La Voce 52 del (nuovo) Partito comunista italiano disponibile sul sito: riprodurla, leggerla, formare gruppi di studio, diffonderla!

17 Mar

Comunicato CC 03/2016 – 17 marzo2016

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La crisi generale della società borghese grava da ogni lato sull’umanità, rende difficile la vita alle masse popolari in ogni campo. Il corso catastrofico delle cose spinge gli elementi avanzati delle masse popolari, specialmente gli operai avanzati, a organizzarsi e combattere: quello di cui hanno bisogno è la linea da seguire per vincere la borghesia imperialista e il suo clero, costituire il Governo di Blocco Popolare e avanzare verso l’instaurazione del socialismo. Quello di cui hanno bisogno è l’organizzazione in cui arruolarsi: il nuovo Partito comunista italiano e la sua Carovana. Di questo tratta il numero 52 di La Voce.

VO 52 è dedicata all’unità dei comunisti. In che senso? Nel senso che indica ai membri del (n)PCI, ai membri della Carovana del (n)PCI e ai nostri collaboratori e simpatizzanti temi da trattare in tutte le occasioni che permettono di parlare o che essi stessi creano apposta per parlare

– a quelli che vogliono essere comunisti e quindi aspirano a unirsi in partito,

– a quelli che sono consapevoli della forza che ha avuto e della fiducia che ha suscitato in milioni e milioni di esseri umani il movimento comunista nel corso della prima parte del secolo scorso, quando portava nel mondo il messaggio di riscossa e di progresso lanciato 99 anni fa dalla rivoluzione sovietica sotto la direzione prima di Lenin e poi di Stalin,

– a quelli che cercano la via per porre fine all’attuale catastrofico corso delle cose che il sistema imperialista capeggiato dalla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti impone all’umanità.

La premessa del nuovo numero di La Voce è che i tentativi di ricostruire il partito comunista, di unire i comunisti sono efficaci solo se i loro promotori danno risposte vere alle domande poste dall’esaurimento (nella seconda parte del secolo scorso) della prima ondata della rivoluzione proletaria. Queste risposte noi in termini generali le abbiamo date nel Manifesto Programma del (n)PCI (2008) e nell’opuscolo I quattro temi principali da discutere nel Movimento Comunista Internazionale (2010).

Il nuovo numero di VO affronta alcuni temi particolari del pensiero e dell’attività dei comunisti.

Chi pensa di unire i comunisti semplicisticamente perché “uniti saremo più forti”, perde tempo, anche se personalmente non è un carrierista perso dietro l’obiettivo di strappare voti e avere un posto nelle istituzioni della Repubblica Pontificia, come lo sono Vendola, Ferrero, i parlamentari di Sinistra Italiana, i loro soci di Cosmopolitica e simili.

I comunisti erano uniti e si sono divisi. Erano forti e sono diventati deboli proprio perché non hanno dato risposte giuste a problemi che per avanzare dovevano risolvere. La classe operaia trascinava in avanti il resto delle masse popolari e ora non riesce più neanche a difendere le conquiste e i diritti che aveva strappato alla borghesia e al clero. Per questo il mondo va male e alcuni cialtroni vanno addirittura gridando che la classe operaia non è più in grado di dirigere la trasformazione di cui l’umanità ha bisogno.

Non è la forza della borghesia che ha indebolito il movimento comunista. La borghesia e il suo sistema di relazioni sociali sono marci e logori, sono al tramonto. La borghesia è forte solo perché i comunisti si sono indeboliti, non hanno dato risposte giuste ai problemi che la marcia in avanti dell’umanità poneva. Per questo ora la borghesia e il clero si agitano di nuovo come matti forsennati, infieriscono contro le masse popolari, in ogni angolo del mondo portano guerre, emigrazione, miseria, disastri ambientali e distruzione. È inutile lamentarsi, bisogna risolvere i problemi che hanno indebolito il nostro movimento. Quando noi avevamo una linea giusta, per alcuni decenni del secolo scorso inutilmente la borghesia imperialista e il suo clero hanno cercato con ogni mezzo di fermare il movimento comunista: esso sorgeva e avanzava ovunque nel mondo. Sta a noi comunisti darci i mezzi per riprenderci dalla sconfitta subita, per mobilitare, organizzare e dirigere le masse popolari a instaurare il socialismo. Possibile è possibile, anzi è l’unica via di salvezza e di progresso per l’umanità: sta a noi comunisti trasformare la possibilità in realtà.

VO 52 inizia (pagg. 1-3) indicando sei avvenimenti storici di cui nel 2016 cadono gli anniversari decennali: sei avvenimenti da cui possiamo ricavare insegnamenti di grande utilità per sviluppare la scienza delle attività con cui conduciamo la Guerra Popolare Rivoluzionaria (GPR) contro la Repubblica Pontificia.

