Avviso ai naviganti 55

15 Set

15 settembre 2015

(Scaricate il testo in versione Open Office, PDF o Word )

Per mettersi in contatto con il Centro del (n)PCI senza essere individuati e messi sotto controllo dalle Forze dell’Ordine borghese, una via consiste nell’usare TOR [vedere
http://www.nuovopci.it/corrisp/risp03.html ], aprire una casella email con TOR e inviare da essa a una delle caselle del Partito i messaggi criptati con PGP e con la chiave pubblica del Partito [vedere
http://www.nuovopci.it/corrisp/risp03.html ].

Le istruzioni per l’uso di TOR e di PGP sono state recentemente aggiornate. Una versione più semplice delle precedenti è ora disponibile in
http://www.nuovopci.it/corrisp/risp03.html

Come nella Repubblica Pontificia si preparano le privatizzazioni – Un caso esemplare

La privatizzazione del Consorzio per il Sistema Informatico (CSI) del Piemonte nella precisa denuncia dell’avv. Enzo Pellegrin Nuove Resistenti n. 554 – 30.07.2015.

Con alcune nostre considerazioni.

Premessa

La privatizzazione dei servizi pubblici e del settore pubblico dell’economia è uno degli espedienti con cui i capitalisti di tutti i paesi imperialisti hanno prolungato l’agonia del loro sistema di relazioni sociali sconvolto dalla nuova crisi generale del capitalismo incominciata a metà degli anni ’70 del secolo scorso. Proprio come, al contrario, l’intervento dello Stato borghese nell’economia e negli altri settori della vita sociale era stato la sintesi delle riforme che a partire dalla vittoria sul nazifascismo i revisionisti moderni (con Togliatti alla testa) avevano imposto su larga scala in tutti i paesi imperialisti europei in alternativa alla rivoluzione socialista.

La privatizzazione è stata ed è un espediente con cui la borghesia ha colpito e colpisce duramente le masse popolari approfittando dell’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria che non solo ha privato la classe operaia della sua capacità rivoluzionaria ma ha sminuito anche la sua capacità di resistenza alla restaurazione padronale.

Preparata dalla privatizzazione della Banca d’Italia (“il divorzio”) imposta con un colpo di mano nel 1981 dalla coppia Andreatta-Ciampi e perseguita da tutti i governi delle Larghe Intese, da quelli del circo Prodi come da quelli della banda Berlusconi, la privatizzazione dei servizi pubblici e del settore pubblico dell’economia, unita alla vendita dei beni demaniali, è anche una delle linee perseguite dal governo Renzi-Bergoglio. Questo è partito con piglio superiore a quello dei suoi predecessori all’attacco nei settori della sanità e della scuola (in generale dell’istruzione pubblica), ma la privatizzazione è in corso in tutti i campi dell’economia e più in generale della vita nazionale.

Per smussare la resistenza alle privatizzazioni il tema impiegato dalla borghesia, dai suoi portavoce e dalle sue autorità è che i servizi pubblici e il settore economico gestiti dallo Stato sarebbero inefficienti, costerebbero cari allo Stato (ai “contribuenti”) e sarebbero la fonte della corruzione e della malavita dilaganti nei paesi imperialisti. La teoria della sussidiarietà (di cui si ammantano Comunione e Liberazione e organizzazioni affini) – lo Stato deve intervenire solo dove l’iniziativa privata non riesce – è la “versione nobile” della paccottiglia neoliberista.

Il testo di Enzo Pellegrin mostra, illustrando un caso particolare, come i capitalisti, i loro ausiliari e agenti cucinano le aziende pubbliche per far accettare la loro privatizzazione.

La cautela e i sotterfugi con cui procedono è però l’indice sicuro della loro debolezza: se riescono a procedere è perché noi non riusciamo ancora ad opporre una ferma resistenza.

