Anche la rivolta nelle carceri ha mostrato che ribellarsi è possibile e che sotto la cenere cova il fuoco della ribellione!

23 Apr

Comunicato CC 14/2020 – 21 aprile 2020

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Il campo nemico è in subbuglio! Il regime politico della Larghe Intese va a rotoli!

Il governo Conte 2 tenta di ricucire lo strappo con le masse popolari, ma lo fa diventare più largo e più profondo!

Anche la rivolta nelle carceri ha mostrato che ribellarsi è possibile e che sotto la cenere cova il fuoco della ribellione!

Le misure che il governo Conte 2 (M5S-PD a guida PD) ha messo in opera da quando il 31 gennaio ha dichiarato lo stato d’emergenza mostrano che i vertici della Repubblica Pontificia non sono in grado di porre termine all’emergenza sanitaria scatenata dal coronavirus Covid-19. Esse manifestano invece la natura criminale della borghesia imperialista e quindi acuiscono la contraddizione tra questa e le masse popolari. Se tengono chiuse le aziende che producono beni e servizi non indispensabili alla popolazione, se convertono le aziende alla produzione di quello che occorre per porre rapidamente fine alla pandemia, i padroni non fanno profitti e difficilmente recupererebbero le parti di mercato che i concorrenti occupano. Il governo M5S-PD a guida PD cerca di combinare gli interessi dei padroni (di Confindustria e delle altre organizzazioni padronali) con il contenimento del contagio e impone misure antipopolari: getta il peso del contenimento del contagio sulle spalle delle masse popolari che, secondo Giuseppe Conte, devono “cambiare abitudini”.

Siccome la borghesia non può fare i suoi affari senza una certa collaborazione delle masse popolari, le sue autorità (nazionali, regionali, comunali e della “società civile”) adducono il pretesto di evitare il contagio per vietare l’aggregazione, gli scioperi, le manifestazioni, le proteste e le rivolte. Ma in realtà il contagio prosegue imperterrito: i numeri dei contagiati che le autorità dichiarano e delle vittime che contabilizzano sono di gran lunga inferiori ai numeri reali: meno sono i tamponi fatti, minore è il numero dei contagiati e delle vittime del Covid-19 da dichiarare!

A livello nazionale monta la ribellione. Il malcontento delle classi oppresse è più forte di qualsiasi vincolo se esse al numero uniscono l’organizzazione e hanno una giusta direzione. Il Covid-19 ha fatto deflagrare una crisi e la sola soluzione di questa crisi è politica.

Le misure antipopolari si sono riversate anche sulle carceri. Nelle carceri italiane il governo Conte 2 con il Decreto Legge del 23 febbraio ha vietato ai detenuti i colloqui con i familiari (divieto che ha esteso al 3 maggio con il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 10 aprile). Il pretesto era di evitare che il contagio da Covid-19 dall’esterno si trasferisse all’interno. Ma il contatto tra interno ed esterno non avviene solo tramite i familiari: ci sono agenti della Polizia Penitenziaria, personale ausiliario, medici, insegnanti, avvocati, magistrati, carabinieri, ecc. Le autorità non hanno combinato il divieto dei colloqui con misure adeguate a impedire il contagio tramite altre vie. Per loro il divieto era solo una delle meno onerose delle tante misure parziali e contraddittorie, espressione del bisogno delle autorità borghesi di sfruttare l’emergenza per imporre uno Stato di polizia in cui la priorità è garantire gli interessi della classe dominante.

In un primo momento la popolazione carceraria ha accettato la misura, ma con i primi contagi è emersa in maniera chiara la contraddizione e tra i detenuti è montata la rivolta che domenica 8 marzo si è estesa in tutta Italia.

