Avviso ai naviganti 80

18 Feb

18 febbraio 2018

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Lenin sul comunismo “di sinistra”

Appello agli operai membri e seguaci di AsLO-Operai Contro

Gli operai per liberare se stessi dal capitalismo devono mobilitare e guidare le altre classi oppresse a porre fine al sistema capitalista, rendersi indipendenti dai capitalisti e legare a sé le altre classi oppresse e sfruttate delle masse popolari!

 

La polemica tra Partito dei CARC e Operai Contro mette in gioco due divergenti concezioni del mondo e della lotta di classe: una secondo la quale gli operai per liberarsi dal capitalismo devono mobilitare e guidare tutte le classi oppresse e l’altra secondo la quale gli operai dovrebbero rendersi indipendenti dalle masse popolari e pensare solo a se stessi.

“Voi sembrate a voi stessi “terribilmente rivoluzionari”, cari astensionisti e antiparlamentaristi, ma in realtà vi siete spaventati per le difficoltà relativamente piccole della lotta contro le influenze borghesi in seno al movimento operaio, mentre la vostra vittoria – cioè l’abbattimento della borghesia e la conquista del potere politico da parte del proletariato – creerà quelle stesse difficoltà in misura ancora maggiore, incommensurabilmente maggiore. Vi siete spaventati come bambini per una piccola difficoltà che oggi vi sta di fronte, e non capite che, domani o dopodomani, dovrete pure imparare, imparare a fondo, a vincere le stesse difficoltà, in proporzioni incommensurabilmente maggiori” (Lenin, Conclusioni sbagliate da giuste premesse, cap. 4 dell’Appendice di L’“estremismo”, malattia infantile del comunismo).

 

Con queste parole Lenin nel maggio 1920 si rivolgeva ai comunisti “di sinistra” italiani dell’epoca, in particolare ad Amadeo Bordiga, futuro primo segretario generale del Partito comunista italiano (che sarebbe nato otto mesi dopo, il 21 gennaio 1921 a Livorno) e caposcuola in Italia di molte “piccole chiese” (ci gioviamo dell’espressione usata da Operai Contro a proposito dei gruppi marxisti-leninisti nelle sue discussioni con Piattaforma Comunista) a una delle quali facevano capo, quanto a concezione del mondo e della lotta di classe, coloro che quarant’anni fa fondarono Operai Contro e a cui fanno sostanzialmente capo ancora oggi i dirigenti di Operai Contro e dell’Associazione per la Liberazione degli Operai (AsLO), fautori di un “partito indipendente degli operai”, oltre che vari dirigenti di sindacati alternativi e di base.

Operai Contro nasce a metà degli anni ’70 dalla dissoluzione del Partito Comunista (marxista-leninista) Italiano – Servire il popolo e per capire le caratteristiche del gruppo e la logica dell’attività che ha svolto è necessario considerare il contesto in cui nacque.

La svolta degli anni ’70.

Oggi sempre più nettamente emerge che proprio negli anni ’70 è avvenuta una svolta importante nella storia dell’umanità. Tre furono i caratteri fondamentali di quella svolta.

1. Una rottura generale nel movimento comunista costituita

1.1. dall’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale: nei primi paesi socialisti con il consolidamento della direzione dei revisionisti moderni (sconfitta della Rivoluzione Culturale Proletaria e avvento dei  revisionisti moderni al potere anche nella Repubblica Popolare Cinese); nei paesi imperialisti con la confluenza (in Italia il “compromesso storico”, in Francia il “programma comune” con Mitterrand, in Spagna la “transizione democratica”, ecc.) dei partiti comunisti guidati dai revisionisti moderni nella sinistra borghese; nei paesi oppressi dalle rivoluzioni antimperialiste di liberazione nazionale alla reintegrazione nel sistema imperialista mondiale (neocolonialismo);

1.2. dalla dimostrazione dell’incapacità dei gruppi marxisti-leninisti (in Italia casi esemplari furono il PCd’I – Nuova Unità e il PC(m-l)I – Servire il popolo) di costruire partiti comunisti capaci di promuovere la rivoluzione socialista;

1.3. dalla deviazione verso il militarismo dei gruppi della lotta armata esplosa in molti paesi imperialisti al culmine del capitalismo dal volto umano, deviazione che in Italia avrebbe determinato la fine del progetto delle Brigate Rosse di “ricostruire il partito comunista tramite la propaganda armata” e la loro sconfitta.

2. La ripresa in mano da parte della borghesia imperialista della direzione del corso delle cose a livello mondiale, direzione che il movimento comunista le aveva strappato a partire dal 1917 con la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre in Russia e la costruzione dell’Unione Sovietica di Lenin e di Stalin: esso per alcuni decenni aveva costretto la borghesia imperialista a “rincorrere il movimento comunista”, a darsi come “programma comune” a livello mondiale il soffocamento del movimento comunista.

