggi che il movimento comunista è molto debole non c’è speranza alcuna e non resta che tirare i remi in barca.

La seconda tendenza accomuna quei nostalgici e ammiratori del primo PCI che individuano nella corruzione del suo gruppo dirigente la causa principale della deriva del partito. Un esponente di questa tendenza è Alberto Lombardo (responsabile formazione del PC di cui è segretario Marco Rizzo). Nell’articolo Un dramma in tre atti. Dalla svolta di Salerno alla via italiana al socialismo pubblicato su Cumpanis (dicembre 2020), dopo una sistematica disamina del ruolo negativo svolto da Togliatti e dalla destra del PCI tra la svolta di Salerno del 1944 e l’VIII Congresso del 1956, Lombardo conclude esaltando le posizioni di Pietro Secchia, esponente della sinistra del PCI, senza indicare (e neanche domandarsi) perché questa non riuscì a impedire il sopravvento di Togliatti e della destra nella direzione del partito. Un altro esponente è Michele Franco (Rete dei Comunisti). Nell’allegato all’articolo A 100 anni da Livorno ’21: problemi e potenzialità per una rinnovata opzione comunista agente Franco denuncia la corruzione intellettuale e l’abbandono del marxismo da parte del vecchio movimento comunista, parlando dell’ “oblio e la mistificazione di un pensiero forte che, lungi dall’essere fuori dal tempo, funziona ancora oggi, e cioè il marxismo”, ma non osa indicare in cosa consistette la deriva denunciata. Cosa hanno in comune Lombardo e Franco? Entrambi denunciano un corso rovinoso ma in definitiva non ne traggono insegnamenti per oggi. Non indicano con precisione quali furono gli aspetti della realtà dei quali la sinistra del primo PCI non ebbe una comprensione avanzata quanto necessario per prevalere sulla destra e guidare le masse popolari alla vittoria. Lombardo esalta Secchia anziché fare il bilancio dell’operato di Secchia e della sinistra del vecchio PCI. Franco si guarda dall’individuare su quali questioni di concezione del mondo o di analisi del corso delle cose è avvenuto l’abbandono del marxismo da lui denunciato. Entrambe le conclusioni impediscono di imparare dalla storia del vecchio PCI e portano chi le adotta a oscillare tra la dogmatica riproposizione, tale e quale, della sinistra del primo PCI (continuità) e la negazione di tutto il suo bagaglio di esperienze (rottura) e, al di là delle intenzioni di chi le diffonde, alimentano la sfiducia: posto che fosse vero che la causa di fondo della sconfitta del primo PCI fu “il tradimento dei capi”, cosa fare visto che nessuno ci garantisce che i capi di oggi non tradiranno?

Abbiamo bisogno di capi, ma la sicurezza della vittoria viene dalla scienza che guida il partito. Dobbiamo avere e alimentare la fiducia che trasformare il mondo dipende da noi, che esistono già le condizioni materiali per produrre, senza devastare l’ambiente ma anzi preservandolo e migliorandolo, tutto quello che è necessario ai miliardi di uomini e donne che popolano la Terra, che lo scoppio della pandemia da Covid-19 e la sua gestione disperata di questi mesi sono effetti della sopravvivenza del capitalismo storicamente superato da circa 150 anni, che siamo in grado di instaurare il socialismo: cioè 1. instaurare il potere dei lavoratori organizzati nelle file del movimento comunista al posto del potere della borghesia imperialista e dei suoi agenti, 2. gestire secondo un piano le aziende rese pubbliche perché producano quello che è necessario alle masse popolari del nostro paese e utile nei rapporti con le masse popolari degli altri paesi, 3. promuovere l’accesso crescente delle masse alle attività politiche, culturali, sportive e ricreative, le attività specificamente umane dalle quali la borghesia e il clero escludono la massa della popolazione.

La fiducia di poterlo fare è la premessa per farlo. La mancanza di questa fiducia è oggi il peggiore risultato delle sconfitte che abbiamo subito, dell’esaurimento della prima ondata mondiale di rivoluzioni proletarie (socialiste e di nuova democrazia) sollevata nel mondo dalla vittoria dell’Ottobre 1917 in Russia, dalla costruzione dell’Unione Sovietica, dalla vittoria degli anni Venti del secolo scorso contro le aggressioni promosse dai gruppi imperialisti europei e USA e dal Vaticano, fino alla vittoria del 1945 contro le orde nazifasciste (Mussolini, Hitler e i loro emuli) e alla fondazione dei paesi socialisti dell’Europa Orientale, fino alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, fino alla vittoria nel 1953 della Repubblica Popolare Democratica di Corea contro l’aggressione USA, alla costituzione di Cuba socialista e alla sua resistenza all’aggressione USA, alla vittoria dell’eroico popolo del Vietnam contro gli imperialisti francesi e USA, alle gloriose lotte anticoloniali dal Sud Africa al Nicaragua sandinista, da un capo all’altro dell’Asia.