A ribellarsi sono stati principalmente i detenuti appartenenti al circuito “media sicurezza”. Questo comprende elementi delle masse popolari accusati di reati non legati alla malavita organizzata né a quello che il sistema di disinformazione e intossicazione della borghesia chiama “terrorismo”. Gran parte di loro rientrano in quelli che noi chiamiamo “detenuti sociali”: cioè detenuti ingiustamente (non hanno fatto niente di dannoso per le masse popolari, anzi in alcuni casi si tratta di elementi d’avanguardia nella lotta di classe) o detenuti perché autori di attività effettivamente dannose alle masse popolari ma educati e indotti a compiere tali attività dalla formazione che hanno ricevuto e/o dalle circostanze in cui sono vissuti e vivono (e per di più non hanno neanche i soldi per pagare buoni avvocati e/o corrompere magistrati), quelli che un Governo di Blocco Popolare libererà immediatamente assegnando a ognuno di essi un lavoro utile e dignitoso con adeguato controllo.

I detenuti del circuito “media sicurezza” hanno più degli altri risentito gli effetti delle restrizioni imposte dal governo e applicate dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, perché hanno pochi soldi per campare in galera (i mafiosi e i “colletti bianchi” invece ci vivono benissimo!) e i colloqui con i familiari sono un aspetto centrale per la loro vita.

Le rivolte sono scoppiate in circa 30 delle 189 carceri italiane. Quelle dove le proteste hanno raggiunto i livelli più alti sono:

  1. Modena dove erano 9 dei 14 detenuti complessivamente morti per le rivolte. Le autorità hanno dichiarato inagibile il carcere e messo in corso lo smantellamento, con relativo trasferimento dei detenuti benché a livello nazionale abbiano dichiarato il blocco dei trasferimenti.
  2. Foggia: metà del carcere inagibile e 70 detenuti evasi (di cui circa 60 presto nuovamente arrestati) con i familiari che hanno sostenuto l’evasione.
  3. Poggioreale e Secondigliano (Napoli): dall’esterno i familiari hanno sostenuto la rivolta e i detenuti hanno strappato concessioni in merito alle condizioni di detenzione.
  4. San Vittore (Milano): i ripetuti incendi hanno reso inagibili circa 300 posti letto.
  5. Rebibbia (Roma) e Pagliarelli (Palermo): i detenuti si sono barricati per ore sui tetti dei padiglioni.
  6. Pavia: i detenuti hanno per un breve periodo sequestrato alcune guardie.

Il trambusto e l’ingovernabilità generati dalla popolazione carceraria hanno creato una lacerazione profonda nel campo della borghesia e del clero. Ora le autorità devono far fronte a sei ordini di problemi.

1. Ricollocare tutti quei detenuti che, sedati a suon di manganellate, non trovano più spazio nelle carceri rese inagibili dalle rivolte, che hanno coinvolto all’incirca 6.000 dei 61.000 detenuti in tutta Italia. L’Amministrazione Penitenziaria (AP) cerca di assicurarsi il consenso di una parte dei detenuti giustificando le misure restrittive che estende “ai buoni per colpa dei cattivi”: nelle carceri dove sono stati trasferiti i detenuti coinvolti nelle rivolte, i loro familiari e i comitati di solidarietà con i detenuti possono e devono far valere che in realtà è grazie alla loro rivolta che l’AP ha fatto alcune concessioni.

2. Gestire il rapporto con le guardie che l’AP costringeva già a turni prolungati per via dei blocchi alle assunzioni che fino al 2018 hanno lasciato al minimo il personale e ora costringe a lavorare senza protezioni individuali con il rischio di contagiare e di contagiarsi mettendo a rischio quindi anche le proprie famiglie. Gli agenti di Polizia Penitenziaria e il personale ausiliario devono rifiutare di lavorare senza una protezione sanitaria adeguata. La salute è un diritto costituzionalmente garantito e qualsiasi disposizione imposta è illegittima e anticostituzionale se mette in pericolo la salute dei lavoratori!

3. Far fronte alle proteste e al rifiuto di obbedire delle guardie che si trovano a gestire i detenuti provenienti dalle carceri in dismissione.

