Avviso ai naviganti 93 – Lettera aperta a Fosco Giannini

16 Set
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16 settembre 2019

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Lettera aperta a Fosco Giannini, responsabile Dipartimento Esteri PCI

Caro compagno,

ho letto con interesse il tuo articolo del 20 agosto scorso, Sul movimento comunista dell’UE: analisi del passato, stato delle cose e compiti per ora e per il domani . In esso ti rivolgi a tutti quelli che in Italia si considerano comunisti e in effetti tratti temi che ci riguardano tutti. In sintesi, tu sostieni 1. che, tolta l’Europa, nel resto del mondo nonostante la caduta dell’URSS siamo in una fase di “tenuta, consolidamento e sviluppo del movimento comunista”, di “vitalità e centralità politica e sociale di tanti partiti comunisti nel mondo extra UE”: a conferma citi in primo luogo il Partito Comunista Cinese (PCC) e la Repubblica Popolare Cinese (RPC); 2. che la crisi del movimento comunista nei paesi europei deriva dall’adozione nel 1976 dell’Eurocomunismo (Enrico Berlinguer) e che per ognuno dei partiti comunisti la crisi è tanto più grave quanto più strettamente il partito ha aderito all’Eurocomunismo e vi è rimasto ancorato. E dimostri la tua seconda tesi riportando la successione temporale dei risultati elettorali di vari partiti comunisti dell’UE e nei casi del PCI e del PCF anche quella dei loro iscritti.

Come rimedio per l’Italia proponi che tutti i comunisti si uniscano e costituiscano “un luogo unitario di ricerca ove possa iniziare la ricerca collettiva e il confronto politico e teorico di tutte le forze comuniste”. E il tuo partito, il PCI di cui è segretario Mauro Alboresi, si è fatto in questi mesi promotore di iniziative perché i vari frammenti di Rifondazione Comunista (il PCI, La Città Futura, Fronte Popolare, il residuo PRC di Maurizio Acerbo e altri) si uniscano e diventino il centro dell’opposizione all’UE e alla NATO e ai governi che impongono le direttive UE e NATO alle masse popolari italiane.

Il contesto in cui le formuli rende particolarmente importanti la tua analisi e la tua proposta. A causa del catastrofico corso delle cose che la borghesia imperialista impone al mondo intero, anche in Italia proletari avanzati, intellettuali e sindacalisti sono in numero crescente alla ricerca del “vero partito comunista” nonostante il lavorio di evasione dalla realtà, di diversione dell’attenzione dalla lotta di classe e di denigrazione del movimento comunista che la borghesia e il clero svolgono con tutte le risorse di cui dispongono. Un numero ancora più vasto di elementi avanzati delle masse popolari e di intellettuali sono alla ricerca di qualche via per porre fine al catastrofico corso delle cose.

Ti propongo qui di seguito alcune riflessioni che mostrano che nell’analisi non vai abbastanza a fondo e che quindi la proposta di rimedio lascerà il tempo che trova: “bisognerebbe fare…”, “occorrerebbe …”. A mia volta conto sulla tua disponibilità a esprimere le tue obiezioni a quanto scrivo.

Che i partiti comunisti formatisi in Europa a partire dalla fondazione nel marzo 1919 dell’Internazionale Comunista (IC) non fossero all’altezza del loro compito di instaurare il socialismo nei rispettivi paesi, lo affermarono Lenin assai presto ( L’estremismo malattia infantile del comunismo è del 1920) e, a seguire, Stalin e altri fino a Zdanov nel 1947 alla riunione di fondazione del Cominform e ai tentativi protrattisi fino al 1951 di Stalin di spostare Togliatti a Praga promuovendolo alla testa del Cominform per rimuoverlo dalla direzione del PCI. La coscienza che quei partiti dovevano trasformarsi è alla base della campagna per la bolscevizzazione lanciata dall’IC, della decisione presa dall’Internazionale nell’autunno 1923 di mettere A. Gramsci alla direzione del partito italiano e della lotta condotta da questi fino al suo arresto nel novembre 1926 ad opera del governo Mussolini e per volontà di Vittorio Emanuele III.