Il PCI fondato nel 1921 a Livorno è stato uno dei protagonisti di questa storia.

A noi comunisti interessano principalmente gli insegnamenti che ricaviamo dalla storia del primo PCI: essi sono indispensabili ai fini della lotta che conduciamo per instaurare il socialismo nel nostro paese e contribuire alla rinascita del movimento comunista nel mondo, in particolare nei paesi imperialisti. Il primo paese imperialista che romperà le catene della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti UE, USA e sionisti, mostrerà la strada e aprirà la via anche alle masse popolari degli altri paesi imperialisti e neocoloniali!

L’insegnamento principale che ricaviamo dal processo storico avvenuto in Italia e negli altri paesi imperialisti è che qui il movimento comunista e i partiti che erano alla sua testa nel corso della prima ondata della rivoluzione proletaria (1917-1976) non hanno mai avuto una comprensione del corso delle cose all’altezza del loro compito: per questo non hanno guidato le masse popolari ad approfittare della prima crisi generale del sistema capitalista, che essi interpretarono come successione di crisi cicliche, fino a instaurare il socialismo. Già nei primi anni ’20 Lenin aveva detto chiaramente che i partiti comunisti dei paesi europei sorti dai vecchi partiti socialisti avevano solo “una sfumatura di colore rivoluzionario” e che (parte finale del suo discorso al IV Congresso dell’IC) la loro trasformazione in partiti realmente rivoluzionari avrebbe richiesto uno sforzo particolare da parte dei loro dirigenti.

Anche Antonio Gramsci nel 1923, quando il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista gli affidò la direzione della sua sezione italiana (il PCdI che sotto la direzione di Amadeo Bordiga aveva subito la combinazione della Monarchia sabauda con il Fascismo di Benito Mussolini concretizzatasi nella Marcia su Roma – ottobre 1922), aveva ben chiare le ragioni della sconfitta subita: la direzione del Partito non si basava sulla scienza delle attività con le quali gli uomini fanno la loro storia, allora il marxismo-leninismo. Avendo assimilato la lezione che Gramsci continuò ad applicare anche negli anni del carcere in cui stese i Quaderni, il nuovo PCI pone la Riforma Intellettuale e Morale, l’apprendimento e l’assimilazione del marxismo-leninismo-maoismo, come condizione indispensabile a chi si candida a diventare membro del Partito.

Le ragioni per cui il primo PCI non raggiunse il successo nel suo ruolo – mobilitare e organizzare le masse popolari italiane a fare dell’Italia un paese socialista – sono un’eredità preziosa che noi riceviamo dal primo PCI: sta a noi scoprirle e impararle, assimilarle e applicarle con iniziativa, creatività e dedizione alla causa. Già la sconfitta subita con l’imprigionamento nel 1926 del suo massimo dirigente, Antonio Gramsci, a seguito della quale la direzione del PCI passò nelle mani dei futuri revisionisti moderni (Togliatti e simili), non fu una fatalità: derivò dai limiti del primo PCI nella comprensione delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe che avevano impedito di prevenire l’attacco del fascismo mussoliniano e della monarchia sabauda. Da questa lezione abbiamo derivato la clandestinità del Partito che abbiamo fondato il 4 ottobre del 2004. Il cedimento agli imperialisti angloamericani, al Vaticano e alla DC di De Gasperi dopo la vittoria del 1945 della Resistenza fu il risultato dei limiti nella comprensione della natura della crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale, del regime di controrivoluzione preventiva e della forma che la rivoluzione socialista deve assumere nei paesi imperialisti, la guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata: la lotta per creare le condizioni per la costituzione del Governo di Blocco Popolare che conduciamo dal 2008 è il risultato della lezione che abbiamo tratto dal cedimento degli anni 1945-1948, dall’esaurimento del movimento dei Consigli di Fabbrica e dalla sconfitta delle Organizzazioni Comuniste Combattenti (in particolare delle Brigate Rosse) degli anni ’70.