4. Gestire il rapporto con i sindacati che chiedono le dimissioni del Ministro Alfonso Bonafede e del Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini. Vi è nei sindacati una parte attiva e combattiva: deve lanciare campagne di denuncia pubblica delle condizioni di lavoro e spingere i lavoratori aderenti a vigilare quotidianamente sull’effettiva tutela della propria sicurezza e della propria salute! Ogni sindacato oggi ha la possibilità di ristabilire il proprio ruolo di tutela dei diritti conquistati dai dipendenti e delle condizioni di lavoro che da 40 anni a questa parte le autorità, con la complicità della destra sindacale, hanno ridotto relegando i sindacati al ruolo di “pompieri” del conflitto e delle contraddizioni.

5. Trattare i contrasti e le manovre dei dirigenti dell’Amministrazione Penitenziaria: ogni dirigente deve difendersi e guardarsi le spalle dai suoi concorrenti per restare nel posto in cui è e al tempo stesso deve tenere a bada il malcontento dei detenuti e delle guardie di cui dispone (in una situazione esplosiva c’è il rischio che saltino le teste più deboli sulle quali i vertici dello Stato borghese scaricano le responsabilità delle rivolte).

6. Trovare denaro a sufficienza per pagare il lavoro straordinario richiesto alle guardie e per rimettere in sesto le carceri inagibili (in Italia i 61 mila detenuti già prima della rivolta erano intasati in 51 mila posti ufficiali e in alcune carceri i detenuti erano già più del doppio dei posti ufficiali).

Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha cercato di bloccare l’estensione della rivolta anche con l’invio di mascherine monouso per gli agenti (ma in quantità minima, sufficiente solo per pochi giorni) e istituendo agli ingressi delle carceri (però non di tutte) il Pre-Triage (il controllo di sintomi del contagio), ma il Pre-Triage non rivela il contagio in un contagiato asintomatico. I detenuti, i loro familiari e i comitati di solidarietà devono imporre misure sufficienti a garantire la sicurezza dei detenuti, delle guardie e di tutti quelli che entrano in carcere, facendo leva sul malcontento che cova anche tra le guardie e alleandosi con quelle che non si prestano a fare da aguzzini e più indignate per l’incuria delle autorità verso la salute non solo dei detenuti, ma anche delle guardie stesse.

Al momento in tutte le carceri le proteste sembrano cessate o almeno attenuate: l’uso della forza ha ristabilito una situazione più facilmente gestibile dall’apparato statale, ma le contraddizioni emerse restano. Le autorità temono una nuova ondata di ribellioni per i prossimi giorni, rafforzate dal fatto che i ribelli possono fomentare rivolte e subbugli nelle carceri dove sono stati trasferiti. Alcuni esponenti del governo e dell’Amministrazione Penitenziaria propongono di estendere il regime di 41bis a tutti i detenuti rivoltosi e alle carceri ancora agibili dove vi è una forte presenza di ribelli. È una misura possibile ma pericolosa per le autorità, perché nella situazione attuale ogni restrizione chiama ulteriori rivolte e agitazioni. In sintesi le direzioni delle carceri possono far fronte alla ribellione (e al timore di ribellione) in due modi:

1. fare concessioni alle richieste dei detenuti (telefonate aggiuntive, allargamento dei momenti di uscita dalla cella), ma ogni concessione delle autorità è una vittoria dei rivoltosi e quindi dà prestigio e forza all’agitazione dei detenuti;

2. reprimere con la forza ogni forma ed espressione di malcontento e militarizzare maggiormente le carceri, dimostrando da una parte l’incapacità di garantire la salute in carcere e costringendo dall’altra parte le guardie a fare turni più lunghi.