Che questa trasformazione non è avvenuta i fatti lo mostrano. Non hanno instaurato il socialismo in nessuno dei paesi europei (e nemmeno in alcuno degli altri paesi imperialisti). Che la causa di questo sta nell’inadeguatezza dei rispettivi partiti comunisti è tesi inoppugnabile per tutti quelli che sono convinti che le condizioni oggettive necessarie per instaurare il socialismo nei paesi europei esistevano già al tempo della prima Guerra Mondiale. In sostanza già allora Lenin sosteneva che i comunisti russi prendevano il potere non perché convinti di essere in condizioni adeguate per porsi loro alla testa della rivoluzione socialista mondiale. Lo prendevano perché si trovavano nelle condizioni di riuscire a prenderlo ed erano convinti di aprire così la via ai partiti socialisti degli altri paesi, più avanzati della Russia: questi avrebbero ben presto approfittato della breccia aperta dai russi e preso la testa della rivoluzione socialista mondiale.

Per contestare che il motivo della mancata instaurazione del socialismo è l’inadeguatezza dei partiti comunisti bisogna ritenere, come lo ritengono ad esempio Oliviero Diliberto (ex segretario del PdCI) ed altri, che le condizioni oggettive per instaurare il socialismo non sono ancora state raggiunte in nessuna parte del mondo neanche oggi ( Ricostruire il partito comunista , Oliviero Diliberto, Vladimiro Giacché, Fausto Sorini, Marx XXI 2011 pag. 50-51). In realtà Diliberto & C ciurlano nel manico. Parlano di transizione al comunismo (e ovviamente il sistema di relazioni sociali in cui viviamo non è comunista), la chiamano di soppiatto transizione al socialismo e poi tirano la conclusione che non ci sono le condizioni per instaurare il socialismo. A partire da Marx, Critica del programma di Gotha di Marx (1875), nel movimento comunista per socialismo intendiamo non il comunismo, ma un sistema sociale di transizione dal capitalismo al comunismo. Esso è caratterizzato da tre elementi: 1. il governo del paese (il potere politico) nelle mani delle masse popolari organizzate aggregate intorno al partito comunista e guidato dall’obiettivo della transizione dal capitalismo al comunismo; 2. la gestione pianificata pubblica dell’attività economica del paese mirata all’obiettivo di soddisfare i bisogni individuali e collettivi della popolazione, 3. la promozione, con tutti i mezzi del potere sociale, della crescente partecipazione della popolazione, in particolare delle classi che la borghesia esclude, alle attività specificamente umane (gestione delle attività politiche e sociali del paese, cultura, sport, ecc.). Il primo atto dell’instaurazione del socialismo è semplicemente la conquista del potere.

Quelli che non condividono le tesi di Diliberto & C, che erano state anche le tesi di Kautsky e della II Internazionale (“non bisognava prendere il potere in Russia…”), non possono non ammettere che il PCI non è stato capace di condurre il proletariato a prendere il potere nonostante la grande varietà di situazioni economiche e politiche in cui si è trovato dal 1921 al suo scioglimento nel 1991. Il PCI fondato nel gennaio 1921 a Livorno è diventato il centro di raccolta e di orientamento di una parte importante dei proletari e delle masse popolari italiane (oltre 2 milioni di iscritti e nelle elezioni politiche 1976 fino a 12.6 milioni di voti su 40.4 milioni di elettori); è stato in qualche misura alla testa di un movimento di lavoratori che ha strappato alla borghesia importanti conquiste di civiltà e di benessere, arrivate al culmine nel periodo che intercorre tra l’Autunno Caldo del 1969, il Compromesso Storico del 1973, la svolta CGIL dell’EUR verso la concertazione e la compatibilità (1976), l’Eurocomunismo (1976) e il divorzio Banca d’Italia – Tesoro (1981). Ma, bada bene, neanche nel momento della loro massima forza il PCI indirizzò i Consigli di Fabbrica a prendere il potere. Come e più di quanto lo erano già stati i partiti della II Internazionale il PCI è stato promotore dell’aggregazione sociale (circoli, cooperative, associazioni di mutuo soccorso, ecc.) e dell’attività culturale di ampie masse popolari. Ma nel corso degli anni che corrono dalla vittoria della Resistenza nel 1945 allo scioglimento nel 1991, il PCI ha messo sempre più in sordina perfino nella propaganda l’obiettivo dell’instaurazione del socialismo ed è sempre più diventato solo il partito delle rivendicazioni, della partecipazione alla lotta politica borghese e agli organismi elettivi della democrazia borghese, della lotta in combutta con lo Stato borghese contro i gruppi che si proponevano e promuovevano la conquista del potere e l’instaurazione del socialismo: i gruppi marxisti-leninisti ( Nuova Unità e gli altri) sorti a partire dal 1964, le Brigate Rosse e le altre Organizzazioni Comuniste Combattenti sorte negli anni ‘70.

