Avviso ai naviganti 49

10 Nov

9 novembre 2014

(Scaricate il testo in versione Open Office, PDF o Word )

Per vincere, dobbiamo imparare a pensare scientificamente e operare in conseguenza!

La sinistra borghese continua a parlare e non sa di essere già morta

Questo è il pensiero che viene alla mente leggendo l’articolo Ombre danzanti sulle macerie – Dov’è la festa che Luciana Castellina ha pubblicato su il manifesto di sabato 8 novembre, a commento della caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989). Anche se un simile articolo valesse solo per il credito che Luciana Castellina ancora riscuote e per l’influenza che un suo articolo esercita, sarebbe comunque utile mettere in allarme ogni persona preoccupata del corso delle cose, data l’autorevolezza della sua autrice. Ma esso è rappresentativo del modo e del metodo di ragionare di tutta la sinistra borghese e alla sinistra borghese appartengono oggi ancora gran parte dei promotori della mobilitazione delle masse popolari; in altre parole, la sinistra borghese mantiene ancora tra le masse popolari molta dell’influenza che ha ereditato dalla disgregazione del vecchio PCI. Il metodo di ragionare di Luciana Castellina è il metodo tipico della sinistra borghese. Per questo il suo articolo merita che lo consideriamo con attenzione: proponiamo ai nostri lettori di studiarlo con cura e lo riproduciamo in Appendice a questo Avviso ai naviganti.

Consideriamo quindi l’articolo di Luciana Castellina alla luce della situazione in cui ci troviamo.

Il nostro paese è in una situazione grave. È sempre più coinvolto nelle guerre che i gruppi imperialisti europei, ma soprattutto i gruppi imperialisti americani e sionisti scatenano in ogni angolo del mondo. Una parte crescente dei lavoratori dipendenti e autonomi, dei pensionati e dei giovani affonda nella precarietà, nella disoccupazione e nella miseria. Basta che piova qualche ora a dirotto e vi sono inondazioni, frane e crolli: il governo centrale ha abbandonato la manutenzione del territorio e sostiene gli speculatori; le amministrazioni locali o sono in mano agli speculatori o sono succubi del governo centrale e si attengono al “patto di stabilità finanziaria” che il governo centrale ha imposto. Il governo Renzi-Berlusconi impiega tutte le sue risorse e la sua autorità per spremere i lavoratori e le masse popolari a beneficio del capitale finanziario.

In questa situazione il compito è lottare per costituire un governo d’emergenza delle masse popolari organizzate, il Governo di Blocco Popolare. Quindi spronare le masse popolari e in primo luogo gli operai a organizzarsi, a costituire Organizzazioni Operaie in ogni azienda capitalista e Organizzazioni Popolari in ogni azienda pubblica e in ogni località, a coordinarsi tra loro, a prendere ovunque in mano la situazione diventando le nuove autorità locali, in modo da rendere il paese ingovernabile dal governo centrale della Repubblica Pontificia e dalle sue autorità locali, costituire Amministrazioni Locali d’Emergenza e coordinarsi fino a costituire e fare ingoiare ai vertici della RP la costituzione del GBP. Ecco un programma realistico, che poggia unicamente sulle masse popolari che hanno interesse a realizzarlo e sulla capacità di noi comunisti di mobilitare le masse popolari.

In questa situazione due sono gli ostacoli che noi comunisti dobbiamo superare per mobilitare le masse popolari a imboccare la sola strada di salvezza che hanno.

Da una parte abbiamo la Lega Nord e i gruppi che scimmiottano il fascismo del secolo scorso. Essi con i mezzi che ricevono dalla classe dominante cercano di mobilitare le masse popolari contro gli immigrati come se fossero questi, con la loro miseria e le manovre con cui si arrangiano, la causa principale dei mali del nostro paese: Lega Nord e gruppi fascisti cercano di distogliere le masse popolari dai loro veri nemici.

Dall’altra parte abbiamo la sinistra borghese che ha ereditato dalla storia una grande influenza tra le masse popolari e ostacola in mille modi la loro mobilitazione a conquistare il potere. La sinistra borghese mostra grande passione per il benessere delle masse popolari, ma moltiplica proposte inconsistenti e analisi sconclusionate che hanno il denominatore comune di restare nell’orizzonte del sistema capitalista e opporsi all’instaurazione del socialismo: quindi rendono impotenti le masse popolari, le dividono e demoralizzano.

