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15 Ago
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15 agosto 2019

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Un esercito che combatte per una giusta causa e impara dalla sue sconfitte
è destinato a vincere!

Le lezioni del fallimento dell’operazione di rafforzamento del Centro clandestino del (n)Partito comunista italiano, che all’inizio dell’anno con orgoglio e gioia abbiamo annunciato ai comunisti e a tutti quelli che non accettano di subire il catastrofico corso delle cose imposto dalla borghesia imperialista.

I compagni Angelo D’Arcangeli e Chiara De Marchis che con generosità e slancio in gennaio si erano arruolati nel Centro clandestino del Partito non hanno avuto la forza di persistere nel loro impegno e hanno abbandonato il posto di lotta che avevano occupato, nonostante l’indicazione contraria del CC che li ha esortati a persistere, certo che avremmo risolto le difficoltà che il nuovo ruolo aveva suscitato in ognuno dei due compagni e superato i problemi che la loro integrazione nel Centro clandestino aveva messo in luce.

È un colpo duro per il Partito. Per il lavoro che essi avevano incominciato a svolgere, ma soprattutto per gli effetti demoralizzanti che la loro diserzione, in particolare di un dirigente come Angelo, può avere nelle file della Carovana del (n)PCI e nella sua prima cerchia (meno ci interessa la gioia maligna degli avversari del Partito e meno ancora quella dei nostri nemici di classe). La linea con cui affrontiamo questo colpo è “trasformare la sconfitta in vittoria”: limitare i danni nelle nostre file e nella prima cerchia, ma soprattutto comprendere meglio e propagandare le condizioni della guerra popolare rivoluzionaria che promuoviamo. La chiave di volta è elevare nelle nostre file e nella prima cerchia la comprensione della natura, degli ostacoli e delle opportunità della rivoluzione socialista in un paese imperialista.

La lezione che traiamo da questa sconfitta è che avevamo sottovalutato le difficoltà psicologiche che i compagni incontrano a vivere in clandestinità, isolati dal contesto sociale in cui quotidianamente vivono, recitando in pubblico una parte che non corrisponde al loro stato d’animo e ai loro sentimenti e d’altra parte inseriti in un organismo di duro lavoro retto dai principi del centralismo democratico. Oggi la clandestinità è una scelta che deriva dal bilancio della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale: esso indica chiaramente che nei paesi imperialisti la rivoluzione socialista deve avere la forma di una guerra popolare rivoluzionaria. La clandestinità non è un’imposizione del nemico di classe, come lo divenne ad esempio quando alla fine del 1926 il regime fascista mise fuorilegge i comunisti. Questo rende la clandestinità più difficile da praticare, sia perché c’è la possibilità di tornare indietro sia perché è una scelta meno comprensibile al senso comune delle masse popolari. È una scelta che richiede una profonda assimilazione della scienza comunista o quantomeno la disponibilità ad acquisirla e la tenacia per farlo.

Il Centro clandestino del Partito, la struttura esecutiva delle decisioni del Comitato Centrale, dell’Ufficio Politico e del Segretario Generale del (n)PCI, è un collettivo militare, l’ufficio dello Stato Maggiore della guerra popolare rivoluzionaria. Ogni compagno che entra nel Centro clandestino deve alimentarsi, fare esercizio fisico, studiare, gestire le attività correnti della propria vita secondo principi, criteri e regole ben definiti, dettati dal compito che il collettivo svolge e dal ruolo che ogni compagno ha in esso: una condizione difficile per ognuno, “intollerabile” per chi è ancora succube della sua formazione nella borghesia o nell’aristocrazia proletaria. Un compagno che si arruola nel Centro clandestino non ha una vita di cui può disporre liberamente, né come individuo né come coppia. Si arruola in un corpo militare: ogni membro ha suoi compiti, orari, regole di vita, procedure da seguire, una gerarchia a cui sottostare o in cui inserirsi. Ogni membro apparentemente recita una parte compatibile con la clandestinità (vive come da copione, come membro della popolazione di un dato strato e una data professione), ma in realtà vive la vita del membro di una struttura militare che non appare pubblicamente come tale.