Come rafforzare la resistenza? La resistenza alle privatizzazioni è uno dei terreni su cui, agendo fermamente e con creatività caso per caso, possiamo e dobbiamo formare Organizzazioni Popolari per la costituzione del Governo di Blocco Popolare. La formazione di OP rafforzerà anche la resistenza alle privatizzazioni, rafforzerà complessivamente il campo delle masse popolari, indebolirà il campo della borghesia imperialista e del clero.

CSI Piemonte: il solito copione di svendita – Enzo Pellegrin, 29 luglio 2015

È notizia di oggi. L’assemblea dei soci del CSI Piemonte, consorzio di tecnologia informatica i cui soci sono gli enti locali piemontesi, ha approvato la proposta per aprire la struttura societaria alla partecipazione privata. L’ordine del giorno in burocratese dice di voler individuare nel “dialogo competitivo” lo strumento attraverso il quale il Consiglio di Amministrazione dovrà sondare il mercato per individuare potenziali partner.

In parole franche: verrà aperta una procedura per spingere i privati a far pervenire una manifestazione di interesse all’acquisto di parti più o meno grandi della proprietà dell’azienda informatica.

In parole ancora più franche: svendita della ricchezza pubblica al privato.

Tanto per ricordare sempre i responsabili, il sindaco di Torino [Piero Fassino] ha sbloccato e propiziato la situazione, dando mandato al suo rappresentante – il direttore Sandro Golzio – di astenersi pur partecipando alla votazione, escamotage attraverso il quale il Comune di Torino ha garantito il numero legale. All’assemblea hanno partecipato 53 enti che coprivano l’84% delle quote societarie e il provvedimento è stato approvato con 46 sì (70%) e 7 astensioni.

Dati storici ed esperienza alla mano, le vendite della ricchezza e del know-how pubblico ad un mercato di privati, partner o non partner che siano, non è mai stato un vantaggio se non per i fortunati speculatori che si assumevano il rischio.

Sepolta da tonnellate di immondizia disinformativa, parto dell’egemonia culturale di un capitalismo nella sua fase acuta e finale, l’operazione viene sempre presentata come tentativo di “svecchiare”, “razionalizzare”, depoliticizzare un pubblico carrozzone per renderlo più efficiente, dinamico, moderno. E poi lo dicono i fatti: il CSI, senza i privati ha l’acqua alla gola.

Questo tipo di pantomima non ha ovviamente fondamento alcuno, ma è parte di un preciso processo in più fasi in cui dapprima si rende il pubblico inefficiente, poi si toglie l’ossigeno, si spara dunque a zero sui danni e sui difetti appositamente generati, per poi concludere dicendo: meglio nelle mani di “efficienti” privati che nel carrozzone politico degli sprechi. Quegli stessi interessi privati che avevano mosso guerra e intrigo, si pappano la torta.

Nessun dubita delle inefficienze, dei clientelismi, delle strutture inutili che spesso zavorrano la pubblica gestione. La soluzione sarebbe però quella di eliminare le distorsioni combattendo la malattia, magari sottoponendole al controllo diretto di assemblee popolari e territoriali di cittadini, non di delegati politici. Sicuramente non serve uccidere il paziente, se non ai necrofori privati che speculano sui resti.

Non c’è poi alcun dubbio che se i guai nelle strutture pubbliche ci sono, questi sono opera e parto in ultima analisi degli interessi privati.

Come nel caso del CSI, accanto ad una parte di sprechi e clientela, c’è anche la programmata e voluta scarsità di risorse impiegate. È difficile pretendere un’oculata gestione degli assetti produttivi pubblici quando gli interessi privati dei creditori dei debiti sovrani e pubblici impongono austerità e limiti di bilancio tali da affossare qualsiasi investimento.

Togliere appunto l’ossigeno e nel contempo bastonare il cane che affoga accusandolo di inefficienza. Poi passare alla cassa e sfruttare la complicità di amministratori pubblici nell’orbita dell’egemonia culturale di monopoli finanziari ed industriali.

