Gli operai devono essere fedeli alla propria classe, non ai padroni!

18 Apr

Comunicato CC 13/2020 – 17 aprile 2020

[Scaricate il testo del comunicato in Open Office / Word ]

Agli operai, ai lavoratori della sanità e a tutti i lavoratori dipendenti

Gli operai devono essere fedeli alla propria classe, non ai padroni!

Più il capitalismo decade, più i padroni hanno da nascondere!

Ogni capitalista pretende l’impunità quando per valorizzare il suo capitale viola le leggi del suo Stato. Questo vale in tutti i campi: criminalità organizzata e borghesia sono sempre più compenetrati, corruzione ed evasione fiscale sono terreno comune. Tuttavia con questo Comunicato miriamo principalmente a indicare ai proletari vie per violare gli ostacoli che il padrone pone alla denuncia pubblica delle violazioni delle leggi nei rapporti di lavoro in azienda. Degli altri campi ci occuperemo in altra sede.

Cresce la propaganda per togliere dalla quarantena gli operai che non possono uscire per portare fuori il figlio ma dovrebbero uscire per il profitto dei padroni, secondo Confindustria, Confcommercio e soci. Una volta in fabbrica, sarà vietato agli operai denunciare l’azienda quando non rispetta tutte le norme previste per evitare la diffusione dell’epidemia, quando le condizioni di lavoro sono tali da non consentire il rispetto delle norme, quando ad esempio non è possibile mantenere le distanze o quando l’uso dei dispositivi di protezione individuali, la sanificazione degli ambienti, i controlli sanitari rallentano il ritmo del lavoro in modo tale da incidere sul profitto. Il divieto di denunciare lo stato delle cose in azienda è sancito dall’articolo 2105 del Codice Civile e nelle settimane a venire, se apriranno le aziende, i padroni non mancheranno di farvi ricorso, visto quanto vi hanno fatto ricorso negli ultimi decenni come arma di repressione contro i lavoratori e i sindacalisti più combattivi, meno rassegnati a subire quelle condizioni che sono causa degli incidenti e delle morti (omicidi veri e propri!), sui posti di lavoro. In più casi all’attacco padronale gli operai, il movimento sindacale e il movimento comunista hanno opposto una resistenza dura e continuata.

È il caso, a partire dal 2008, delle azioni contro i dirigenti delle Ferrovie dello Stato quando hanno licenziato il macchinista Dante de Angelis che aveva denunciato gli incidenti negli Eurostar, quando hanno licenziato il ferroviere Riccardo Antonini per avere prestato consulenza tecnica ai familiari delle vittime nella strage di Viareggio, quando hanno licenziato il capotreno Sandro Giuliani per avere chiesto l’applicazione di regole a tutela di chi lavora e viaggia sui treni regionali.

È il caso dell’azione contro FCA che aveva licenziato 5 operai di Pomigliano d’Arco il cui reato era stato quello di protestare per condizioni di lavoro che avevano portato al suicidio i loro compagni di lavoro. La reazione degli operai era stata immediata e uno degli strumenti di lotta fu una raccolta di firme alla quale nel 2016 aderirono anche il sindaco di Napoli Luigi de Magistris e l’allora vicepresidente della Camera dei Deputati Luigi di Maio. Dopo una sentenza della Corte d’Appello che aveva ordinato il loro reintegro, il 6 giugno del 2018 la Cassazione confermava il licenziamento. Il Coordinamento nazionale degli operai FCA rispondeva con un’assemblea a Pomigliano d’Arco il 23 giugno 2018. Il 17 luglio del 2018 sul Manifesto partiva una raccolta di firme e il 21 agosto interveniva anche lo scrittore Erri de Luca con un suo articolo sullo stesso giornale invitando ad aderire all’appello degli operai.

Il 3 ottobre del 2018 il (nuovo)PCI interveniva con il Comunicato CC 17/2018  dove scriveva: “i licenziamenti (vedi Pomigliano e Nola) per mancanza di fedeltà al padrone sono legali, la distruzione delle aziende (Termini Imerese e Mirafiori sono i casi più eclatanti) è legale. La rivitalizzazione di Riace è illegale, il sindaco è agli arresti domiciliari; i padroni di Autostrade per l’Italia, nonostante il crollo del ponte Morandi (15 agosto 2018) e altre stragi di cui sono responsabili, si godono i loro privilegi e spadroneggiano. I complici dei criminali amministrano la giustizia, perché la criminalità è legge: a questo si è ridotto lo Stato di diritto della borghesia!”.

