Avviso ai naviganti 53 – Le elezioni regionali e comunali hanno creato condizioni più favorevoli per la costituzione del Governo di Blocco Popolare

18 Giu

18 giugno 2015

Non è la borghesia imperialista e il suo clero che sono forti.
Sono le masse popolari che non fanno ancora valere la loro forza: spetta a noi comunisti sprigionarla!


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Gli esiti delle elezioni regionali (Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Umbria, Campania, Puglia) e comunali del 31 maggio (con la coda dei ballottaggi del 14 giugno) sono stati e sono ancora oggi oggetto di interpretazioni sbagliate e di manipolazioni. È quindi necessaria una messa a punto, dato che i risultati di esse hanno creato una situazione più favorevole per la nostra lotta e dobbiamo comprenderla per approfittarne.

Le elezioni in regime democratico borghese sono un vasto e capillare sondaggio di opinioni. È sciocco non fare uso dei risultati, sdegnare di prenderli in considerazione per quello che effettivamente valgono, in nome del fatto che numerosi imbroglioni (Togliatti e Berlinguer sono solo i più celebri) hanno contrabbandato ai lavoratori le elezioni come via alla conquista del potere e all’instaurazione del socialismo.

Gli elettori non votando o votando per questo o quello schieramento, mostrano il loro stato d’animo. Quindi per noi comunisti i risultati elettorali sono molto importanti perché ci permettono di misurare come, sotto l’impulso dell’insieme delle circostanze e della nostra attività, evolve lo stato d’animo delle larghe masse che dobbiamo mobilitare per l’instaurazione del socialismo e, nell’immediato, per la costituzione del Governo di Blocco Popolare.

Tabella – Risultati (in migliaia) delle elezioni regionali del 31 maggio 2015 (totali delle 7 regioni)

anno

2015

2010

2005

Elettori

18.877

18.858

18.728

Voti validi

9.306 (49.3%)

11.395 (60.4%)

12.423 (66.3%)

PD e satelliti

3.536

5.182

6.688

Banda Berlusconi e Lega Nord

3.816 (compresi Fitto e Tosi)

5.666

5.182

di cui Lega Nord

1.053 (in 6 regioni e compreso Tosi)

1.027

405

M5S

1.550

120 (Veneto e Campania)

Sx Borghese (liste autonome da PD) 270 (presente in 6 regioni) 97 (Marche e Campania) 148 (Toscana)

Altri

135

326

440

 

Ovviamente dobbiamo interpretare i risultati in modo giusto, cioè tenendo conto sia del contesto generale in cui avvengono le elezioni, sia della natura delle candidature proposte agli elettori, sia dell’evoluzione dei risultati elettorali.

Per loro natura le elezioni regionali e comunali risentono delle aggregazioni e delle clientele locali più delle elezioni politiche nazionali e delle elezioni europee. Quindi in linea di massima solo con molte cautele i risultati di elezioni  regionali e comunali possono essere messi a confronto con i risultati delle elezioni politiche nazionali e delle elezioni europee. Per questo nella tabella riportata sopra, confrontiamo i risultati delle elezioni regionali dello scorso 31 maggio solo con quelli delle precedenti elezioni regionali del 2010 e del 2005. Questo criterio è ancora più importante nelle elezioni comunali, specie quando si tratta di centri relativamente piccoli. Qui la conoscenza diretta del terreno è indispensabile per interpretare in modo giusto i risultati e farne quindi un uso efficace. Vale anche in questo campo il criterio che il generale è indispensabile per interpretare il particolare, ma mai e poi mai è lecito dedurre il particolare dal generale, saltando l’analisi concreta della situazione concreta. Noi qui trattiamo del significato generale delle recenti elezioni.

Fatte queste premesse, il primo e più importante segnale che ci danno i risultati delle recenti elezioni (facciamo riferimento alla tabella che riporta il totale dei risultati per le 7 regioni in cui si è votato il 31 maggio) è che cresce senza posa il distacco della massa degli elettori dai partiti espressione dei vertici della Repubblica Pontificia. La crisi del sistema politico borghese si aggrava. Di fronte a un numero praticamente costante di adulti aventi diritto di voto, i voti validi sono scesi da 12.4 milioni (66.3% degli elettori) nel 2005 (prima dell’inizio della fase acuta e terminale della crisi generale del capitalismo), a 11.4 (60.4%) nel 2010 e a 9.3 (49.3%) nel maggio 2015. Sbagliano quelli che dicono che le masse popolari sono irrimediabilmente abbindolate dal sistema di evasione e intossicazione creato dalla borghesia e dal clero. Questi perdono egemonia a vista d’occhio. Sta a noi comunisti approfittare del terreno che si libera.