Perché per la sinistra borghese non occorre instaurare il socialismo: i disastri che la borghesia impone alle masse popolari, tutti gli avvenimenti capitano a caso o per errore di questo o quell’uomo politico o partito. Questa è la sua filosofia della storia, una filosofia che esclude la scienza delle attività con cui gli uomini fanno la storia.

L’articolo di Luciana Castellina è una dimostrazione esemplare, rappresentativa data la storia e la collocazione politica dell’autrice, dell’incapacità della sinistra borghese di pensare scientificamente. Scientificamente, nel senso di ricercare e fissare i nessi causali e le relazioni tra i fenomeni, deducendoli dall’esperienza e verificandoli. Il sole passa davanti a noi, sul muro dietro di noi si staglia un’ombra che in qualche modo ci rassomiglia e che si sposta con il sole. La sinistra borghese constata i due fenomeni, perfino la loro contemporaneità, ma tace (non importa se non capisce o nasconde) la connessione tra di essi. Questo è il metodo di pensiero che Luciana Castellina sistematicamente dispiega nel suo articolo (al di là dei giudizi di valore che dà dei singoli fenomeni, di quello che ci vede, di quello che mette in luce e di quello su cui tace).

Prima (fino agli anni ’50) era il governo italiano che negava a Luciana Castellina il passaporto per andare nei paesi socialisti. Poi (dopo gli anni ’50) erano i paesi socialisti che si chiudevano a riccio sulla difensiva e le negavano l’ingresso. Che tra il prima e il poi ci sia stato l’abbandono da parte della Unione Sovietica, finita nel 1956 sotto la direzione della destra del Partito comunista sovietico allora capeggiata da Kruscev, della costruzione del socialismo all’interno dei suoi confini e a livello internazionale del ruolo di base rossa (base d’appoggio) della rivoluzione proletaria mondiale, a Luciana Castellina sembra non passare neanche per la testa. Non si chiede perché prima la borghesia imperialista e il clero avevano paura dell’influenza dell’Unione Sovietica e del movimento comunista e poi erano i paesi socialisti ad avere paura dell’influenza della borghesia imperialista e del clero. Non si chiede il perché delle cose: le constata e se ne compiace o le deplora a secondo dei suoi gusti. Siamo nel campo dell’individualismo e del soggettivismo, al di qua di ogni approccio scientifico, razionale e sperimentale ai fenomeni.

Che le potenze imperialiste “meno di due anni dopo la fine di quella calda” abbiano lanciato la guerra fredda contro l’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti, è un caso o un errore: la guerra fredda “è scoppiata”.

Che il movimento comunista dalla Rivoluzione d’Ottobre in poi si fosse propagato tra le masse popolari nel mondo intero fino a costituire in ogni paese una minaccia per la borghesia imperialista e il suo clero e che dagli anni ’60 in poi invece i paesi socialisti siano diventati fragili e decadenti, sulla difensiva, è anche questo un caso.

Che nel 1989 siano arrivati alla dissoluzione, anche.

Che persino l’Unione Sovietica che aveva fatto fronte vittoriosamente sia all’aggressione di tutte le potenze imperialiste (1918-1920) sia alle orde nazifasciste (1941-1945), nel 1990 si sia dissolta, è un caso o una buona azione di Gorbaciov.

Che la dissoluzione dei paesi socialisti non abbia aperto un’epoca di pace e progresso, ma un’epoca di guerra e “capitalismo selvaggio”, è un errore.

Che i “nuovi partiti di sinistra” che Luciana Castellina & Co hanno ripetutamente cercato di costruire (lo cercano ancora oggi) siano nati “impasticciati” e si siano dissolti senza lasciare traccia, anche. Non pensa Luciana Castellina che gli errori e le opinioni sono infiniti e i gusti tanti quanti sono gli individui, mentre la verità è unica e tutti ci si ritrovano. Di partiti di sinistra che ogni persona autorevole e dotata di risorse costruisce secondo i suoi gusti e pregiudizi, inevitabilmente ce ne sono tanti quanti sono i loro promotori. Ma altrettanto inevitabilmente mantengono le dimensioni dell’influenza dei loro promotori perché i gusti e i pregiudizi sono individuali e arbitrari. Anche il partito comunista si costruisce a partire da poco, ma perché diventi grande bisogna che i suoi promotori assimilino e usino la scienza (sperimentale, verificabile, sviluppabile: ma in definitiva una tesi o è giusta o è sbagliata per tutti) delle attività con cui gli uomini fanno la loro storia: il marxismo, la concezione comunista del mondo. Infatti è su questa base che si sono costruiti prima i partiti socialisti e poi i partiti comunisti che hanno fatto la storia.