A fine anno Resistenza, il foglio del Partito dei CARC, intervistava Manuela Maj, responsabile nazionale del Partito per il Lavoro Operaio e sindacale. La compagna chiamava in causa il governo e diceva: “la tutela dei lavoratori che denunciano i reati commessi dall’azienda sono incluse nel Contratto del governo per il cambiamento ed è utile a sviluppare l’appello degli operai FCA alzando la bandiera della lotta a corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata, sofisticazione alimentare, inquinamento, ecc.: in breve per incitare i lavoratori a denunciare i crimini dei padroni, dei dirigenti e delle aziende in cui lavorano. Altro che fedeltà all’azienda e complicità nelle manovre criminali e antipopolari!”.

Nel giugno 2019, la Consulta Popolare Sanità e Salute della Città di Napoli con i compagni del Partito dei CARC attivi al suo interno promuoveva una campagna contro la legge sulla fedeltà aziendale. Dopo il caso all’ospedale san Giovanni Bosco (quello dove un paziente allettato era stato trovato pieno di formiche) denunciava il clima da caserma negli ospedali cittadini decretato dal nuovo commissario all’ASL imposto dal governatore della regione De Luca. “Clientelismo, baronie e speculazioni economiche non  possono essere denunciate pena sospensioni, intimidazioni, licenziamenti”, dicevano i compagni, denunciando lo sgherro di De Luca che impediva l’azione di propaganda della Consulta.

Il (nuovo)PCI interveniva il mese seguente nella sua rivista (La Voce 62 – luglio 1919) in un articolo dove spiegava come né il padrone né lo Stato sono in grado di usare l’arma dell’“obbligo di fedeltà” contro i Comitati di Partito [CdP. ndr]: “Il padrone e i dirigenti non sono in grado di censurare il CdP, imbavagliarlo con l’obbligo di fedeltà aziendale: nei suoi comunicati: nei suoi volantini, nelle sue locandine, nei suoi comunicati il CdP può parlare liberamente e indirizzare gli operai, può denunciare gli imbrogli fatti dal padrone (ad es. può rendere noto che il padrone sta facendo un falso in bilancio, a cui se gli operai non intervengono tempestivamente seguirà la chiusura dell’azienda), i capi-reparto vessano i lavoratori, gli spioni, ecc”.

Nel numero successivo della rivista (La Voce 63) il Partito scriveva:  “sempre più si assiste all’estensione nel pubblico della logica aziendale (segreto aziendale, fedeltà aziendale, vincolo all’equilibrio finanziario, ecc.)” e nel Comunicato 6/2020 del suo Comitato Centrale del 22 febbraio faceva appello agli attivisti, agli elettori e agli eletti del M5S perché tra le varie iniziative mirate a fare risalire la china al movimento eliminino l’obbligo di fedeltà aziendale e le altre forme di limitazione delle libertà costituzionali nelle aziende.

L’obbligo di fedeltà aziendale è uno strumento con cui il capitalista pretende di garantirsi su due fronti, quello dove ha a che fare con altri capitalisti e quello dove ha a che fare con gli operai. Nel primo fronte, il capitalista mira al lavoratore che diffonde informazioni sull’azienda perché può favorire il concorrente. Nel secondo fronte il capitalista mira al lavoratore che diffonde informazioni sull’azienda e fornisce elementi che possono essere utili alla lotta di classe, utili agli operai per difendersi contro condizioni di lavoro pericolose, utili a sindacati che portano avanti una battaglia contro queste condizioni, utili a un partito come il (nuovo)Partito comunista italiano che delle informazioni si serve come una forza armata se ne serve per conoscere il nemico e il terreno di scontro su cui condurre le battaglie e la guerra.