Un grande fiume di potenti interessi spinge questa dinamica in cui gli Stati e gli amministratori pubblici sembrano ormai inermi ed incapaci di qualsiasi minima polemica di sovranità o autonomia. I programmati tagli alle prestazioni sanitarie per ragioni di cassa dipinte da “razionalizzazione della spesa”, la dicono lunga.

Dall’altra parte sta la verità nascosta: qualsiasi gestione pubblica, correttamente pianificata, assicura la migliore organizzazione dei fattori produttivi in funzione dei fini collettivi che si vuole assicurare.

Nei dipendenti del CSI, quelli veri, quelli che lavorano e producono non assistiti da paracaduti politici, c’è proprio questo. Uno di questi lavoratori, Carmelo Di Giorgio,  scriveva recentemente in una lettera aperta sulla pagina facebook  “Non rompete il CSI”:

“Lavoro in un’azienda che si occupa dell’informatica degli enti pubblici: regione, comune, ASL e quasi tutti i comuni sono legati a noi. È un’azienda quarantennale, con i suoi difetti (a volte marcati) ma che ha permesso al Piemonte di avere a lungo servizi sicuri, efficienti e – che ci crediate o no – poco costosi.

Gli enti pubblici piemontesi, con a capo la Regione, sono i nostri clienti ed i nostri padroni. Oggi, hanno deciso di farci a pezzetti e di svenderci ad uno o più gruppi privati.

Penserete: teme per il posto, vuole solidarietà.

Non è così, nemmeno un po’.

Non sono sereno per il mio lavoro, ma se e quando ci sarà da inventarsi qualcosa lo farò, punto.

La mia indignazione è da cittadino, e credo che tutti voi dovreste condividerla.

È la fine di un modello virtuoso che aveva come fine il benessere pubblico ed il cittadino. Ora il fine ultimo diventa il profitto. Ciò significa che, molto probabilmente, tutti noi avremo servizi più costosi, meno efficienti, meno numerosi.

Finisce il modello in cui gli enti del Piemonte formano un sistema unico ed integrato, con i dati che fluiscono come, dove e quando serve. Presto sarà solo un ognun per sé, far lavorare insieme comune e regione (ad esempio) sarà molto più difficile (e costoso – ah, l’ho già detto?).

Finisce anche il modello in cui i vostri dati sono al sicuro. Ad amministrare le vostre informazioni personali e sensibili saranno degli attori privati, non più la pubblica amministrazione.

I dati sanitari appartengono al pacchetto, per capirci.

I politici gridano: troppo costoso mantenervi! ! Ma intanto per anni non hanno rinunciato praticamente a nessuno dei servizi che offriamo, ed oggi non sanno spiegare come gli stessi potranno essere erogati da nuovi attori che, oltre tutto, dovranno guadagnarci.”

(https://www.facebook.com/NonRompeteIlCsiPiemonte)

Ho riportato queste parole perché spiegano l’uovo di colombo che viene occultato ogni giorno dalla “disinformacija” – per usare un termine a loro caro – dei media mainstream e dei servi politici degli interessi privati.

Nel pubblico sta l’autonomia del popolo, l’antidoto alla schiavitù nei confronti di chi possiede privatamente i mezzi di produzione. Nel privato sta solo l’interesse e il profitto di chi investe. Da che mondo è mondo, una volta acquistato un guinzaglio, lo si usa.

Qualche giorno fa, Luciano Gallino acutamente argomentava su Micromega:

“Se uno potesse chiedere a Gramsci come mai le sinistre europee comunque denominate, a cominciare da quelle italiane, sono state travolte senza opporre resistenza dall’offensiva egemonica del neoliberismo partita nel 1947 dal Mont Pélerin, forse risponderebbe «perché non li avete saputi imitare». Al fiume di pubblicazioni volte ad affermare l’idea dei mercati efficienti non avete saputo opporre niente di simile per dimostrare con solidi argomenti che i modelli con cui si vorrebbe comprovare tale idea si fondano su presupposti del tutto inconsistenti.