3. Il passaggio del sistema imperialista mondiale dal capitalismo dal volto umano alla seconda crisi per sovraccumulazione assoluta di capitale con il connesso inizio della nuova “situazione rivoluzionaria in sviluppo” che dura tutt’ora. In Italia questo passaggio si concretizzò, nel campo della borghesia imperialista nel “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia e nell’inizio della privatizzazione dei servizi e del settore pubblico dell’economia, nel campo delle masse popolari 1. nella svolta del movimento sindacale verso la compatibilità delle richieste sindacali con le esigenze dei capitalisti e la concertazione della politica economica tra le “parti sociali”: Stato, associazioni padronali e sindacati di regime (la svolta dell’EUR capeggiata da Lama, lo scioglimento dei Consigli di Fabbrica e la dissoluzione della Federazione Lavoratori Metalmeccanici) e 2. nella nascita, per reazione spontanea, del sindacalismo alternativo (ai sindacati di regime) e di base (COBAS).

È in questo contesto che il gruppo Operai Contro ha iniziato la sua storia. Esso ha svolto per anni il ruolo positivo di promuovere la mobilitazione di alcuni operai nella lotta di classe in un periodo in cui la borghesia e la sinistra borghese diffondevano a piene mani tra gli operai e tra le masse popolari disfattismo, demoralizzazione, dissociazione dalla lotta di classe e pornografia (“droga, sesso e rock’nd roll”). Tuttavia non ha assolto e non poteva né può assolvere al compito storico di promuovere la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato perché, influenzato dal comunismo “di sinistra” di una delle “piccole chiese” bordighiste, ha interpretato e tuttora interpreta l’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria come effetto del “tradimento degli intellettuali” e per intellettuali intende i fautori della tesi leninista (Che fare? cap. 2a, Opere complete ER (1958) vol. 5 pag. 346) che “la coscienza dell’irriducibile antagonismo fra gli interessi degli operai e tutto l’ordinamento politico e sociale attuale”, cioè la coscienza comunista, non nasce spontaneamente tra gli operai, ma deve essere portata agli operai dai comunisti. Al contrario il bilancio dell’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria mostra irrefutabilmente che il suo esaurimento è stato l’effetto dell’insufficiente comprensione di aspetti essenziali delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe nei paesi imperialisti e nel mondo da parte della sinistra dei partiti comunisti (cioè da parte dei loro membri più decisamente dediti alla causa della rivoluzione).

Come si sono combinati e hanno interagito nella formazione del gruppo Operai Contro i vari e contrastanti elementi della svolta degli anni ‘70?

 I partiti comunisti nati nei paesi imperialisti sulla spinta della Rivoluzione d’Ottobre (1917) e dell’Internazionale Comunista (1919) erano falliti come promotori della rivoluzione socialista e dell’instaurazione del socialismo. La lunga “situazione rivoluzionaria in sviluppo” della prima parte del secolo si era conclusa senza che in alcun paese imperialista essi instaurassero il socialismo. Ma solo i partiti realmente rivoluzionari sono capaci di trarre profitto dalla critica dei propri errori e dal bilancio delle proprie sconfitte. I bordighisti invece sorvolavano sul fatto che essi (al pari degli anarchici e delle correnti “rivoluzionarie” della II Internazionale, antileniniste e antisovietiche) nel corso della lunga crisi attraversata dall’umanità dalla prima alla seconda guerra mondiale non avevano saputo fare nulla di meglio di quello che avevano fatto i partiti che si pretendevano marxisti-leninisti. Questo è particolarmente clamoroso in Italia: infatti i bordighisti erano stati addirittura alla testa della sezione italiana dell’Internazionale Comunista fino al 1923, quindi proprio nel periodo decisivo della vittoria del fascismo (la marcia su Roma è dell’ottobre 1922). I bordighisti si accontentavano di sostenere che il fallimento dei partiti comunisti e l’esaurimento della prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria confermavano che era stato giusto il rifiuto, proprio di Bordiga e dei suoi seguaci, in generale della concezione (il marxismo-leninismo) che aveva guidato i bolscevichi alla vittoria dell’Ottobre 1917 in Russia e nella costruzione dell’Unione Sovietica di Lenin e di Stalin e in particolare della concezione leninista del Partito comunista. Su ispirazione di una di queste “piccole chiese” del bordighismo i promotori di Operai Contro ravvisarono nel “tradimento degli intellettuali” (intesi come sopra indicato) la causa del fallimento del movimento comunista di cui essi erano stati membri: la conclusione che ne trassero fu che gli operai dovevano trovare da soli la propria strada.

Promotori di Operai Contro furono infatti un gruppo di operai, diventati rivoluzionari di professione del PC(m-l)I – Servire il popolo. Delusi dal PC(m-l)I scioltosi nel 1975 e influenzati da alcuni intellettuali di una delle “piccole chiese” bordighiste, essi si dedicarono quindi senza risparmio di energie a diventare essi stessi intellettuali e infine a lanciare (il primo lancio è del 1991: Proposta – Associazione per la Liberazione degli Operai) la costruzione di un partito composto solo da operai (con l’aggiunta – a conferma del fatto che spesso la realtà impone i suoi diritti anche a chi opera con idee sbagliate – di “intellettuali che faticosamente hanno fatto i conti con l’ideologia dominante e vogliono contribuire alla liberazione degli operai, portando elementi di educazione” – questa è la formulazione correntemente usata negli scritti di Operai Contro). Un’idea, quella del partito composto (nelle intenzioni dei suoi promotori) solo da operai, che già era invalsa in Italia ai primordi del movimento socialista ed era approdata tra il 1882 e il 1886 alla costituzione del Partito Operaio Italiano (POI). La sua storia è riassunta a pag. 3 del n. 135 (aprile 2015) della rivista Operai Contro rintracciabile in http://www.operaicontro.it. In questo riassunto Operai Contro presenta la storia del POI come precedente di buon augurio per il successo della sua impresa attuale del partito indipendente degli operai. A questo fine usa il criterio – usuale tra i bordighisti – che il Partito socialista di Turati & C. (che prese il posto del POI) ha fallito nel compito di instaurare il socialismo. Operai Contro ovviamente dimentica