Nelle celebrazioni del Centenario dobbiamo ricordare e illustrare i miracoli di eroismo che milioni di uomini e donne delle masse popolari mobilitate nel PCI e mosse dall’esempio dei sovietici hanno sprigionato nel corso di decine di anni e in particolare contro il fascismo e durante la gloriosa e vittoriosa Resistenza (1943-1945); le grandi conquiste di civiltà e di benessere che hanno strappato ai capitalisti e al clero negli anni del “capitalismo dal volto umano” (1945-1975); i grandi progressi intellettuali e morali di cui sono stati protagonisti e la fiducia e la speranza che hanno alimentato in tanti loro compagni oppressi e sfruttati che comunisti non sono diventati ma sono in qualche misura usciti dall’abbrutimento in cui capitalisti e preti li relegavano. Dobbiamo respingere e combattere le idee e i sentimenti propugnati da quelli che sostengono che i nostri predecessori, i membri del primo PCI, non hanno instaurato il socialismo perché la borghesia era forte: sono gli stessi che in qualche modo sostengono che la borghesia è ancora oggi forte e spingono alla rassegnazione, ad attendere miracoli o pietà dai ricchi e dal clero, alla disperazione, alla protesta cieca. I comunisti mobilitati e organizzati nel PCI hanno mostrato su larga scala la potenza degli operai, dei lavoratori, delle donne e dei giovani delle masse popolari. Noi comunisti dobbiamo comprendere e far comprendere che non hanno instaurato il socialismo che sognavano principalmente perché non sono riusciti a superare le idee dominanti, il senso comune, le idee della classe dominante, ad elevarsi intellettualmente e moralmente al livello necessario.

La pandemia che imperversa nel mondo è un effetto della prosecuzione della fase imperialista del capitalismo, un modo di produzione storicamente superato da circa 150 anni. L’esaurimento della prima ondata mondiale (1917-1976) delle rivoluzioni proletarie (socialiste e di nuova democrazia) e la seconda crisi generale (economica, ambientale, sociale e culturale) per sovrapproduzione assoluta di capitale iniziata negli anni ’70 del secolo scorso sono all’origine dell’epoca di nera reazione di cui soffriamo gli effetti estremi. Mettersi alla testa della resistenza che spontaneamente le masse popolari in ordine sparso oppongono agli effetti più gravi e immediati della sopravvivenza del capitalismo e della sua estensione nel mondo (globalizzazione, mondializzazione) e sviluppare questa resistenza fino a farla diventare la forza rivoluzionaria che pone fine alla direzione della borghesia imperialista: ecco il compito del movimento comunista cosciente e organizzato e dei partiti comunisti che ne sono la parte più avanzata.

Questo è il compito che il nuovo PCI deve svolgere e svolge in Italia. Elevare la nostra capacità di svolgerlo è il fine che diamo alle celebrazione del Centenario del primo PCI.

La comprensione delle ragioni reali per cui il primo PCI non ha instaurato il socialismo nel corso della prima crisi generale del capitalismo, rende la storia del primo PCI una fonte di sicurezza della nostra vittoria!

Non sono le masse popolari che non combattono e non sono capaci di vincere: siamo noi comunisti che dobbiamo imparare e svolgere meglio il nostro ruolo!

Costituire Comitati di Partito in ogni azienda, scuola, istituzione pubblica e in ogni territorio!

Mettersi in contatto con il Centro del Partito!

La riscossa delle masse popolari è possibile! Ciascuno può e deve dare il suo contributo!

Il partito comunista è il fattore decisivo della vittoria!

Riprodurre e affiggere ovunque, con le dovute cautele, la locandina di pag. 84 di La Voce 66 è un’operazione di guerra: vedere che il (n)PCI clandestino è presente infonde fiducia nei lavoratori e smorza l’arroganza dei padroni!

Inviare alla Delegazione delegazione.npci@riseup.net l’indirizzo email di ogni conoscente e di ogni organismo a cui può essere utile ricevere i Comunicati del Partito!

Mettersi in contatto con il Centro del Partito (usando il programma di criptazione PGP e il programma per la navigazione anonima TOR) e cimentarsi sotto la sua guida nella costruzione di un Comitato di Partito clandestino nella propria azienda, scuola o zona d’abitazione!

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