Illustra quindi (pagg. 3-7) la necessità e l’utilità della propaganda: di portare la nostra scienza ai lavoratori avanzati e a tutti gli elementi avanzati delle masse popolari e indica alcuni criteri da seguire perché la nostra propaganda sia efficace. Ovviamente per portare la nostra scienza con efficacia e convinzione bisogna averla assimilata, ma occorre anche seguire alcuni criteri per portare chi ci ascolta ad avere fiducia nella nostra causa e nel fatto che anche lui può contribuire alla vittoria della rivoluzione socialista.

Prosegue (pagg. 8-33) con un invito al bilancio dei primi 30 anni (1985-2015) della GPR che conduciamo contro la Repubblica Pontificia e con uno sguardo alla cima a cui con la GPR tendiamo (pagg. 59-70).

Nel mezzo vi è il tema centrale (pagg. 34-58):

  1. il problema gnoseologico: materialismo dialettico contro scetticismo, post-modernismo, pensiero debole e tutte le altre correnti filosofiche con cui la borghesia imperialista cerca di convincere che gli uomini non possono conoscere la verità sulla società in cui viviamo e tanto meno costruire una scienza delle attività con cui fanno la loro storia. La borghesia mira a distogliere gli oppressi dalla lotta di classe, a convincerli che la nostra scienza, il marxismo-leninismo-maoismo, è falsa: in realtà ha paura, se le masse la assimilano, diventano una forza irresistibile;
  2. il senso della vita cercato (o, al negativo, la mancanza di una “ragione di vivere” lamentata) da singoli in particolare nei paesi imperialisti. A ogni individuo il senso della sua vita viene dal legame che egli ha con gli altri, perché è da questo legame che la vita di ogni individuo è costituita e alimentata. La nostra epoca è a cavallo tra due epoche:

– l’epoca della necessità: la specie umana è stata da sempre globalmente alle prese con la lotta per strappare alla natura di che nutrirsi e di che proteggersi dalle intemperie e dalle malattie; allora la “ragione di vivere” era a ogni individuo delle classi sfruttate dettata (travestita in vesti fantasiose e immaginarie, le religioni) dalle classi dominanti che via via sono state alla testa di questa lotta,

– l’epoca della libertà: nella nuova epoca gli uomini (intesi come associazione in cui il libero sviluppo di ogni individuo sarà la condizione del libero sviluppo di tutti) decideranno essi stessi del senso della propria vita; sarà la fine dell’alienazione del loro sistema di rapporti sociali.

Nella nostra epoca la lotta contro la natura è “storicamente superata” ma non ancora superata di fatto (a differenza di quanto sostengono cialtroni da Toni Negri, a Rossana Rossanda, ai loro soci ed epigoni). La libertà oggi si manifesta solo nel movimento comunista cosciente e organizzato. In questa epoca le classi dominanti non riescono più a inculcare efficacemente la loro “ragione di vivere”, perché non sono più alla testa dello sforzo che unisce la specie umana, sforzo che è “farla finita con loro e il sistema di relazioni sociali che esse impersonano”;

  1. sesso e famiglia: aspetti del rapporto individuo – società. Il legame dell’individuo con la società sta nel contributo che l’individuo dà all’opera comune e unificante che la società ha in corso, il cui compimento è condizione della sua sopravvivenza, è condizione per non essere travolta nel corso catastrofico che la borghesia imperialista ha impresso alle cose e impone;
  2. formazione dei comunisti: due contributi provenienti dal Centro di Formazione del P.CARC.

VO 52 chiude (pag. 72) con la direttiva e l’appello ai comunisti perché si diano anima e corpo, con scienza e arte al lavoro di mobilitazione, organizzazione e formazione di operai (aziende capitaliste) e lavoratori di aziende pubbliche (aziende pubbliche produttrici di merci o aziende produttrici di servizi pubblici o agenzie della Pubblica Amministrazione), basi politiche e territoriali della dittatura del proletariato che dobbiamo instaurare. È un lavoro che sono in grado di compiere in misura tanto più efficace quanto più hanno assimilato e imparato a usare la concezione comunista del mondo come metodo di conoscenza e di azione. Solo con l’ assimilazione e l’uso della concezione comunista del mondo sono in grado di farlo: la storia del movimento comunista cosciente e organizzato lo mostra e dimostra.

Il (nuovo) Partito comunista italiano chiama gli elementi più avanzati del nostro paese, in particolare gli operai, i giovani, le donne e gli immigrati a seguire questa linea nelle lotte sindacali per la difesa e il rinnovo dei CCNL, in ogni protesta e rivendicazione, nelle elezioni amministrative, nelle campagne referendarie, in ogni circostanza. Chiama i più generosi ad arruolarsi nelle file del Partito e costituire Comitati di Partito clandestini nelle aziende capitaliste e nelle aziende pubbliche, nelle scuole e nelle università, nelle zone d’abitazione per assimilare la concezione comunista del mondo e imparare ad applicarla concretamente ognuno nella sua situazione particolare.

Avanti compagni, con coraggio e intelligenza!

Faremo dell’Italia un nuovo paese socialista!

Contribuiremo alla seconda ondata della rivoluzione proletaria che avanza nel mondo!

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Una Risposta to “La Voce 52 del (nuovo) Partito comunista italiano disponibile sul sito: riprodurla, leggerla, formare gruppi di studio, diffonderla!”