– di inquadrare l’opera del POI nel contesto e nella fase in cui si svolse. In Italia la classe operaia stava ancora distinguendosi dalla borghesia e dai settori di lavoratori residui del mondo feudale (artigiani, garzoni, ecc.). Nel mondo il socialismo scientifico (la nuova scienza, fondata da Marx e da Engels, delle attività con le quali gli uomini fanno la loro storia) stava ancora facendo i conti, in termini di concezione del mondo e della lotta di classe, con il socialismo borghese, clericale e piccolo-borghese e con l’anarchismo. Il socialismo scientifico esprimeva la condizione e gli obiettivi degli strati più avanzati e coscienti del proletariato industriale dei paesi in cui il modo di produzione capitalista era più sviluppato (specialmente Inghilterra, Francia e USA). Il secondo esprimeva le aspirazioni di quei settori borghesi e clericali che volevano sterilizzare o addirittura eliminare dalla società moderna gli elementi che potevano rivoluzionarla e dei settori piccolo-borghesi, sospesi tra borghesia e proletariato, che si vedevano minacciati dallo sviluppo della grande industria. Il terzo esprimeva i sogni e alimentava i pregiudizi degli strati sottoproletari e popolari  delle regioni e dei paesi economicamente arretrati (come la Spagna, l’Italia, alcune regioni della Francia meridionale, ecc.);

– di distinguere, nell’opera svolta dal POI, l’avanzato (il contributo all’organizzazione degli operai e alla loro diversificazione dalla borghesia, dai settori piccolo-borghesi, dagli strati sottoproletari), dall’arretrato (il restare sul terreno delle rivendicazioni economico-sindacali – sulle quali non a caso anche Operai Contro si è per un lungo periodo attestato, ammesso che con il partito indipendente degli operai ne voglia uscire).

Una soluzione sbagliata a un problema reale della rivoluzione socialista: l’elevazione della coscienza e dell’organizzazione degli operai e delle altre classi oppresse.

Dalla sensazione, imposta dalla borghesia e dalla sinistra borghese, che l’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria cancellava i risultati che le classi e i popoli oppressi avevano raggiunto grazie all’ondata di lotte e di rivoluzioni sollevata dalla vittoria della Rivoluzione d’Ottobre e dalla costruzione del socialismo nell’Unione Sovietica di Lenin e di Stalin e dall’attribuzione al “tradimento degli intellettuali” della responsabilità delle difficoltà via via più gravi in cui dopo la svolta degli anni ’70 si dibatteva la classe operaia, i promotori di Operai Contro hanno tratto la conclusione che gli operai dovevano imporsi di diventare essi stessi degli intellettuali perché altrimenti finiscono sotto la direzione di intellettuali provenienti da altre classi e questi prima o poi tradiscono. Con ciò essi hanno dato una risposta sbagliata ma apparentemente semplice al problema dell’elevazione della coscienza e dell’organizzazione degli operai (ma anche di tutte le classi oggi oppresse) che è un aspetto essenziale della rivoluzione socialista e della transizione dell’umanità al comunismo: l’opera alle cui future difficoltà si riferisce Lenin nella citazione che abbiamo posto all’inizio di questo Avviso ai naviganti.

Vediamo infatti, per sommi capi, il percorso storico in cui la rivoluzione socialista si innesta.

La lotta per strappare alla natura quanto necessario alla propria esistenza ha fatto nascere nella notte dei tempi la divisione dell’umanità in classi sociali. Infatti per condurre con successo quella lotta l’umanità doveva sviluppare le proprie forze produttive. Per sviluppare le proprie forze produttive gli uomini dovevano sviluppare le proprie risorse intellettive, capire di più per agire con maggiore successo. In una situazione in cui per procurarsi di che vivere l’individuo lavorava fino all’esaurimento della proprie forze, per sviluppare le proprie forze intellettive (nonostante l’esaurimento delle forze prodotto nel singolo individuo dal lavoro corrente necessario per strappare alla natura quanto necessario a vivere) bisognava che alcuni individui si dedicassero allo sviluppo delle forze intellettive e quindi che le condizioni materiali della loro esistenza fossero prodotte dal lavoro di altri. Da qui nacque la divisione dell’umanità in classi sociali.