I detenuti in rivolta hanno avanzato richieste del tutto legittime anche stando al comune buon senso, volte alla tutela della salute propria e degli altri, come il tampone per il controllo del contagio al personale operante in carcere e a tutti i detenuti, l’aumento del personale di custodia e sanitario nei turni notturni, pene alternative alla detenzione e indulto a chi è vicino al fine pena, amnistia per i reati minori (queste misure ora le sottoscrive persino Roberto Cota, dirigente piemontese della Lega) e la garanzia che a nessun detenuto vengano inasprite le pene (inasprimento invece già incluso nell’art. 123 del Decreto-Legge “Cura Italia” del 17 marzo) in quanto la protesta è volta all’applicazione del principio costituzionale della tutela della salute anche in carcere: colpevole è chi la mette in pericolo.

Se la ribellione nelle carceri proseguirà, il governo sarà costretto a cedere alle rivendicazioni e a concedere indulto e amnistia per evitare di rendere ancora meno governabile la situazione. Un primo passo in questa direzione il governo l’aveva fatto con il Decreto Legge “Cura Italia” del 17 marzo. Le misure incluse nel DL (estensione dell’applicazione degli arresti domiciliari [misura già prevista dalla legge 199/2010 (governo Berlusconi) detta “svuotacarceri” e successive modifiche ma non applicata dato che la macchina statale della Repubblica Pontificia funziona solo per la borghesia, il clero e i malavitosi] e di licenze e permessi premio) sono nella direzione giusta ma i modi (interventi della Magistratura di Sorveglianza e dell’AP nell’applicazione) e il contesto (alloggi domestici, reddito, mancanza di braccialetti elettronici, ecc.) in cui sono applicate le rendono poco efficaci e creano nuove contraddizioni. Da ricordare che l’indulto del 2006 ebbe come effetto la scarcerazione di oltre 16 mila detenuti nel giro di un mese e che attualmente circa 20 mila su 60 mila detenuti sono in “custodia cautelare” (cioè in attesa della prima condanna). Quindi mille spunti e buone ragioni per proteste e rivolte.

La rivolta dei detenuti va a sostegno della ribellione che nel nostro paese monta tra la classe operaia, tra i lavoratori della sanità e nelle aziende capitaliste e pubbliche. La borghesia è nell’angolo, ma comanda ancora e annaspa nel tentativo di prolungare il proprio dominio.

Senza la partecipazione attiva dei detenuti e del resto delle masse popolari (comprese le guardie carcerarie) la salute delle masse popolari nelle carceri non sarà mai garantita, come non lo è nel resto della società. È cosa incompatibile con l’attuale sistema sociale della Repubblica Pontificia, come è incompatibile con gli interessi dei capitalisti chiudere le aziende che non producono beni o servizi di prima necessità e impiegare ogni azienda e ogni forza e risorsa per far fronte all’emergenza. Per le masse popolari, lasciar fare al governo vuol dire vedersi imposte sempre più restrizioni e la militarizzazione delle città invece della nazionalizzazione della sanità e del potenziamento del sistema sanitario nazionale indispensabili per contrastare il Covid-19, della produzione d’emergenza di tutte le medicine, degli ingredienti per i tamponi, dei dispositivi di protezione e dell’approntamento rapido dei servizi di terapia intensiva.

Le masse popolari organizzate possono e devono

1. costringere le autorità della Repubblica Pontificia a mettere in campo misure straordinarie e d’emergenza che pongano rapidamente (sono inutilmente passati già più di due mesi dalla proclamazione il 31 gennaio dello “stato d’emergenza”) rimedio agli effetti più devastanti della crisi,

2. prendere direttamente l’iniziativa di farlo, con Brigate di Solidarietà e altri organismi analoghi.

Difendere il diritto alla salute e bloccare l’ulteriore attacco ai diritti dei lavoratori e delle masse popolari che il governo Conte 2 sta mettendo in campo è la strada per avanzare verso la costituzione del Governo di Blocco Popolare, un passo verso l’instaurazione del socialismo.

Compito di noi comunisti è quindi quello di soffiare sulla brace che cova sotto la cenere, di rafforzare la mobilitazione e indirizzarla: essa si sviluppa già indipendentemente da noi in ogni campo della società (anche nel campo nemico), ma senza noi non converge verso l’obiettivo della costituzione del Governo di Blocco Popolare.