  1. paolo babini 03/17/2016 a 5:40 pm #

    A pagina 3 leggo: “per sfuggire alla furia distruttrice del capitalismo bisogna ritornare alla piccola economia di un tempo”, insegnano ancora Guido Viale e i suoi seguaci)”

    Quale tempo? Per tornare al modello sognato da Viale non basta ritornare all’epoca feudale, e tantomeno il suo sogno trova riscontro nell’economia schiavistica. Quello che sogna è il modo di produzione asiatico, dove la divisione del lavoro è minima, dove quello che succede al di là dei confini della comunità non interessa, dove il riferimento allo Stato è labile. Riferimenti al riguardo sono in Marx, che si riferisce a “quelle piccole comunità indiane antichissime, che in parte continuano ancora ad esistere, poggiano sul possesso in comune del suolo, sul collegamento diretto fra agricoltura e mestiere artigiano e su una divisione fissa del lavoro, che serve come piano e modello dato quando si formano nuove comunità. Esse costituiscono complessi produttivi autosufficienti il cui territorio produttivo varia da cento acri a qualche migliaio. La massa principale dei prodotti viene prodotta per il fabbisogno immediato della comunità stessa, non come merce; quindi la produzione stessa è indipendente dalla divisione del lavoro mediata dallo scambio delle merci nel complesso generale della società indiana. Solo l’eccedenza dei prodotti si trasforma in merce e in parte anche questo avviene, a sua volta, soltanto nelle mani dello Stato, al quale da tempi immemorabili affluisce una quantità determinata, come censo in natura. Le differenti parti dell’India hanno differenti forme di comunità. Nella forma più semplice, la comunità coltiva la terra in comune e ne divide i prodotti fra i membri della comunità stessa; e ogni famiglia cura la filatura e la tessitura ecc. come mestiere domestico secondario. Accanto a questa massa occupata omogeneamente troviamo « l’abitante principale », che è giudice, poliziotto ed esattore in una sola persona; il contabile, che tiene i conti del lavoro agricolo e segna nel catasto e registra tutto quel che riguarda tale attività; un terzo funzionario che persegue i delinquenti e protegge i viaggiatori forestieri e li accompagna da un villaggio all’altro; l’uomo del confine, che fa la guardia ai confini della comunità contro le comunità vicine; l’ispettore delle acque, che distribuisce l’acqua dai serbatoi comuni per fini agricoli; il bramino, che compie le funzioni del culto religioso; il maestro, che insegna ai bambini della comunità a leggere e a scrivere, sulla sabbia; il bramino del calendario, un astrologo che indica i tempi della semina e del raccolto e le ore fauste e infauste per ogni parti colare lavoro agricolo; il fabbro e il falegname, che fanno e riparano tutti gli strumenti agricoli; il vasaio, che fa tutto il vasellame per il villaggio; il barbiere, il lavandaio per la pulitura delle vesti; l’argentiere e qua e là il poeta, che in alcune comunità sostituisce l’argentiere e in altre il maestro. Questa dozzina di persone vien mantenuta a spese di tutta la comunità. Se la popolazione cresce, viene impiantata in terreno vergine una nuova comunità che segue il modello dell’antica. Il meccanismo della comunità ci mostra che c’è una divisione del lavoro secondo un piano; ma vi sarebbe impossibile una divisione del lavoro di tipo manifatturiero, perchè il mercato del fabbro, del falegname, ecc., rimane inalterato, e tutt’al più, a seconda delle differenze di grandezza dei villaggi, ci sono due o tre fabbri, vasai, ecc. invece di uno . «Qui la legge che regola la divisione del lavoro della comunità opera con l’inviolabile autorità d’una legge naturale, e ogni particolare artigiano, come il fabbro, ecc., compie tutte le operazioni pertinenti alla sua arte secondo i modi tramandati, ma indipendentemente e senza riconoscere nessuna qualsiasi autorità entro la sua officina. L’organismo produttivo semplice di queste comunità autosufficienti che si riproducono costantemente nella stessa forma e, quando per caso sono distrutte, si ricostruiscono nello stesso luogo e con lo stesso nome, ci dà la chiave per capire il segreto dell’immutabilità delle società asiatiche, che fa un contrasto così forte con la costante dissoluzione e il costante riformarsi degli Stati asiatici e con l’incessante cambiare delle dinastie. La struttura degli elementi fondamentali economici della società non viene toccata dalle tempeste della regione delle nubi della politica.” (Il Capitale, Libro I°, cap. 12. §4, La divisione del lavoro) Tutto questo esercita fascino nella sinistra borghese che per quanto si rifiuta di guardare al futuro, cioè al comunismo, tanto più guarda al passato (e tanto meno guarda al proprio paese, tanto più guarda lontano, magari all’opposto del pianeta). Da qui i viaggi in India e il tuffo nelle filosofie orientali. Da qui anche il rifiutarsi di avere una visione globale, ma limitare il proprio sguardo a quello che sta dentro al confine, come fa, tra tutti, anche Guido Viale.

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