Inoltre, proseguirebbe Gramsci, dove sono i vostri articoli e libri che rivolgendosi sia agli esperti che ai politici e al largo pubblico si cimentano a provare ogni giorno, con solidi argomenti, la superiorità tecnica, economica, civile, morale della sanità pubblica su quella privata; delle pensioni pubbliche su quelle private, a fronte degli attacchi quotidiani dei media e dei politici alle prime, attacchi basati in genere su dati scorretti; dello Stato sulle imprese private per produrre innovazione e sviluppo, oggi come in tutta la seconda metà del Novecento; dell’importanza economica e politica dei beni comuni sull’assurdità della privatizzazioni?

Poiché la natura ha orrore del vuoto, il vuoto culturale, politico, morale delle sinistre è stato via via riempito dalle successive leve di lettori, elettori, docenti, funzionari di partito e delle istituzioni europee, istruite dall’intellettuale collettivo sortito dalla MPS [Mount Pelérin Society, think thank neoliberista fondato nel 1947 da Friedrich von Hayek e altri intellettuali anticomunisti tra cui Milton Friedman, Karl Popper e Ludwig von Mises, ndr]. Il consenso bisogna costruirlo, e la MPS ha dimostrato di saperlo fare. Le sinistre non ci hanno nemmeno provato.” (http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-lunga-marcia-dei-neoliberali-per-governare-il-mondo/ )

Si potrebbe replicare a Luciano Gallino che doveva servire ben altro. Dovevano trarsi le conclusioni sulla struttura del capitalismo nella sua fase più acuta e suprema, quella dell’imperialismo nel senso in cui lo intendeva Lenin, in cui le cinque caratteristiche fondamentali (concentrazione della produzione e del capitale, fusione/simbiosi del capitale bancario e del capitale industriale e conseguente formazione di un’oligarchia finanziaria, l’esportazione di capitale, la ripartizione del mondo fra i gruppi monopolistici internazionali, la ripartizione dell’intera superficie terrestre fra le grandi potenze imperialistiche) dovevano quantomeno indirizzare a una controffensiva politica, culturale in grado di sgretolarle all’interno di economie collettivizzate che intraprendevano il programma di abbandono dell’anarchia  produttiva privatistica per realizzare il socialismo.

Questa via è stata repentinamente scartata, abbandonata, lapidata.

Perchè la sinistra-che-non-ne-azzecca-una trova così difficile ritornare ad agitare e ad agganciare la contraddizione fondamentale capitale-lavoro e le ulteriori contraddizioni che ne derivano, svendita dei beni pubblici tra questi?

Perché per anni e anni si è dedicata alle finte contraddizioni che le garantivano posticini di micropotere e microfondi nelle giunte e in Parlamento: berlusconismo/centrosinistra, fannullaggine/meritocrazia, illegalità/legalità.

Nel mentre, imbottigliata nel gorgo dei fondi che consentivano di mandare avanti la burocrazia politica, finiva per consentire o accettare (magari astenendosi o facendo inutilmente gesto di stracciarsi le vesti rimanendo seduta alle poltrone) di precarizzare, privatizzare, costruire, sopprimere la discussione democratica delle assemblee popolari, pontificando sui movimenti e la direzione che dovevano prendere.

Poi in aula, in giunta, in sindacato, puntualmente in qualche modo tradivano.

La tragedia greca – quel tipo particolare di tragedia greca che ben conosciamo – viene rappresentata più volte di “Una trappola per topi” a Londra, sul palco del St Martin’s Theatre ininterrottamente ogni giorno dal 1974.