La diserzione di Angelo e Chiara conferma la difficoltà di costruire in un paese imperialista il partito comunista di cui c’è bisogno per promuovere la rivoluzione socialista e portare la classe che ne è protagonista (gli operai delle aziende capitaliste e, a scalare, i lavoratori delle aziende pubbliche, il resto del proletariato, il resto delle masse popolari) a prendere il potere e avviare la transizione al comunismo.

In un paese imperialista lo sviluppo della rivoluzione socialista è principalmente se non unicamente un problema di “capi”: scarseggiano gli uomini che la promuovono e dirigono, dato che questi devono venire per gran parte dall’esterno della classe che deve fare la rivoluzione, la classe operaia (che la borghesia in linea di massima esclude dalle attività specificamente umane [vedi il nostro Manifesto Programma , nota 2 ]). Era quello che già cento anni fa Lenin spiegava a Giacinto Menotti Serrati (vedasi l’Avanti 16.12.1920 Lettera aperta Risposta di un comunista unitario al compagno Lenin ) inorridito dal fatto che Lenin diceva che “il problema della rivoluzione socialista in Italia è solo un problema di capi” e che “il partito socialista italiano non è mai stato e non è ancora un partito rivoluzionario”.

Per una migliore comprensione di questa difficoltà rinviamo a Lenin stesso (1. Cinque anni di rivoluzione – relazione 13.11.1922 al IV Congresso dell’IC, 2. Note di un pubblicista, cap. III), ma anche al capitolo 1.3.3 del nostro Manifesto Programma e all’articolo Le tre trappole di La Voce 54.

La difficoltà a fare la rivoluzione socialista in un paese imperialista in sostanza nasce

1. dal fatto che le condizioni in cui la borghesia li fa vivere distolgono sistematicamente i proletari dall’acquisizione degli strumenti intellettuali e morali (formazione e abitudine allo studio e al lavoro scientifico, abitudine a organizzare e dirigere) necessari per assimilare intellettualmente la concezione comunista del mondo; di conseguenza chi non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare dalla vittoria della rivoluzione socialista, non ha lo strumento essenziale per promuoverla: la scienza delle attività con le quali gli uomini fanno la loro storia,

2. dal fatto che gli individui che dispongono delle condizioni necessarie all’acquisizione degli strumenti intellettuali e morali (formazione e abitudine allo studio e al lavoro scientifico) necessari per assimilare intellettualmente la concezione comunista del mondo, appartengono di regola a classi che hanno qualcosa da perdere con la vittoria della rivoluzione socialista. Quindi la loro adesione ai compiti pratici della rivoluzione socialista, la loro dedizione alla causa, la loro disponibilità a sacrificare la propria vita ad essa (a subordinare i vari aspetti della propria vita e organizzarla in funzione dei compiti che gli vengono assegnati e al ruolo che svolge nella rivoluzione socialista, ad affrontare il carcere e altri rischi, ecc.), sono precari.

Non dobbiamo confondere le dichiarazioni convinte e sincere di essere disposti, con l’effettiva disponibilità pratica a farlo, ad attenersi nel corso della pratica alla sinceramente dichiarata disponibilità. Un conto è essere convinti di una cosa, proclamarla (come hanno fatto Angelo e Chiara nelle dichiarazioni relative alla loro partenza per le quali rimandiamo al Comunicato CC 1/2019 – 6 gennaio 2019), altro conto è farla. Ognuno di noi, come migliaia di persone, è portato dall’esperienza sua e dalle vicende della sua vita a imboccare le vie della militanza comunista, ma persistere, assimilare la concezione comunista, imparare a usarla nella lotta politica, imparare a sviluppare e a elevare la resistenza e la disperazione delle masse popolari al livello di lotta, di conquista e di esercizio del potere, tutto questo non è scontato che segua.