Le due coalizioni delle Larghe Intese (quella del Partito Democratico con i suoi alleati più o meno stabili, compresa a seconda dei casi parte o tutta la sinistra borghese e quella della Banda Berlusconi comprendendovi anche la Lega Nord e i dissidenti più o meno provvisori come Fitto e Tosi) che si sono alternate al governo centrale e nei governi regionali, hanno perso 4.5 degli 11.9 milioni di elettori che avevano nel 2005. La coalizione del PD ne ha persi 3.1 su 6.7 milioni che aveva. La coalizione della Banda Berlusconi ne ha persi solo 1.4 su 5.2 milioni, ma si è frantumata al suo interno (Fitto e Tosi nelle ultime elezioni hanno fatto liste a sé rispettivamente in Puglia e nel Veneto e la Lega Nord contende il primato a Forza Italia).

Il secondo segnale è che truffano o sbagliano (in prima istanza non ci occupiamo delle intenzioni) quelli che fanno il panegirico o lanciano l’allarme Lega Nord. La Lega Nord si è certamente spostata nel senso che ha abbandonato ogni velleità di autonomia locale e dal razzismo antimeridionale è passata al razzismo antiimmigrati a rimorchio del corso delle cose, ma il numero dei suoi seguaci non è aumentato nonostante il disfacimento di Forza Italia e degli altri raggruppamenti della coalizione. È la conferma che è solo una forma delle maggiori coalizioni delle Larghe Intese, comunque un’appendice dei vertici della Repubblica Pontificia che quindi seguirà la sorte del loro sistema politico.

Il terzo segnale è che le liste di quella parte della sinistra borghese tradizionale che di volta in volta non si è integrata nella coalizione del PD hanno raccolto sempre meno consensi, meno anche di quanto appaia da una lettura superficiale della tabella che riportiamo. I voti sono diminuiti da un’elezione all’altra per tutti i suoi raggruppamenti. È solo aumentato il numero di liste che si sono presentate autonomamente dalla coalizione del PD. In Liguria alle elezioni di maggio 2015 è addirittura un’ala del PD (Cofferati & C) che si è staccata dal grosso del PD, ma ha raccolto un numero di voti (62 mila) inferiore persino a quello che avevano raccolto (nell’ambito della coalizione del PD) il PRC e il PdCI nel 2005 (75 mila).

Il quarto segnale è che aumentano i voti raccolti dal M5S di Grillo. Proprio su questo punto dobbiamo fermare la nostra attenzione. Sui voti del M5S è in corso una grande manipolazione che dà il M5S per spacciato perché ha raccolto meno voti di quanti ne ha raccolto nelle politiche del 2013 e nelle europee del 2014. In realtà il M5S con le recenti elezioni ha fatto un grande passo avanti nel radicamento territoriale. Non aveva gruppi dirigenti a livello locale e ora li ha. In tutte le 7 regioni in cui si è votato ha raccolto voti per un totale che ha superato 1.5 milioni e ovunque ora è presente con consiglieri regionali che prima non aveva. Non solo, ma si è insediato anche in molti consigli comunali dove non era  presente e ha preso la direzione di 5 comuni di medie dimensioni (Venaria Reale in Piemonte, Quarto in Campania, Gela e Augusta in Sicilia e Porto Torres in Sardegna).

Un trionfo quindi? Certamente una grande avanzata, ma verso dove?

Molti individui e gruppi, anche alcuni che pur si dicono comunisti, ci hanno rimproverato di aver appoggiato il M5S e di appoggiarlo, facendoci notare le arretratezze e le posizioni reazionarie di Beppe Grillo e di altri esponenti di vertice e territoriali del M5S. Noi non neghiamo e anzi abbiamo più volte anche denunciato le reali arretratezze non solo di Beppe Grillo e di singoli esponenti del M5S. Infatti non abbiamo alcun dubbio che il M5S è solo una parte della sinistra borghese: condivide con il resto della sinistra borghese il fatto di essere contro l’attuale corso delle cose ma anche il fatto di restare per i suoi obiettivi e le sue aspirazioni, per la concezione del mondo che si esprime nella sua attività, chiuso nell’orizzonte del capitalismo e del suo senso comune.

Ma la reale e principale differenza tra noi e i nostri critici a proposito del M5S, è che noi abbiamo un preciso piano d’azione che essi non hanno e il M5S per sua natura o collabora all’attuazione del nostro piano o sparirà. Per costituire il Governo di Blocco Popolare, primo salto di qualità verso l’instaurazione del socialismo, noi comunisti dobbiamo mobilitare e organizzare le masse popolari e in particolare la classe operaia. Il M5S riuscirà a stare in piedi solo se la forza e le risorse che il voto popolare gli conferisce le userà per promuovere la mobilitazione e l’organizzazione delle masse popolari, la condizione decisiva per l’attuazione del nostro piano.