Erano i membri delle classi che vivevano grazie al lavoro di altri che sviluppavano le attività intellettive a livelli superiori: sviluppandole, queste classi svolgevano un ruolo progressivo per tutta l’umanità. Le classi che vivevano grazie al lavoro degli altri si diedero anche i mezzi per imporre alle classi dominate di lavorare quanto necessario e in generale di rispettare l’ordinamento sociale a questo scopo connesso. Da qui nacque lo Stato. Il tema è sviluppato da Engels nell’Anti-Dühring nella parte dell’opera dedicata a confutare la tesi di Dühring: questi sosteneva che la divisione dell’umanità in classi sociali era nata dalla violenza di alcuni uomini sugli altri e poggiava sulla violenza esercitata dallo Stato (la tesi fondante dell’anarchismo).

Mao Tse-tung riassume l’analisi sopra svolta dicendo che nella nostra epoca l’umanità è impegnata in tre lotte: la lotta contro la natura per strapparle quanto necessario alla propria vita, la lotta di classe (delle classi oppresse contro le classi dominanti per liberarsi da esse e di queste per imporre alla classi oppresse il proprio dominio) e la ricerca scientifica.

 Con il capitalismo l’umanità (la specie umana) ha risolto il problema della propria sopravvivenza: è in grado di produrre tutto quanto necessario alla propria esistenza. Deve però adottare nuove regole (a partire dalla pianificazione della produzione e della distribuzione di beni e servizi) necessarie a gestire la propria attività senza distruggere ma anzi migliorando il resto della natura e se stessa.

La divisione in classi è quindi storicamente superata (Marx – Lettera a Joseph Weydemeyer 5 marzo 1852). L’ordinamento sociale capitalista ostacola l’elaborazione e l’introduzione di queste regole e impedisce la trasformazione intellettuale e morale della massa della popolazione dei paesi imperialisti e dei paesi oppressi dal sistema imperialista mondiale (le classi oppresse e sfruttate e i popoli oppressi): l’umanità deve quindi superare il capitalismo e con esso la divisione in classi (sorta ben prima del capitalismo: il capitalismo è la sua ultima edizione). Questo richiede il passaggio a un ordinamento sociale superiore indicato a grandi linee nel Manifesto del partito comunista (1848): il comunismo. Per elaborare e introdurre questo ordinamento sociale superiore, stante la sua natura, occorre che tutti i membri dell’umanità esercitino a un livello adeguato le proprie attività intellettive (le attività del pensare, quelle che nella nota 2 pag. 250 del Manifesto Programma del (n)PCI – Ed Rapporti Sociali 2008, rintracciabile in http://www.nuovopci.it, sono chiamate le attività specificamente umane), le attività umane superiori.

L’esclusione della massa dei membri delle classi oppresse dalle attività umane superiori è un aspetto essenziale della divisione dell’umanità in classi sociali di oppressori e oppressi, di sfruttatori e sfruttati. Anche dopo che la lotta delle classi oppresse e sfruttate, che caratterizza gli ultimi millenni della storia dell’umanità, è entrata nella sua fase conclusiva (la fase della lotta del proletariato moderno contro la borghesia che approderà al comunismo e all’eliminazione della divisione dell’umanità in classi sociali) la massa della popolazione (quella che noi nel cap. 2.2 del Manifesto Programma indichiamo con l’espressione “masse popolari”, formate dalle classi oppresse e sfruttate, da coloro che riescono a vivere solo se riescono a lavorare) ha alle attività umane superiori un accesso ristretto e manipolato dalle classi dominanti, sotto molti aspetti analogo a quello che ha al cibo il povero che si nutre delle briciole che cadono dalla tavola del ricco che egli mantiene con il proprio lavoro.

Ma oramai da più di centocinquant’anni (il Manifesto del partito comunista scritto da Marx ed Engels è del 1848) si è formato e si sviluppa nel mondo il movimento comunista cosciente e organizzato. In esso i proletari più attivi e favoriti da circostanze fortuite (la cui diffusione cresce man mano che cresce il movimento comunista) diventano, grazie a un particolare impegno personale, membri dell’intellettuale collettivo, il Partito comunista, che promuove la mobilitazione e l’organizzazione dei proletari e li guida nella lotta per emanciparsi dalla borghesia eliminando il capitalismo e creando la società comunista di cui il socialismo è il primo stadio. Per la posizione particolare che occupano nella società borghese gli operai costituiscono, tra le classi oppresse, la sola che è in grado di porsi alla testa della rivoluzione socialista. I tratti oggettivi che rendono gli operai moderni capaci, più delle altre classi oppresse, di recepire e assimilare la concezione comunista del mondo che il Partito comunista (se è fondato solidamente sul marxismo) porta loro e di costruire la nuova società che questa concezione mostra dover succedere alla società borghese, perché soluzione delle sue contraddizioni antagoniste e fatta con i presupposti che la società borghese stessa già contiene, sono tre:

1. la loro contrapposizione, anche se sulla base del senso comune borghese (la vendita della propria forza lavoro, il prezzo di questa e le condizioni della sua vendita), alla classe principale e portante della società capitalista, la borghesia;

2. l’essere dalla borghesia stessa, per i suoi propri interessi, riuniti numerosi in un unico luogo (le aziende e le città), costretti a collaborare e ad associarsi tra loro superando la concorrenza tra operaio e operaio per la vendita ognuno della propria forza lavoro;

3. l’essere abituato ognuno di loro a svolgere un suo ruolo in un meccanismo produttivo di un’unica merce, la quale in generale non entra (e comunque se entra vi entra solo come una componente tra tante altre) nel consumo diretto del  lavoratore stesso e che è il risultato del meccanismo produttivo a cui concorrono molti lavoratori con ruoli diversi e mai il risultato del lavoro del singolo lavoratore su elementi attinti direttamente in natura.