Sulla contraddizione capitale e lavoro altri hanno innestato allora egemonie culturali più semplici anche se altrettanto fallaci: italiano/straniero, occidente/inciviltà, libertà di consumo-efficienza/statalismo. La classe lavoratrice è stata ampiamente colonizzata, mentre chi per statuto doveva stare dalla sua parte, si attardava alla mensa del padrone. Quest’ultimo, il padrone vero, proseguiva la sua lunga marcia, partita anche dal Mont Pelerin, sulle spalle dell’umanità e con buon aggio della sinistruccia di cui sopra.

Ora stanno increduli e invidiosi a parlare e rimembrare la realtà snobbata ai bordi del campo coltivato da altri.

Se chi è stato tradito nelle piazze può rivendicare comunque giornate sue, questi al bordo del campo scoprono ora di non essere mai stati proprietari di se stessi.

La loro peculiarità? Non lo comprenderanno mai.

È pertanto ora di partire da soli: scarpe rotte sì, ma non male accompagnati.

Alcune nostre considerazioni sull’articolo di Enzo Pellegrin

L’articolo di Enzo Pellegrin illustra bene il processo attraverso il quale i capitalisti e i loro servi riducono servizi pubblici e aziende di proprietà pubblica in condizioni tali da raccogliere nella sinistra borghese sostenitori e zittire oppositori ai progetti di privatizzarli (che poi siano svenduti o ben venduti, è cosa importante ma secondaria).

Quindi è un articolo interessante e utile. Per questo lo proponiamo ai nostri lettori: servirà a fare caso per caso l’analisi concreta delle manovre (da prevenire o contrastare) con cui i nostri nemici preparano il terreno per la privatizzazione.

Ma all’argomentazione di Enzo Pellegrin manca un pezzo importante: il contesto storico degli avvenimenti di cui l’articolo tratta. Senza il contesto storico che ha dato il via allo sviluppo dei servizi pubblici e al settore pubblico dell’economia, anche la loro eliminazione ora in corso sembra un’isola senza collegamenti con la lotta di classe, sembra l’assurdo prodotto di un’aberrazione intellettuale dei promotori. Lo scritto di Luciano Gallino che Enzo Pellegrin cita è una manifestazione esemplare di questo modo inconsistente e piagnone di rappresentare il corso delle cose.

Noi non poniamo in discussione le intenzioni dell’autore dell’articolo: infatti non facciamo una critica di concezioni esplicite o implicite in vari passaggi dell’articolo su cui non siamo per niente d’accordo. Ci limitiamo al fatto che l’omissione del contesto storico si presta all’opera diversiva degli esponenti della sinistra borghese che anche in questi mesi sono alla vana ricerca di un “nuovo soggetto politico”: la messa a punto di un nuova lista elettorale che giustifichi la collaborazione con la destra moderata nelle amministrazioni locali e si presenti come alternativa ad essa per il governo centrale, una specie di SYRIZA all’italiana.

L’estensione dei servizi pubblici e la moltiplicazione di aziende pubbliche sono avvenuti nel secolo scorso in tutti i  paesi e specialmente nei paesi imperialisti sotto la pressione della prima ondata della rivoluzione proletaria, come rimedio alla crisi generale del capitalismo e come risposta della borghesia alle domande di migliori condizioni di vita e di lavoro da parte delle masse popolari direttamente o indirettamente egemonizzate dal movimento comunista e incoraggiate dai successi dell’Unione Sovietica e degli altri paesi socialisti. Questo è vero anche se in alcuni paesi (come l’Italia) la creazione di servizi pubblici e di un settore pubblico dell’economia hanno preso il via proprio sotto il fascismo (Banca d’Italia, IRI, INPS, ONMI, consorzi agrari, ecc.), il nazismo e altri regimi reazionari e anticomunisti. Dopo la sconfitta del nazifascismo, la borghesia ha ingoiato e continuato sulla stessa strada: doveva cercare di dimostrare che il capitalismo era meglio del socialismo. Le parole dei suoi propagandisti e le processioni dei suoi preti non bastavano: ci volevano anche fatti. Mentre doveva fare, la borghesia ha contemporaneamente cercato di approfittare economicamente (prezzi delle forniture e degli acquisti, asservimento del settore pubblico alla valorizzazione del capitale, corruzione, appalti, ecc.) e politicamente (clientelismo) di quello che comunque per ragioni politiche (di conservazione del potere) doveva fare.