Ai detenuti, ai loro familiari e ai comitati di solidarietà con i detenuti: approfittate dello scompiglio nel campo nemico per strappare pene alternative alla detenzione, l’indulto per chi è vicino al fine pena, l’amnistia per reati minori e condizioni di vita dignitose anche nelle carceri! Bisogna organizzarsi con ogni mezzo a disposizione per tutelare la salute anche in carcere. Senza la partecipazione attiva della popolazione carceraria l’Amministrazione Penitenziaria non si prenderà l’onere di mettere in campo le misure d’emergenza necessarie! Bisogna difendere le conquiste già strappate e proseguire nella lotta contro l’intero sistema carcerario che non è in grado né di rieducare né di garantire sufficienti tutele sanitarie. Chi è morto nelle rivolte non è un semplice “danno collaterale”, ma è il prezzo che la borghesia fa pagare a chi si ribella al suo sistema sociale. Un sistema sociale che permette la morte di chi è sotto la responsabilità delle sue autorità, non è in grado di garantire condizioni di vita dignitose per le masse popolari, perché la sua classe dirigente per sua natura sopravvive sulle pelle di lavoratori e delle masse popolari.

Se alle proteste e alle rivolte dei detenuti si aggiungeranno le proteste e la ribellione di quelle guardie che non si prestano a fare gli aguzzini per conto di chi le manda allo sbaraglio, il governo avrà meno appigli per ulteriori manovre restrittive e sarà costretto a concedere tutele e diritti!
L
e autorità non garantiscono il diritto alla salute neanche alle guardie: queste devono organizzarsi e denunciare pubblicamente ogni mancanza e ogni abuso, devono svincolarsi dalla retorica della colpevolizzazione dei detenuti, devono ribellarsi. Il sistema va in malora a causa delle scelte politiche della classe dirigente del nostro paese che ha sempre salvaguardato gli interessi dei padroni a discapito delle masse popolari.

Organizzarsi per prendere in mano le sorti del paese è l’unica via d’uscita dalla crisi in corso che l’emergenza da Covid-19 ha fatto deflagrare in campo sanitario, economico, sociale e politico.
Organizzarsi per costituire un governo di emergenza popolare che requisisca le strutture sanitarie private per adibirle al pubblico servizio e mobiliti tutte le forze e risorse del paese per produrre tutti i beni (DPI, reagenti e tamponi, respiratori, ecc.) e attuare tutti i servizi necessari, è la via più veloce per arrestare e prevenire il contagio e assicurare e a tutti gli ammalati cure adeguate! In Italia esiste tutto il necessario per farlo, ci vogliono autorità che lo fanno!

Nessuna complicità con chi negli ultimi 40 anni ha smantellato la sanità pubblica, la ricerca, l’industria farmaceutica, l’apparato produttivo, con chi ha reso precario il lavoro (ricordare l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori abolito dal governo Renzi!) e smantellato i diritti dei lavoratori anche se oggi invoca l’unità nazionale per far passare con quel che rimane del consenso popolare politiche di austerità confacenti con le manovre messe in campo, tipiche di uno Stato di polizia!

Costruiamo il potere delle masse popolari organizzate!

Costruiamo la rete dei centri del nuovo potere!

Questa è oggi l’opera dei comunisti!

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Riprodurre e affiggere ovunque, con le dovute cautele, la locandina di pag. 72 di La Voce 64: vedere che il (n)PCI clandestino è presente infonde fiducia nei lavoratori e smorza l’arroganza dei padroni!

Inviare alla Delegazione delegazione.npci@riseup.net l’indirizzo email di ogni conoscente e di ogni organismo a cui può essere utile ricevere i Comunicati del Partito

Mettersi in contatto con il Centro del Partito (usando il programma di criptazione PGP e il programma per la navigazione anonima TOR) e cimentarsi sotto la sua guida nella costruzione di un Comitato di Partito clandestino nella propria azienda, scuola, caserma o zona d’abitazione!

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