Ritornando ai promotori di Operai Contro, essi hanno avuto una reazione non scientifica (cioè non basata sull’analisi dell’esperienza) allo sfacelo a cui il PCI diretto dai revisionisti moderni aveva portato la classe operaia e al fallimento dei gruppi rivoluzionari di cui avevano fatto parte e che li circondavano. Non sono ripartiti facendo il bilancio dell’intera storia del movimento comunista e quindi dall’appropriarsi del patrimonio teorico di cui questi era frutto, la scienza elaborata da Marx ed Engels: questo fu il loro limite. Si afferrarono invece ad una soluzione da senso comune suggerita da una delle “piccole chiese” bordighiste: gli operai dovevano concentrare le proprie forze sulla soluzione dei propri problemi particolari. Con questa soluzione sfuggivano a quello che in quegli anni era il pericolo maggiore: l’abbandono, la dissociazione dalla lotta di classe favorita, oltre che dalla sconfitta, anche dalle tesi disfattiste di cui erano portatori gli operaisti e in particolare Toni Negri (il superamento già avvenuto del capitalismo e la fine del ruolo politico della classe operaia, la sua “integrazione nel sistema”). Questo fu l’aspetto positivo della loro opera.

Questa soluzione implicava il rischio che gli operai concentrassero le proprie forze sui problemi particolari e immediati della propria classe, i problemi rivendicativi: il posto di lavoro, le condizioni di lavoro, il salario, i diritti acquisiti nel periodo del capitalismo dal volto umano, quello che in una parola chiamiamo l’economicismo.

Ma la realtà è messa in modo tale che gli operai possono risolvere (e risolveranno) su larga scala e definitivamente i propri problemi particolari solo portando le classi oppresse e sfruttate a superare il capitalismo. La crisi generale del capitalismo non lascia scampo. Superare il capitalismo e instaurare il socialismo è oggi concretamente necessario all’umanità e il tentativo della borghesia (e del suo clero) di opporsi è un tentativo vano e disperato, benché produca già oggi danni enormi e possa produrne di superiori e benché l’instaurazione del socialismo richieda una grande mobilitazione delle forze da parte delle masse popolari e in primo luogo la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato.

I dirigenti di Operai Contro e dell’AsLO si illudono (e illudono quelli che li seguono) che gli operai possano porre fine alla loro esclusione dal patrimonio spirituale dell’umanità (alla loro relegazione ai margini delle attività intellettuali) e all’intossicazione sistematica delle idee e dei sentimenti che la borghesia ha dovuto aggiungere alle religioni di un tempo (quello che nel nostro Manifesto Programma cap. 1.3.3 abbiamo indicato con l’espressione “primo pilastro del regime di controrivoluzione preventiva” e che abbiamo sviluppato nell’articolo Le tre trappole di La Voce n. 54). Si illudono di farlo perseguendo la creazione di un partito composto solo da operai, del partito degli operai indipendente (dal resto delle masse popolari), del partito “puro” degli operai (anche se, come già detto sopra, ad esso per forza di cose lasciano accedere anche gli “intellettuali che faticosamente hanno fatto i conti con l’ideologia dominante e vogliono contribuire alla liberazione degli operai, portando elementi di educazione”).

In realtà questa esclusione degli operai non è risolubile su larga scala in seno alla società borghese. Inoltre essa non colpisce solo gli operai ma il complesso delle masse popolari. Per di più (ed è una novità di questi anni) le borghesia cancella sempre più ogni divisione netta (contrattuale, legislativa, organizzativa, logistica) tra operai e il resto del proletariato (con il lavoro precario, il lavoro part-time, i “lavoretti”, il lavoro somministrato, il lavoro interinale, le ditte appaltatrici, i contratti individuali, ecc.). L’eliminazione dell’esclusione dalle attività intellettive è l’aspetto spirituale (intellettuale e morale) della rivoluzione socialista e della transizione dell’umanità dal capitalismo al comunismo. È quello che, riferendolo, nella fase attuale, al periodo della rivoluzione in corso che porterà all’instaurazione del socialismo, quindi trattando solo dei membri del Partito comunista, indichiamo con l’espressione “riforma intellettuale e morale”. L’eliminazione su grande scala, universale, dell’esclusione dalle attività intellettive la raggiungeremo per tappe e la prima tappa è la costituzione del partito dei comunisti. Con comunisti bisogna intendere coloro che  assimilano, applicano e sviluppano nella lotta delle classi oppresse e sfruttate contro la borghesia la scienza fondata da Marx ed Engels: la concezione comunista del mondo che oggi è il marxismo-leninismo-maoismo.