Nei luoghi di lavoro pubblici il fattore “concorrenza” viene meno, ma resta il secondo fronte, quello dove il lavoratore che dice cosa accade sul suo posto di lavoro viene licenziato, come nei casi sopra descritti delle Ferrovie dello Stato. Il fine principale dell’articolo 2105 del Codice Civile non riguarda quindi principalmente la lotta tra capitalisti, ma la lotta di classe tra borghesia imperialista e proletariato, dove (come ricorda il Manifesto Programma del Partito, cap. 2.2.) borghesia imperialista è l’insieme di quelli che godono di tutti i vantaggi senza lavorare o che se lavorano non lo fanno per vivere ma per aumentare la loro ricchezza e il proletariato è l’insieme dei lavoratori chiamati “dipendenti” che per vivere devono vendere la propria forza lavoro e da qui ricavano tutto o massima parte del proprio reddito. Proletari sono i lavoratori sia del settore privato che di quello pubblico e la minaccia di licenziamento riguarda gli uni e gli altri.

L’articolo 2105 è quindi un’arma efficace in mano ai padroni privati e pubblici nella lotta di classe. Serve a togliere di mezzo i lavoratori più determinati nel denunciare crimini e malefatte dei padroni e serve da deterrente. Se un operaio denuncia condizioni che determinano un rischio, se denuncia incidenti sul lavoro occultati, se, come hanno fatto a Pomigliano d’Arco cinque operai, denunciano condizioni di lavoro tali da indurre al suicidio tre compagni di fabbrica, il giudice può, come fece la Corte di Cassazione il 6 giugno 2018 sul caso di Pomigliano, decidere di guardare il dito e non la luna e condannare i lavoratori e non gli autori del reato che i lavoratori denunciano.

Nella società divisa in classi la legge non è uguale per tutti, ma è uno degli strumenti con cui una classe domina l’altra: questo vale in generale, con eccezioni che confermano la regola, e vale quindi anche nel caso dell’articolo 2105. Un caso recente e dei più gravi è quello denunciato in forma anonima da un operaio dell’Hitachi di Pistoia alla sezione locale del Partito dei CARC sul licenziamento di Antonio Vittoria, ex delegato UGL dell’azienda perché, dice la lettera, ha messo in luce “cose che non devono essere viste” come il fatto che il numero degli incidenti sul lavoro è superiore a quanto dichiarato dall’azienda. L’azienda che si è fatta bella per avere fermato per pandemia la produzione prima di altre e più di altre, oltre a garantirsi di recuperare il “lavoro perduto” con sabati lavorativi a fine stato d’emergenza, a chiedere cassa integrazione allo Stato e a usare le ferie degli operai, ha approfittato della situazione per licenziare Vittoria il 12 marzo.

Questo “obbligo di fedeltà” vieta la libertà di parola e dichiara la fabbrica territorio in cui non vigono i diritti costituzionali e il padrone se ne fa scudo contro la pena per i reati che compie. Tanto più lo farà nelle aziende cui il governo lascia libertà di mantenere la produzione in questo stato d’emergenza. Gli operai si ammasseranno nelle fabbriche, il padrone deciderà se usare o meno i dispositivi di protezione e le misure protettive contando sul fatto che i controlli sulla sicurezza nel posto di lavoro poco c’erano prima e meno ce ne saranno ora, si “autodichiarerà” in regola e terrà il fucile puntato sui lavoratori che osano affermare il contrario, lascerà magari a sindacati compiacenti anche il diritto di fare proteste inconcludenti. Nel peggiore dei casi se i suoi reati verranno alla luce rischia una multa. Gli operai e tutti i lavoratori invece rischiano la vita e quindi non possono consentire che i padroni agiscano secondo il loro arbitrio, tacendo per “obbligo di fedeltà”, per mantenere la “segretezza”. Possono reagire in più modi.

Dove ci sono rapporti di forza che lo consentono, e cioè organizzazioni operaie legate alle masse popolari che il padrone non è in grado di attaccare, devono denunciare pubblicamente (ai giornali, alle amministrazioni comunali, alle ASL, alla Protezione Civile, all’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (ARPA), ecc.) condizioni insicure sia ai fini della prevenzione del contagio sia quelle che c’erano anche prima dell’epidemia e indicare le cose che occorre fare per garantire la sicurezza di chi lavora.