Dicevamo sopra che le elezioni del 31 maggio sono state per il M5S grande avanzata: ma verso dove? Maggiore è il successo del M5S, più esso è messo alla prova. La sinistra borghese tradizionale, per quel tanto che è ancora viva, vive delle relazioni e del prestigio che ha ereditato dal movimento comunista della prima ondata della rivoluzione proletaria. Il M5S è anch’esso sinistra borghese ma vive della ribellione delle masse popolari all’attuale disastroso corso delle cose, è una espressione diversa dello stesso rifiuto di cui è espressione l’astensione. Il consenso che riceve è dovuto alle promesse che fa, promesse che presenta come relativamente facili da attuare, perché le presenta come se non facessero parte di un complesso di trasformazioni incompatibile con il senso comune. Ma, proprio per questo, non è in grado di mantenerle e questo emergerà ancora più nettamente quanto maggiore sarà la sua presenza nei consigli regionali e comunali. Il successo che il M5S ha avuto nelle recenti elezioni, lo mette alle strette, perché (lo si è ben visto a Parma) limitarsi a fare a livello regionale (e peggio ancora a livello comunale) quello che gli eletti del M5S fanno in Parlamento a Roma, significa morte rapida (dissoluzione, disgregazione). Infatti significa servire il governo Renzi a distruggere servizi pubblici, mentre in Parlamento i parlamentari del M5S continuerebbero a fare denuncia e schiamazzi. Usare la forza e le risorse che il successo elettorale gli ha dato per mobilitare le masse popolari contro il governo centrale è questione di vita o di morte per il M5S. Quanto farà per sopravvivere alimenterà il nostro piano d’azione. È su questo terreno che noi comunisti e il M5S ci incontriamo e ci incontreremo. Sta a noi comunisti spiegare e indicare ai consiglieri, ai sindaci e ai deputati del M5S, di fronte alle difficoltà in cui si troveranno a decidere cosa fare stante la forza che hanno conseguito, la strada che devono e possono imboccare. Proprio per svolgere con efficacia questo nostro ruolo, dobbiamo avere una giusta e profonda comprensione dei segnali che le recenti elezioni ci mandano.

 

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Una Risposta to “Avviso ai naviganti 53 – Le elezioni regionali e comunali hanno creato condizioni più favorevoli per la costituzione del Governo di Blocco Popolare”