La lezione assimilata dal proletariato italiano e dal resto delle masse popolari in questa variegata esperienza lunga di decenni è che le conquiste che in certi contesti economici e politici le masse popolari strappano alla borghesia con le lotte rivendicative, con le proteste e con la partecipazione alla lotta politica borghese, le perdono quando cambia il contesto. I comunisti, cioè gli individui che pretendono di avere la comprensione più avanzata delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta tra le classi (Marx ed Engels, Manifesto del partito comunista , 1848), sbagliano se oggi eludono il fatto che le masse popolari hanno assimilato questa lezione, anche se non ne sono consapevoli. Esse hanno assimilato anche la lezione dettata dal grande sviluppo in ogni campo raggiunto dall’Unione Sovietica e dalla sua sopravvenuta decadenza, arrivata questa al punto che negli anni ’70 Enrico Berlinguer esprimeva l’evidenza quando proclamava che si era esaurito il ruolo propulsivo del progresso dell’umanità che l’URSS di Lenin e di Stalin aveva svolto nella prima parte del secolo XX (che Berlinguer traesse da questo la conclusione che si sentiva “più sicuro sotto l’ombrello delle NATO” e collaborando con la DC, era cosa dettata dalla sua concezione del mondo e dal suo schieramento nella lotta di classe). Queste lezioni sono oggi parte del senso comune delle masse popolari italiane. Le lezioni derivanti dall’esperienza sono rafforzate dall’opera incessante di controrivoluzione preventiva svolta dalla borghesia e dal clero. Noi comunisti dobbiamo tenerne conto quando valutiamo il comportamento attuale delle masse popolari: la loro resistenza spontanea a fronte alle varie manifestazione della crisi generale del capitalismo e la loro indifferenza o addirittura avversione nei confronti dei gruppi comunisti.

In un dato momento della storia del nostro paese, il PCI era diventato centro di aggregazione di tanta parte delle masse popolari e soprattutto dei proletari e ancora più degli operai italiani. Lo era diventato tramite la resistenza dei suoi membri sotto il fascismo e la monarchia, il suo legame con l’URSS e l’ondata della rivoluzione proletaria che l’esistenza e i successi dell’URSS avevano suscitato nel mondo intero, la guerra vittoriosa che aveva condotto contro i nazifascisti dal settembre 1943 all’aprile 1945 e le grandi aspettative che aveva suscitato al punto che la Repubblica Pontificia doveva combinare, sotto la direzione di Alcide De Gasperi, la repressione guidata da Mario Scelba con le concessioni promosse da Amintore Fanfani.

Quel patrimonio Palmiro Togliatti prima e poi Enrico Berlinguer lo hanno poco a poco svilito e dilapidato con l’inganno e a forza di promesse eluse. Alcide De Gasperi aveva realisticamente spiegato a Togliatti che un paese in cui le aziende che producono beni e servizi sono proprietà dei capitalisti, i tre grandi partiti (DC, PCI e PSI) che avevano voti, consenso e seguito tra le masse non erano in grado di governarlo senza l’assenso e il sostegno del quarto partito che non aveva voti ma era costituito da “quelli che hanno i soldi” (così pudicamente De Gasperi indicava i capitalisti che avevano i soldi e dovevano valorizzarli). Invece di guidare il PCI a mobilitare la parte avanzata delle masse popoli a spazzar via “la dittatura della borghesia” (il potere di “quelli che hanno i soldi”) e instaurare “la dittatura del proletariato”, cioè delle masse popolari avanzate e organizzate attorno al PCI, Togliatti aveva guidato il PCI a imboccare la via che nell’VIII congresso (1956) battezzò ufficialmente “via italiana al socialismo” mentre l’ala sinistra del PCI (campione Pietro Secchia) non sapeva che far la fronda e lamentarsi come illustrato nell’articolo Pietro Secchia e due importanti lezioni in La Voce n. 26, luglio 2007.

La tua analisi non spiega come e perché il PCI, sorto nel 1921 per instaurare il socialismo in Italia in collaborazione con l’opera analoga svolta dai comunisti sovietici e dagli altri partiti dell’IC, è approdato all’Eurocomunismo e poi allo scioglimento; come mai dalle sue ceneri è sorto il PRC di Fausto Bertinotti e la frammentazione che ne è seguita assieme alla disaffezione se non avversione delle masse popolari nei confronti di tutti questi frammenti sul piano elettorale e nel tessuto sociale.