Dove i rapporti di forza sono sfavorevoli, devono mandare lettere anonime (ai giornali, alle amministrazioni comunali, alle ASL, alla Protezione Civile, all’ARPA, ecc.).

Se i lavoratori non se la sentono di agire pubblicamente ma hanno informazioni circostanziate (con ad esempio nome e cognome dei dirigenti responsabili dei fatti denunciati e simili), le devono inviare al (n)PCI che provvederà a renderle pubbliche e quindi a farle oggetto di lotta politica. Possono farlo

–  usando il programma PGP, vero “garante della privacy”. Le istruzioni per installarlo sono in www.nuovopci.it/comrapid/2019/05/Rapid_05.html. Le istruzioni sono precise e i documenti criptati con questo sistema non sono decriptabili se non da chi ha le chiavi per farlo, e cioè autore e destinatario;

–  con PGP ciò che scrivono non è leggibile, ma l’importante non è che il padrone venga a sapere che qualcuno lo sta denunciando. Importante è che non sappia chi lo fa. Quelli che lo fanno garantiscono la loro “privacy” con il programma TOR, che consente loro di trasmettere il loro documento. Con TOR creano una postazione ignota ai controllori, cioè un indirizzo di posta elettronica con nome fittizio e da questo indirizzo scrivono al destinatario. Le istruzioni per farlo sono in www.nuovopci.it/corrisp/Istruzioni_Tor_Browser_05.06.15.pdf.

I padroni pretendono la segretezza, cioè la libertà d’agire colpendo con l’articolo 2105 chi svela i loro crimini e le loro malefatte. La segretezza da mettere in campo quando serve è invece quella di denunciare liberamente crimini e malefatte dei padroni, libertà che possiamo e dobbiamo prenderci e per la quale il (n)PCI mette a disposizione i suoi mezzi. La conquista di questa libertà è una vittoria nella guerra che la classe operaia diretta dal suo Partito conduce contro la borghesia imperialista. È conquista sul terreno dei rapporti di produzione e nel campo del controllo del processo produttivo che l’operaio deve impiegare fin d’ora per preservare ed elevare di livello la vita di tutte le classi oppresse e in particolare della classe operaia, che da questa crisi e dalle pressioni cui è sottoposta può capire quanto la sua funzione è indispensabile alla vita dell’intero paese. Indispensabile quale è, può decidere dell’assetto politico ed economico del paese, può dirigerlo e può farlo con il suo strumento, il suo Partito comunista. I padroni senza la classe operaia non possono fare niente, lo si vede da quanto strillano in queste settimane per fare tornare gli operai in fabbrica nonostante l’epidemia in corso. La classe operaia invece non ha affatto bisogno dei padroni e unita nel suo Partito comunista può fare tutto.

Possiamo cominciare a farlo ora. Aboliamo il diritto dei padroni a mettere i loro crimini e le loro malefatte sotto silenzio, denunciandoli o pubblicamente o in forma segreta, come sopra indicato, in forma anonima e rivolgendosi al Partito quando è necessario. Non sottostiamo alla legge quando è fatta per gli interessi dei padroni e contro gli interessi degli operai! Prendiamoci la libertà di agire contro quelle leggi e poniamo le basi per nuove leggi che sanciranno il diritto della società nuova, la società socialista, il nostro futuro, che già oggi possiamo cominciare a vedere e vediamo!

Bando al panico e al disfattismo!

Viva il governo delle masse popolari organizzate!

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Riprodurre e affiggere ovunque, con le dovute cautele, la locandina di pag. 72 di La Voce 64: vedere che il (n)PCI clandestino è presente infonde fiducia nei lavoratori e smorza l’arroganza dei padroni!

Inviare alla Delegazione delegazione.npci@riseup.net l’indirizzo email di ogni conoscente e di ogni organismo a cui può essere utile ricevere i Comunicati del Partito

Mettersi in contatto con il Centro del Partito (usando il programma di criptazione PGP e il programma per la navigazione anonima TOR) e cimentarsi sotto la sua guida nella costruzione di un Comitato di Partito clandestino nella propria azienda, scuola, caserma o zona d’abitazione!

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