Quando a causa dei limiti dei comunisti nella comprensione delle condizioni della lotta di classe la prima ondata della rivoluzione proletaria si è esaurita e la seconda crisi generale del capitalismo ha preso il via, è incominciata anche la distruzione dei servizi pubblici e delle aziende pubbliche, la loro privatizzazione, ecc. La borghesia non aveva più paura a spremere le masse popolari e doveva estendere il campo di investimento del capitale impiegati nella produzione di merci e soprattutto del capitale finanziario.

Quindi la contraddizione non è principalmente tra pubblico e privato, ma tra classi (classe operaia alla testa delle masse popolari contro borghesia imperialista e associati, in Italia principalmente la gerarchia cattolica). Tanto meno si tratta della contraddizione tra due scuole di pensiero (nella quale la sinistra avrebbe perso e perderebbe perché meno avveduta e intelligente della destra: per anni, dalla fondazione nel 1947 fino agli anni ’70, sono stati i soci della Mont Pelerin Society a masticare amaro). Alla base si tratta di una contraddizione tra interessi di classi antagoniste. La sinistra perde sul terreno intellettuale perché ha perso sul terreno politico della lotta di classe, perché tra i comunisti sono prevalsi i revisionisti e questi hanno poi lasciato il posto alla sinistra borghese: a quelli che sospirano e vorrebbero la moglie ubriaca (migliori condizioni di vita e di lavoro per tutti) ma ancora più ci tengono a che la botte resti piena (il capitalismo).

A proposito del contrasto tra pubblico e privato cosa dice la decadenza dell’Unione Sovietica e dei primi paesi socialisti? E la conversione della Cina al “socialismo di mercato” che, come prima in URSS avevano fatto Kruscev e Breznev sebbene con metodi diversi, punta a raggiungere e superare l’America nella produzione e sacrifica gli altri aspetti del socialismo?

Rimandiamo per un momento la questione della Cina su cui per ora i nostri avversari avrebbero argomenti per dire che le nostre previsioni (vedi La Voce n. 50 pag. 53 e numeri precedenti tra cui, in particolare La Voce n. 22 marzo 2006) sono discutibili perché non ancora confermate dagli eventi: di ogni moribondo finché non è morto, chi non esamina a fondo il problema può sempre dire che le previsioni che morirà sono frutto del pessimismo. Ma le vicende dell’URSS e dei primi paesi socialisti sono eloquenti. Ed esse dicono appunto che la contraddizione non è tra pubblico e privato (quindi come oggi in Cina la questione decisiva non è il rapporto tra settore pubblico e settore privato, quanto di pubblico e quanto di privato c’è oggi): le aziende in URSS e nei paesi socialisti europei restarono pubbliche anche dopo il XX Congresso del PCUS (1956), ma anno dopo anno il ritmo di sviluppo si attenuò, la qualità dello sviluppo cambiò di segno, la corruzione e la criminalità dilagarono e infine il declino giunse fino al crollo. La contraddizione è tra classi: la proprietà pubblica funziona come fattore di progresso in tutti i campi se alla sua testa vi sono fautori del socialismo devoti alla causa del comunismo ed è quindi connessa a una trasformazione generale in corso della società sul piano politico, culturale e del resto dei rapporti sociali: potere degli operai organizzati attorno al partito comunista (dittatura  del proletariato), promozione dell’universale partecipazione delle masse popolari alle attività politiche, culturali e a tutte la altre attività della società (democrazia proletaria).