Quanto alla proposta, essa si riduce a proporre che tutti i frammenti si mettano insieme e facciano al corso catastrofico delle cose e ai governi che lo impongono l’opposizione che con ben altre forze a suo tempo il PCI ha fatto alla Repubblica Pontificia e al regime DC. Perché le masse popolari ritornino a votare per il “luogo unitario comunista” che proponi e ad aggregarsi attorno ad esso, basterebbe che i vari frammenti si aggregassero e adottassero una posizione radicale sui nove “temi che con altri attendono il movimento comunista dell’UE”. Nella frammentazione poi vedi solo gli aspetti negativi (essa deriva dall’abbandono dell’obiettivo: l’instaurazione del socialismo), non gli aspetti positivi: gli sforzi per individuare le cause del fallimento dei partiti comunisti formatisi nell’IC, per trovare e verificare la forma della rivoluzione socialista nel nostro paese e darsi la struttura necessaria per promuoverla con successo.

Il bilancio dell’esperienza del PCI fissatasi nel senso comune delle masse popolari deve quindi riguardare l’intero periodo della sua esistenza, tanto più che lo stesso fallimento come partito che si proponeva di instaurare il socialismo è comune, per quanto riguarda i paesi imperialisti (europei, USA e Giappone), a tutti i partiti comunisti nati nell’IC.

L’altro aspetto dell’analisi che proponi soleva una grave questione. Tu dici che nel mondo “oltre cento partiti comunisti si autodefiniscono tali e operano concretamente nei propri paesi”, che essi contano “circa 100 milioni di militanti e più 70 milioni di militanti nelle rispettive organizzazioni giovanili”, che essi “orientano in verità la vita quotidiana e concreta di circa la metà dell’intera popolazione mondiale”. Ma se nel mondo il movimento comunista tutto sommato avanza, perché il corso delle cose è così catastrofico?

In realtà gran parte delle forze e della popolazione mondiale a cui ti riferisci sono costituite dal PCC e dalla popolazione della RPC. In effetti la Repubblica Popolare Cinese con la svolta del 1976 (fine della Rivoluzione Culturale Proletaria e avvento alla direione del PCC del gruppo di Teng Hsiao-ping e dei suoi seguaci) ha abbandonato il proposito di Mao Tse-tung di assumere il ruolo lasciato cadere dall’Unione Sovietica di Kruscev e di Breznev di base rossa delle rivoluzione proletaria nei paesi oppressi e nei paesi imperialisti. Nel corso degli ultimi quaranta anni con un processo di sviluppo graduale e pacifico della proprietà capitalista delle forze produttive è diventata il più grande sistema economico facente capo a un unico centro politico. In sintesi la RPC ha realizzato con successo il programma di azione internazionale (“il campo socialista non deve occuparsi dei movimenti rivoluzionari dei paesi oppressi e dei paesi imperialisti, ma sviluppare la sua attività economica e competere con il campo capitalista per l’egemonia economica e politica nel mondo”) definito per i paesi socialisti da Kruscev al XX Congresso del PCUS nel 1956. Con Breznev l’attuazione di questo programma portò invece l’URSS a decadere fino alla dissoluzione del 1991. Perché lo stesso programma generale ha prodotto effetti opposti nei due paesi? Per la diversa condizione della lotta tra le classi nei due paesi, l’URSS e la RPC, quando adottarono lo stesso programma generale. Proprietà pubblica delle aziende e loro autonomia finanziaria (sulla base della compra-vendita di beni e servizi) combinate con la selezione dei dirigenti non in base al loro dedizione alla causa del comunismo ma solo in base all’assolvimento dei compiti specifici dell’organismo a cui erano preposti (“non importa se il gatto è rosso o nero, basta che prenda i topi”) hanno portato l’URSS alla decadenza e al disfacimento. L’apertura del sistema di produzione di beni e servizi agli investimenti e alla direzione di gruppi capitalisti stranieri e ai capitalisti cinesi, il tutto sotto la direzione dello Stato ha portato la RPC a contendere l’egemonia economica e politica mondiale sia ai gruppi imperialisti che fanno capo al governo USA sia ai gruppi imperialisti che fanno capo a UE-BCE, mentre contemporaneamente si acutizza il contrasto tra questi due raggruppamenti (USA e UE-BCE). Tu chiami il risultato raggiunto dalla RPC avanzamento del movimento comunista. Ma quale influenza esercita sulle masse popolari e sul proletariato e gli operai USA e UE l’attività internazionale della RPC? Eppure il malessere e il malcontento sono grandi e crescenti tra le masse popolari USA e dei paesi UE. Il successo elettorale dei Donald Trump, dei Matteo Salvini, dei Boris Johnson e di altri personaggi simili confermano il malessere, il malcontento e l’avversione crescente delle masse popolari nei confronti dei gruppi dirigenti che impersonano il “programma comune” adottato dalla borghesia imperialista (eliminazione delle conquiste, guerre, globalizzazione, speculazione finanziaria, ecc.) dopo che negli anni ’70 ha ripreso la direzione del corso delle cose. Tuttavia la RPC non ha su di esse niente di paragonabile, anche lontanamente, all’influenza che l’Unione Sovietica esercitava sulle masse popolari dei paesi imperialisti e nelle file della stessa borghesia nella prima metà del secolo scorso nonostante la sua arretratezza economica e l’incapacità rivoluzionaria dei partiti comunisti della IC. In che senso dunque la RPC rappresenta un movimento comunista che avanza?