Il partito che serve agli operai per emancipare se stessi e le altre classi oppresse.

L’esperienza della prima ondata ha pienamente confermato [anche con il nulla che hanno combinato i gruppi che l’hanno rifiutata (socialisti, anarchici, ecc.), perfino quelli che pur aderendo in qualche misura alla rivoluzione sono rimasti sostanzialmente ancorati alle vecchie concezioni (trotzkisti, bordighisti, luxemburghiani, ecc.)], la tesi di Lenin (Che fare? – 1902) che il partito comunista è il partito degli operai intesi come lavoratori impiegati nelle aziende capitaliste. Quindi degli operai intesi non nel senso sociologico (del comportamento, delle abitudini, del vestiario, delle idee: insomma per tratti fenomenici) e neppure nel senso della professione che esercitano (manuale o “cognitiva”), del mestiere, del contratto di lavoro, ecc., nel senso in cui lo è ad esempio un sindacato e neppure perché gli operai sarebbero “spontaneamente comunisti”, ecc. È il partito degli operai nel senso che, tra tutte le classi oppresse e sfruttate, gli operai, per la loro esperienza e le condizioni pratiche in cui la società borghese li confina, sono la classe che è più delle altre capace di assimilare in massa (ossia su larga scala) e applicare in massa la concezione comunista del mondo e trasformare la società borghese nella direzione che le acquisizioni e contraddizioni della stessa società borghese comportano: è la classe che può e deve trascinare nella rivoluzione socialista le altre classi sfruttate e i popoli oppressi.

Stante la natura della rivoluzione socialista e del socialismo, la classe operaia può e deve quindi svolgere un ruolo che la distingue da tutte le altre classi popolari. Da qui l’importanza decisiva del lavoro operaio del Partito, l’importanza che nelle aziende e nei reparti si costituiscano Comitati di Partito capaci di svolgere il ruolo di Stato Maggiore della rivoluzione socialista nell’azienda e di espandere la loro influenza sulle masse popolari della zona, l’importanza che il Partito comprenda nelle sue file tutti o almeno gran parte degli operai più avanzati. Il Partito comunista è in grado di fare la rivoluzione socialista, cioè di promuovere e guidare la guerra popolare rivoluzionaria (intesa nel senso illustrato nel Manifesto Programma capitolo 3.3 pagg. 197-208) che è la strategia della rivoluzione socialista nei paesi imperialisti, solo se organizza nelle sue file gran parte degli operi avanzati. Il Partito comunista tuttavia non è il partito degli operai, ma il partito dei comunisti. Con la rivoluzione socialista la classe operaia non si limita a liberare se stessa dalla dipendenza dai capitalisti: essa riorganizza e deve riorganizzare l’intera società sulla base della concezione comunista del mondo e mobilita tutte le classi delle masse popolari a rompere con la sottomissione a classi dominanti e a diventare protagoniste dirigenti della propria vita elevando la propria coscienza e organizzandosi. Il Partito comunista è l’avanguardia organizzata della classe operaia nel senso che è elaboratore della concezione comunista del mondo, adotta come base della sua unità e guida della sua azione la concezione comunista del mondo che è la concezione del mondo grazie alla quale la classe operaia emancipa se stessa.

Questa è una questione che distingue noi comunisti da organizzazioni che pure si dichiarano comuniste, come Operai Contro, Partito Operaio Informale, Partito Comunista dei Lavoratori, Falce Martello (ora Sinistra Classe Rivoluzione) e altre.

Queste organizzazioni mettono l’accento sul fatto che i loro membri devono essere operai (anche se la loro effettiva composizione di classe non è adeguata alla loro teoria e alle loro aspirazioni). Queste organizzazioni ideologicamente sono ferme all’esperienza della prima Internazionale (1864-1874) e della seconda Internazionale (l’Internazionale Socialista 1889-1914), quando il principale compito storico era effettivamente quello che gli operai acquisissero in massa una coscienza di classe, quello di distinguere gli operai dalle altre classi delle masse popolari.

Noi comunisti invece poniamo l’accento sul fatto che gli operai membri del partito devono essere comunisti. La base dell’unità del Partito non è la classe, ma la concezione comunista del mondo. Quelle organizzazioni parlano di partito di  classe, noi di partito comunista. Parlano di governo operaio o di governo dei lavoratori, noi di dittatura del proletariato, uno Stato transitorio che si estingue man mano che viene eliminata la divisione in classi.

L’operaio comunista non è l’operaio che protesta, rivendica o comunque in qualche modo si ribella: milioni sono i lavoratori dipendenti o autonomi, i giovani e gli studenti, le casalinghe e gli immigrati che protestano, rivendicano o comunque in qualche modo si ribellano. Se non fosse così, la rivoluzione socialista sarebbe impossibile. Per protestare, rivendicare o comunque in qualche modo ribellarsi non occorre la concezione comunista del mondo: basta la concezione borghese del mondo. Questa, a differenza della concezione clericale (feudale, schiavistica) del mondo, spinge ogni individuo a “esigere ognuno la sua parte”. La coscienza spontanea dell’operaio nella società borghese è infatti una coscienza rivendicativa, all’organizzazione sindacale gli operai arrivano anche senza i comunisti. Per i comunisti l’organizzazione sindacale è uno dei mezzi per fare scuola di comunismo, ma perfino il clero e la borghesia in determinate condizioni promuovono e incoraggiano l’organizzazione sindacale degli operai per contrapporla al movimento comunista. In Italia in certi periodi addirittura abbiamo avuto organizzazioni sindacali bianche più combattive sul piano della rivendicazione sindacale delle organizzazioni sindacali legate strettamente al movimento comunista, ad esempio la FIM-CISL rispetto alla FIOM-CGIL.