Quindi i cedimenti di singoli compagni sono un rischio effettivo, al quale facciamo fronte con la compartimentazione e con la formazione. Dobbiamo soprattutto elevare la formazione, dato che solo una profonda assimilazione della concezione comunista del mondo mette l’individuo al riparo da sbandate dovute a difficoltà, stati d’animo, ecc.

La ricaduta di questo nel campo della cura e formazione degli uomini e delle donne è che bisogna anzitutto alimentare la comprensione delle condizioni, forme e risultati della lotta di classe e la capacità di mobilitare e orientare nella guerra, se si tratta della formazione di un quadro. L’aspetto principale della formazione dei quadri non sta nel lavoro sulla loro personalità e mentalità, come se la formazione di un quadro comunista consistesse nel far sgorgare quello che l’individuo avrebbe in sé dalla nascita o che la sua storia ha formato in lui. Benché occorra anche alimentare il suo fisico e i suoi sentimenti, la formazione di un comunista consiste principalmente nel renderlo capace di orientarsi da sé nella lotta di classe e di orientare compagni e proletari. La sua dedizione alla causa si rafforza man mano che impara a orientarsi e a orientare.

Il metodo di far emergere da un individuo quello che è già in lui e che dipende dalla classe in cui si è cresciuto, dalla storia della sua formazione e da circostanze analoghe (secondo le concezioni di Rousseau, Montessori e simili) è uno strumento ausiliario e complementare per aiutare un compagno a superare ostacoli legati alla sua formazione di classe e al contesto della società attuale in un paese imperialista. I nostri risultati in campo organizzativo sono limitati dal fatto che non combiniamo l’attività organizzativa con la propaganda, basata questa sulla concezione comunista del mondo e sulla capacità quindi di comprendere e spiegare condizioni, forme e risultati della lotta di classe.

 

Negli attuali paesi imperialisti e nel nostro paese in particolare avanzare nella capacità di orientarsi nella lotta di classe e di orientare compagni e proletari è la base per trasformare anche la propria mentalità e personalità, per organizzare la propria vita coerentemente con il fatto che stiamo conducendo una guerra e con il ruolo che ognuno di noi assume in essa, per mettere la causa del comunismo davanti a tutto.

Negli attuali paesi imperialisti , dopo il periodo del “capitalismo dal volto umano” (1945-1975) e i quarant’anni di graduale eliminazione delle conquiste che le masse popolati avevano strappato alla borghesia quando il movimento comunista era forte nel mondo e la borghesia aveva paura di perdere tutto, sotto l’azione pervasiva del sistema di controrivoluzione preventiva ( Manifesto Programma , capitolo 1.3.3) e delle tre trappole ( La Voce 54), anche i compagni di buona volontà non sono temprati alle condizioni pratiche e morali dell’oppressione di classe e della dura lotta che dobbiamo condurre. Questo vale in particolare per compagni che sono nati e si sono formati nell’ambiente della borghesia o dell’aristocrazia proletaria (La Voce 62, pag. 13). Solo un alto livello di assimilazione della scienza marxista può compensare in questi compagni lo scetticismo, il pessimismo, il nichilismo e la rilassatezza inestricabilmente insiti nella cultura borghese della fase imperialista, fase della decadenza del capitalismo e di avanzamento della rivoluzione socialista.

È una trasformazione della mentalità e della personalità, del carattere, che i compagni persistenti compiranno comunque, perché necessaria per la guerra che dobbiamo promuovere. Essi si tempreranno e diventeranno capaci di promuovere e dirigere le masse popolari che instaureranno il socialismo. Un comunista è in grado di mobilitare e guidare a combattere, ognuno a rischio della propria libertà e della propria vita, i volontari che si arruolano nella guerra che il Partito promuove, solo se è lui stesso temprato a dedicare la propria vita alla causa. Avere la buona volontà di farlo e dichiararlo è la premessa, ma ognuno si tempra solo praticandolo. È una scuola che ogni compagno che assume compiti dirigenti deve fare al livello del ruolo che svolge.