La conclusione delle mie riflessioni è che ogni comunista, ogni gruppo comunista più che aggregarsi con altri mantenendo ognuno i suoi pregiudizi e la sua autonomia organizzativa, deve dare risposte precise ai motivi che hanno reso incapaci di instaurare il socialismo i partiti comunisti dei paesi imperialisti che erano sorti nell’ambito della IC e della prima ondata della rivoluzione proletaria che nella prima parte del secolo scorso hanno cambiato il mondo. Devono dare risposte precise, tirarne conclusioni e verificarle nella pratica della lotta tra le classi in corso oggi. Per dare efficacia alla loro azione, devono aggregarsi anzitutto tra loro sulla base delle conclusioni che tirano dal bilancio, nelle forme che sono anch’esse dettate dal bilancio e dall’analisi delle condizioni della lotta tra le classi in corso. Il mio partito, il (nuovo)Partito comunista, lo ha fatto. I quattro temi da discutere nel movimento comunista internazionale (2016) sono un’enunciazione sintetica del bilancio, delle conclusioni e della linea (esposti in dettaglio nel Manifesto Programma del (n)PCI e nella rivista La Voce . Il movimento comunista rinascerà, uscirà dalla crisi attuale non grazie all’aggregazione di gruppi comunisti eterogenei attorno a un programma comune di opposizione al corso delle cose mantenendo ognuno i suoi pregiudizi e la sua autonomia. Il partito comunista non è il più radicale dei partiti di opposizione al catastrofico corso delle cose e ai governi che l’impongono. È il promotore della rivoluzione socialista, che elabora il piano di guerra contro la borghesia e mobilita le masse popolari a condurla fino a prendere il potere e instaurare il socialismo. Le mobilita a partire dalla resistenza spontanea ma diffusa che già le masse popolari e principalmente i proletari e gli operai, spontaneamente oppongono al catastrofico corso delle cose (alla delocalizzazione delle aziende, alla distruzione del tessuto produttivo, alla devastazione dell’ambiente, alle gradi opere dannose utili solo alla speculazione finanziaria, alla disgregazione sociale, alla privatizzazione dei servizi, ecc.) per elementare e intrisa di senso comune che la loro resistenza spontanea sia. Le mobilita a creare un nuovo sistema di potere che sostituisca quello della borghesia fino ad avere la forza per costituire un proprio governo d’emergenza.

Queste sono questioni a cui oggi deve rispondere chi vuole uscire dal pantano in cui è l’umanità. In particolare anche chi è preoccupato della combattività delle masse. Se le masse dei lavoratori potessero organizzarsi, mobilitarsi e combattere senza organizzazioni e senza dirigenti, che ci starebbero a fare organizzazioni e dirigenti? Che ci starebbero a fare i comunisti? Per trasformare le masse popolari in combattenti della rivoluzione socialista, i comunisti devono anzitutto trasformare se stessi in promotori del piano di guerra con il quale le masse popolari prenderanno il potere.

Le risposte a queste domande sono indispensabili a ogni comunista, quindi anche a te. Conto quindi di riceverle e ti porgo cordiali saluti.

Giuseppe Maj

redattore di La Voce e membro del CC del (nuovo) Partito comunista italiano
nuovopci@riseup.net http://www.nuovopci.it

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