Da quando nei paesi socialisti la proprietà privata delle forze produttive è già stata per l’essenziale eliminata, la borghesia non è fatta principalmente da rampolli e nostalgici delle vecchie classi spodestate, da criminali, da marginali e da infiltrati: limitare la lotta di classe a questi fu uno dei limiti nella comprensione delle condizioni della lotta di classe propri dei comunisti dell’epoca. Al contrario, come ha insegnato Mao, essa è composta da quei dirigenti del Partito comunista, dello Stato, dell’economia e delle altre istituzioni sociali che per trattare le contraddizioni proprie del socialismo adottano metodi borghesi, in altre parole da quei dirigenti che seguono la via del capitalismo. Se questi hanno il sopravvento, poi da cosa nasce cosa. Il socialismo si sviluppa solo se alla testa del Partito comunista, dello Stato, dell’economia e delle altre istituzioni sociali vi sono sinceri e decisi fautori del comunismo, ossia (per usare una espressione sintetica e denigrata) in regime di dittatura del proletariato. Non si tratta di intenzioni di singoli, ma di linee e di metodi di direzione.

In conclusione, se nella teoria e in politica trattiamo il contrasto tra pubblico e privato come lo tratta la sinistra borghese (“cosa dovrebbero fare i capitalisti se non fossero accecati da teorie liberiste”), continueremo a perdere come la sinistra borghese, perché non esiste una terza via tra socialismo-comunismo e capitalismo. Se invece lo trattiamo come una contraddizione di classe, un aspetto importante ma solo un aspetto della lotta di classe, svilupperemo con successo anche la resistenza alle privatizzazioni, ne faremo un terreno di lotte e di vittorie e rimonteremo la china. I grandi e folgoranti successi raggiunti dal movimento comunista, dalla classe operaia, dalle classi sfruttate, dai popoli oppressi nella prima parte del secolo scorso, ci dimostrano che il movimento comunista ha la chiave del futuro dell’umanità. Non è la borghesia che è forte, siamo noi comunisti che siamo rimasti vittime dei nostri limiti e dei nostri errori: tutte cose che quindi noi possiamo e dobbiamo superare.

Oggi noi comunisti siamo pochi di numero. “Oggi non ci sono le condizioni per la rivoluzione socialista”, si affrettano a concludere alcuni sinceri aspiranti alla rinascita del movimento comunista: Collettivo Putilov di Firenze, Collettivo Stella Rossa di Poggibonsi, Costituente Comunista, Fronte Popolare di Milano e Torino e vari altri.

Il punto non è che i comunisti oggi sono pochi di numero. Il punto è che la società dominata dalla borghesia è preda di sconvolgimenti e convulsioni (l’emigrazione di massa e l’ecatombe di emigranti sono esemplari) che finiranno solo quando essa partorirà il comunismo: il comunismo è il futuro dell’umanità.

Chi non è convinto di questo, è di questo che deve occuparsi.

Chi ne è già convinto, deve scoprire che cosa deve fare lui oggi per promuovere la rinascita del movimento comunista, per moltiplicare il numero dei comunisti … e farlo! Quanti saranno i comunisti domani, dipende da quello che facciamo noi comunisti oggi. Chi aspetta che siamo in tanti, non contribuisce a far crescere il numero dei comunisti. Non contribuisce a coinvolgere le masse popolari nella rivoluzione socialista.

Il comunismo è il futuro dell’umanità ma è un futuro difficile a farsi. Ma il movimento comunista è in grado di farlo: la questione è la strategia che esso deve fare propria e tradurre in tattiche adeguate alle situazioni concrete. La rivoluzione socialista non è un avvenimento che scoppia. La prova è che non è scoppiata neanche nel periodo della grande crisi degli anni ‘20 e ’30 del secolo scorso e delle due guerre mondiali. Eppure a ragione Lenin e poi Stalin esortavano i comunisti dei paesi imperialisti europei a fare la rivoluzione socialista e dicevano che le condizioni oggettive della rivoluzione socialista erano mature. Avevano forse torto Lenin e Stalin? Hanno ragione Oliviero Diliberto e gli altri che dicono che non sono mature neanche oggi?

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