Nel nostro paese in particolare dobbiamo lottare contro la scissione tra teoria e pratica frutto dell’eredità negativa sul piano intellettuale (dipendenza intellettuale, inerzia) e morale (doppia e tripla morale) che caratterizza il nostro paese dall’epoca della Controriforma (secolo XVI) ed è stata alimentata dal lungo periodo (1947-1973) di predominio dei revisionisti moderni che proclamavano l’obiettivo del socialismo ma non lo perseguivano nella pratica. In sostanza la teoria non è una guida per l’azione (compresa la propria condotta di vita), ma una proclamazione di buone intenzioni nel migliore dei casi o una “chiacchiera da salotto e da bar” nel peggiore. Per constatare la diffusione del fenomeno, basta guardare ai nostri giorni: quanti sono quelli che gridano al “fascismo dilagante” senza cambiare nulla nella loro linea, nella loro struttura organizzativa, nella loro azione?

 

Nel movimento comunista non sono stati rari i casi di compagni che in determinati momenti, di fronte a determinate scelte non sono stati all’altezza del livello a cui erano e hanno ceduto. Noi auspichiamo che i due compagni che, contro l’indicazione del CC, hanno disertato il loro posto di combattimento trovino la forza per riprendersi e occupare un posto di lotta adeguato alle loro forze attuali e a quello che hanno imparato lottando nella Carovana del (n)PCI. La nostra lotta è grande e tutti quelli che vi vogliono prendere parte trovano il posto adeguato a combattere e, combattendo, a crescere.

Quello che hanno fatto di positivo resta e i compagni che essi hanno formato alla lotta di classe valorizzeranno la scuola che hanno fatto. La gioia maligna dei nemici di classe e di tutti quelli che contrastano il consolidamento e il rafforzamento del Partito sarà di breve durata.

Il cedimento, per quanto rovinoso e dannoso, non cancella quello che ognuno dei due compagni ha fatto di positivo, nei differenti posti di lotta che ha occupato negli anni passati. In particolare quello che Angelo d’Arcangeli dalla posizione di responsabile nazionale del Settore Organizzazione del P.CARC ha insegnato dal 2014 al 2018 a molti compagni resta giusto, anche se personalmente non ha superato l’esame della pratica in cui si era lanciato.

La nostra causa è giusta, è nell’interesse delle masse popolari italiane e del movimento comunista!

La guerra popolare rivoluzionaria che promuoviamo contro la Repubblica Pontificia è necessaria!

Impariamo dai nostri errori e quindi vinceremo!

**************

Rubrica - Dibattito Franco e Aperto

Una Risposta a “Avviso ai naviganti 91”

  1. Rosario 08/15/2019 a 5:12 PM #

    Mi piace di più l’ultima parte del comunicato che, secondo me confligge un Po con la prima…
    l’appello/invito lanciato a loro di trovare la giusta collocazione e molto razionale perché tiene conto delle difficoltà, comunque relazionate nel comunicato stesso, a praticare scelte che stanno nella mente e trasformarle in scelte che sconvolgono la propria esistenza e che solo nella pratica se ne può trarre la giusta sintesi.
    Io non parlerei di diserzione vera e propria, da un senso di colpevolezza, come se fare un esperienza che, anche se negativa è fallimentare, fosse una propria colpa per malafede e non per normale evoluzione dello stato psicologico che la scelta ha messo alla prova.
    Sono fiducioso, conoscendo Angelo e chiara, che accoglieranno l’invito a trovare la giusta collocazione anche tornando ad assumere il loro giusto ruolo nei carc a cui hanno dato un grande e valoroso contributo.
    Forza Compagni, abbiamo bisogno di voi come l’aria che respiriamo e sono sicuro che anche voi avete bisogno di noi. Costruiamo quel mondo nuovo cui nessuno sia costretto a dare tutto ma dove ognuno trovi la sua giusta collocazione un una società giusta, socialista dove la vita sia degna di essere vissuta. ✊❤️

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