L’operaio comunista è l’operaio

– che ha un progetto di società da costruire;

– che da subito, già oggi, mobilita, organizza e dirige gli altri lavoratori dipendenti o autonomi, i giovani e gli studenti, le casalinghe e gli immigrati che protestano, rivendicano o comunque in qualche modo si ribellano; li dirige a rendere la loro azione più efficace fino a costituire una forza capace di dirigere la società, le sue attività produttive di beni e servizi (le agenzie pubbliche che prenderanno il posto delle aziende capitaliste) e tutte le sue attività e di spazzar via gli ostacoli che la borghesia e il clero frappongono a questo risultato;

– che da subito, già oggi, mobilita, organizza e dirige le centinaia di migliaia di persone di buona volontà (delle classi intermedie e della stessa borghesia) professionalmente preparate che di fronte allo sfascio della società attuale sono disposte a mettersi al servizio delle organizzazioni operaie e popolari e in generale della rivoluzione socialista.

Senza l’attività del Partito comunista, guidato quindi dalla concezione comunista del mondo e adeguato all’opera da compiere (cioè capace di assimilare la concezione comunista del mondo e di tradurla nel particolare e applicarla nel concreto) non si ha rivoluzione socialista e instaurazione del socialismo

“L’estremismo” di Lenin a proposito delle concezioni che guidano i dirigenti di Operai Contro.

Ai dirigenti di Operai Contro e a quelli (operai, intellettuali “affaticati” o altri) che li seguono grazie agli aspetti positivi dell’opera svolta da Operai Contro) indichiamo lo scritto L’“estremismo”, malattia infantile del comunismo.

A conclusione della celebrazione del Centenario della Rivoluzione d’Ottobre e dell’esposizione degli insegnamenti principali per l’oggi che ricaviamo da essa, riassunti nel Comunicato CC 12/2017 (27 settembre 2017)), la redazione di La Voce ha rivisto il testo italiano sulla versione inglese curata personalmente da Lenin e l’ha messa a disposizione sul sito http://www.nuovopci.it, munita di presentazione e di note.

In questo scritto del 1920 Lenin analizza e confuta le dottrine dei comunisti “di sinistra” provenienti dalla II Internazionale e futuri membri fondatori dei partiti comunisti europei e USA. Quei comunisti “di sinistra” le cui concezioni Lenin aveva già indicato come caricatura del marxismo in uno scritto del 1916 (Intorno a una caricatura del marxismo). I riferimenti concreti di L’“estremismo” appartengono alla situazione del 1920 e il senso di ogni frase di Lenin è pienamente comprensibile solo riferendosi a quel contesto (la verità è sempre concreta: ogni affermazione è vera o falsa per il contesto concreto a cui l’autore si riferisce – la redazione di La Voce presume che le sue note aiuteranno in questo senso il lettore), ma

 – da una parte le argomentazioni di Lenin ben si attagliano alle dottrine che guidano i dirigenti di Operai Contro, dato che il comunismo “di sinistra” è una deviazione che rinasce continuamente nel corso del movimento comunista, perché ha a che fare con compiti essenziali del movimento comunista: costituire partiti comunisti che incarnano ed elaborano la coscienza della classe operaia in lotta per il potere; raccogliere nelle file di essi tutti o almeno gran parte degli operai più avanzati (i più devoti alla causa del comunismo, i più combattivi, i più ricchi di esperienza di lotta e di iniziativa, i più influenti e disciplinati); fare dei partiti comunisti lo strumento della direzione della classe operaia sul resto del proletariato e delle masse popolari. Proprio per questo il comunismo “di sinistra” si è manifestato su larga scala nel corso della prima ondata della rivoluzione proletaria, quando l’adesione al comunismo della parte avanzata della classe operaia era cosa fatta in tutti i paesi imperialisti d’Europa e negli USA e si trattava di guidarla a mobilitare il grosso del proletariato e delle altre classi delle masse popolari fino a prendere il potere,

– dall’altra l’elusione degli insegnamenti indicati da Lenin nello scritto citato (sintetizzati nella bolscevizzazione dei nascenti partiti comunisti) da parte delle sezioni dell’Internazionale Comunista nei paesi imperialisti (l’opera svolta da Antonio Gramsci a favore della bolscevizzazione tra la fine del 1923 e la fine del 1926 restò impresa effimera) spiega il loro fallimento nel compito di instaurare il socialismo.

A chi vuole approfondire.