  1. Marcello Olgiati 06/19/2015 a 12:15 pm #

    Notevoli i pregi dell’Avviso ai naviganti 53 del nuovo PCI. Porta analisi razionale e chiarezza di concetti e schieramenti in un contesto melmoso di discussioni e commenti sui risultati elettorali in cui manipolatori, furbastri, accademici e sciocchi sguazzano e si combinano. In secondo luogo finalizza apertamente i commenti alla lotta che il nuovo PCI conduce, secondo il principio: conoscere il mondo per cambiarlo.
    Importante anche la conclusione che il nuovo PCI trae dalla constatazione che aumenta sistematicamente e a grandi passi il distacco della massa degli elettori (gli aventi diritto) dal sistema politico della Repubblica Pontificia. L’apparato di diversione (dell’attenzione e dell’attività dalla realtà) e di intossicazione (delle idee e dei sentimenti), in altre parole il primo pilastro del regime di controrivoluzione preventiva, montato su grande scala e gestito senza risparmio di risorse e di strumenti dalla borghesia e dal clero influisce certo sul comportamento delle masse popolari, ma non riesce tuttavia a determinarlo completamente. Questo è determinato, dice il nuovo PCI in altro punto dell’AaN, dall’impulso “dell’insieme delle circostanze e della nostra attività”. Questo è un punto importantissimo dal punto di vista pratico. Peccato che nell’AaN il nuovo PCI non indichi più in dettaglio quali circostanze e con quale peso ognuna di esse agisce: ma lo posso dedurre da altri pezzi della propaganda del nuovo PCI. Qui mi interessa sottolineare due cose.
    Anzitutto che il nuovo PCI introduce tra i fattori che determinano il comportamento delle masse popolari anche la propria attività: un’affermazione importante per chi conosce quanto molti compagni sono frenati se non bloccati dalla profonda impressione che la loro attività è inutile, non influisce sul corso delle cose. Ovviamente la convinzione di essere impotenti, li distoglie dal pensare e dal fare e quindi li rende davvero impotenti. Chi invece è convinto che può influire sul corso delle cose, se vede che la sua attività non dà risultati, riflette, pensa perché e prima o poi, da solo o trattandone con altri, trova la causa e migliora, cambia.
    In secondo luogo, chi è stanco di sentire le geremiadi di tanti condottieri falliti e sindacalisti stanchi, alla Sergio Bellavita o alla Giorgio Cremaschi, sulla “non combattività delle masse popolari italiane” con cui giustificano il loro fallimento, trova nella concezione del nuovo PCI l’inizio di un approccio attivo e costruttivo alla questione: che cosa porta le masse popolari a combattere e che cosa le distoglie dal combattere, le rende abuliche e passive? Chi imbocca questo approccio, farà scoperte.
    Ritengo invece che il nuovo PCI sbagli a indicare la sinistra borghese tradizionale come una corrente autonoma del sistema politico della RP. Gli stessi dati riportati nella Tabella dicono il contrario: è una componente della coalizione del PD. Nelle elezioni del 2005 aveva una propria lista solo in Toscana, in quelle del 2010 aveva proprie liste solo nelle Marche e in Campania. Se andiamo a vedere le cose più in dettaglio, vediamo che, da un’elezione all’altra delle tre considerate, cambiano in ogni regione i gruppi della sinistra borghese che presentano liste autonome dalla coalizione del PD e che gli stessi gruppi, in qualche elezione e in qualche regione si presentano con liste autonome e in altre nella coalizione del PD. Quindi chi vuole usare i risultati elettorali a fini pratici deve considerare i gruppi della sinistra borghese tradizionale come gruppi satelliti della coalizione del PD, in alcuni casi elettoralmente integrati e in altri dissidenti (come giustamente il nuovo PCI fa per Fitto, Tosi, Lega Nord, Poli Bortone e altri rispetto alla coalizione della Banda Berlusconi).
    Un altro neo dell’AaN è il raggruppamento dei Vari. Se andiamo a guardare quali liste il nuovo PCI ha messo in questo raggruppamento, vediamo che, regione per regione ed elezione per elezione, si tratta di due categorie politicamente ben distinte. Da una parte liste PCL (Partito comunista dei lavoratori: Liguria e Umbria 2015) e PdAC (Partito di Alternativa Comunista: Puglia 2010 e 2015): due frammenti di ispirazione trotzkista risultati dalla disgregazione del PRC (quindi in un’analisi dei risultati a fini pratici conviene considerarli a sé, perché certamente gli elettori non si considerano trotzkisti ma comunisti). Dall’altra una variopinta serie di liste locali che vanno da personaggi appartenenti sociologicamente alla Banda Berlusconi fino a gruppi di scimmiottatori del fascismo alla Forza Nuova: tutte queste liste in un’analisi dei risultati elettorali a fini pratici vanno sommate alla coalizione della Banda Berlusconi.
    Geniale la distinzione dei due filoni nella sinistra borghese. Uno, la sinistra borghese tradizionale che sopravvive, finché dura, dell’eredità (usurpata e in via di esaurimento) del movimento comunista della prima ondata della rivoluzione proletaria. L’altro, la sinistra borghese impersonata dal M5S di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Ottima la distinzione, non solo perché colloca meglio la sinistra borghese tradizionale nel posto che storicamente le compete e dà la chiave per capirne il passato e vederne i futuri che per sua natura le sono possibili. Ma soprattutto perché taglia corto con le lagne a proposito del sostegno del nuovo PCI al M5S. Dice chiaro e tondo che il nuovo PCI non cerca nel M5S un movimento a cui associarsi (un alleato strategico, con cui stringere un accordo) e tanto meno cerca una corrente ideologica o politica a cui accodarsi (come inevitabilmente farebbero i gruppi che pur dicendosi comunisti non hanno un proprio piano per instaurare il socialismo, non hanno una strategia e una tattica ma vivono e lottano alla giornata: proprio per questo stanno alla larga dal M5S e denota bene di loro il fatto che ci stiano lontani finché non hanno una loro strategia e una loro tattica!). Il nuovo PCI dice che per sua natura il M5S per vivere dovrà fare qualcosa che al nuovo PCI serve che faccia. Quindi si propone di farglielo fare, perché, come insegna la dialettica, ogni cosa (quindi anche il M5S) è quello che è (con tutte le sue arretratezze, le posizioni reazionarie e razziste, la sua concezione del mondo condivisa con l’attuale senso comune), ma è anche quello che ancora non è ma che per la sua natura (causa interna) può diventare, se il nuovo PCI (condizione esterna) sa farlo diventare.
    Insomma un commento delle elezioni molto istruttivo. Complimenti!

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