Il (n)PCI si è già ampiamente occupato del comunismo “di sinistra” in La Voce n. 41 – luglio 2012 (Giù le mani da Antonio Gramsci!) e in La Voce n. 43 – marzo 2013 (Solo con una concezione giusta si è capaci di mobilitare quanto di positivo vi è anche dove predominano concezioni sbagliate). Esortiamo i destinatari di questo Avviso ai naviganti a leggerli. Avranno una comprensione più profonda delle divergenze implicite nella polemica in corso.

L’occasione di questo Avviso ai naviganti è infatti la salutare polemica in corso tra Operai Contro e il Partito dei CARC. A innescarla è stato un volantino (Contro la morte lenta dello stabilimento FCA di Mirafiori!) diffuso il 15 gennaio dalla sezione di Torino del Partito dei CARC alle porte della FCA Mirafiori. Sono seguiti:

– la critica del volantino indirizzata il 15 gennaio stesso da un operaio della Maserati (ex-Bertone) di Grugliasco al giornale online di Operai Contro (OC) Il CARC e i guardiani della Costituzione;

– la replica In risposta alla critica dei compagni di Operai Contro diffusa il 25 gennaio dall’Agenzia Stampa del P.CARC La Staffetta Rossa;

– la presa di posizione CARC ed Operai Contro messa online dalla redazione di OC il 31 gennaio;

– l’approvazione (L’operaio di Grugliasco sul CARC) della stessa da parte dell’operaio di Grugliasco messa online il 3 febbraio;

– la replica del P.CARC Alla redazione di Operai Contro diffusa il 9 febbraio da La Staffetta Rossa e messa online da Operai Contro il 14 febbraio;

– la nota Ai CARC di Operai Contro messa online lo stesso 14 febbraio.

Il corso catastrofico delle cose rende sempre più importante che gli operai assumano nella lotta di classe il ruolo che solo la classe operaia può svolgere e Operai Contro gode di un certo seguito tra operai. Abbiamo quindi ritenuto utile riassumere in questo Avviso ai naviganti, ad uso di tutti quelli (operai, intellettuali “affaticati” o altri) che sono attirati da Operai Contro, questioni fondamentali per quelli di essi che vorranno riflettere sul ruolo che la loro opera occupa nel quadro della rinascita del movimento comunista. Presumiamo però che sarà utile anche ad altri.

Per quanto invece riguarda la linea tattica da seguire in questi anni negli avvenimenti in corso, non entriamo in merito perché condividiamo pienamente quanto dichiarato dall’Agenzia Stampa del P.CARC nel suo articolo del 9 febbraio.

 Ai compagni che vogliono approfondire i problemi qui affrontati consigliamo anche la lettura dei seguenti scritti, presentati e annotati dalla redazione di La Voce.

Lenin – agosto 1916 – Sulla tendenza nascente dell’“economicismo imperialista”,

Lenin – settembre 1916 – Risposta a P. Kievski (IU. Piatakov),

Lenin – ottobre1916 – Intorno a una caricatura del marxismo,

Lenin – agosto 1921 – Lettera ai comunisti tedeschi,

Stalin – agosto 1921 – Il partito prima e dopo la presa del potere,

Stalin – febbraio 1925 – Lettera al compagno Me-rt,

A. Gramsci – febbraio 1926 – Cinque anni di vita del partito.

Il comunismo è il movimento di trasformazione dello stato presente delle cose (Marx ed Engels, L’ideologia tedesca, 1845-1846). La scienza di questo movimento è diventata il comunismo come scienza, progetto, obiettivo, aspirazione del movimento comunista cosciente e organizzato.

Questo progetto non sorge quindi spontaneamente negli operai come reazione e risposta all’oppressione e allo sfruttamento, come estensione della loro lotta spontanea per vendere meglio la loro forza lavoro, per attenuare lo sfruttamento. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia con le sole sue forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza rivendicativa, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati e in generale di organizzarsi, di lottare contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge o provvedimento necessario agli operai, ecc. La dottrina del comunismo è sorta da quelle teorie filosofiche, storiche, economiche che furono elaborate dai membri colti delle classi possidenti, gli intellettuali (Lenin, Che fare? cap. 2a, Opere complete ER (1958) vol. 5 pag. 346). Essa non riguarda principalmente la lotta degli operai come attori della società borghese (e quindi partecipi anche della concezione del mondo da venditori e compratori, da valorizzatori del capitale, da sfruttatori e da individualisti che le è propria), ma come costruttori di una nuova società: la società che lo studio del corso degli avvenimenti e soprattutto lo studio della società borghese (del modo di produzione capitalista) mostra dover succedere a quella borghese, perché soluzione delle sue contraddizioni antagoniste e fatta con i presupposti che la società borghese stessa già contiene. A noi comunisti il compito di portare gli operai e gli altri membri delle masse popolari a realizzarla. Questo è il compito che l’umanità deve assolvere nella nostra epoca. Nel partecipare a quest’opera ogni individuo trova anche il senso della sua vita.

L’assimilazione della concezione rivoluzionaria del mondo, il marxismo-leninismo-maoismo, è indispensabile per sviluppare il movimento rivoluzionario!

La rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato sulla base del marxismo-leninismo-maoismo è la sintesi dei compiti dei comunisti nella fase attuale!

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