Con questa scienza si scorge anche la relazione tra i vari fenomeni che invece secondo Luciana Castellina si succedono o accadono assieme casualmente o per malaugurato errore di questo o quell’uomo politico e partito. Con la concezione comunista del mondo si capisce perché certi errori individuali restano caratteristiche personali e invece altri “errori” diventano una forza politica che incide nella storia dell’umanità. Essa insegna

– che la storia dell’umanità nella nostra epoca è caratterizzata dalla contraddizione tra il carattere sociale delle forze produttive che l’umanità impiega e i rapporti capitalisti con cui la borghesia le manovra;

– che questa contraddizione si traduce nella lotta di classe tra proletariato e borghesia,

– che la lotta politica all’interno dei singoli paesi e a livello internazionale non è che l’espressione concentrata di questa lotta di classe, nelle svariate forme dettate dalla storia che abbiamo alle spalle e dalle circostanze;

– che la cura dei mali del presente è l’instaurazione del potere politico delle masse popolari organizzate, l’espropriazione dei capitalisti e la gestione pubblica e pianificata della produzione e distribuzione dei beni e servizi, la crescente partecipazione di tutta la popolazione alla gestione della società e alle attività specificamente umane: in altre parole l’instaurazione del socialismo.

La sinistra borghese deplora (ogni suo esponente a suo modo, per carità: questa è la sua “libertà”!) che il mondo vada come va, ma non spiega perché va così, non spiega perché la classe dominante lo vuole così.

L’austerità è distruttiva (per alcune classi e anche per alcune cose d’interesse universale come l’ambiente). Ma se i gruppi imperialisti che hanno fatto l’UE sono arrivati all’austerità e persistono, ci sarà pure qualche ragione che li spinge o addirittura costringe. Se i gruppi imperialisti americani e sionisti portano la guerra in ogni angolo del mondo, ci sarà pure qualche motivo che li spinge a questo o addirittura li costringe a fare così. La sinistra borghese denuncia e deplora ma attribuisce ogni avvenimento al caso o all’incomprensione di questo o quell’uomo politico o partito. Il risultato è che porta le masse popolari che la seguono ad agitarsi a vuoto, fino a demoralizzarsi. L’intellettuale e l’esponente ricco della sinistra borghese si ritira dalla politica, il lavoratore si dispera o subisce.

Assimilare la concezione comunista del mondo, il marxismo-leninismo-maoismo, è indispensabile per finirla con l’agitarsi a vuoto attorno a piattaforme rivendicative o a scadenze elettorali. Bisogna finalizzare tutto alla conquista del potere, a partire dalla costituzione del Governo di Blocco Popolare. Ogni conquista, anche se le masse popolari riescono a strapparla, è precaria finché il governo del paese è nelle mani della borghesia e del suo clero. Se le masse popolari organizzate prendono il governo del paese, possono realizzare ogni conquista.

Data l’influenza che ancora conserva, noi comunisti dobbiamo “mettere alla prova” dei fatti la sinistra borghese: o collaborerà alla costituzione del GBP o perderà prestigio e influenza. Questo è il senso della linea che noi comunisti seguiamo. La sinistra borghese ha influenza tra le masse popolari, ma se non contribuisce a costituire il GBP, a crearne le condizioni, la perderà. Non le piattaforme rivendicative né le scadenze elettorali, ma la lotta per costituire il governo d’emergenza delle masse popolari organizzate è la via maestra: a questo va subordinata e finalizzata ogni attività delle masse popolari.

Buona lettura!


Appendice

Ombre danzanti sulle macerie

CHE RESTA DELL’89

Dov’è la festa

Luciana Castellina – da il manifesto di sabato 8 novembre 2014 – pag. 1 e 15

L’89 non fu solo gioiosa rivoluzione libertaria, ma un passaggio assai più ambiguo, gravido di conseguenze di portata mondiale, che ha spianato la strada al capitalismo più selvaggio

Un pezzetto di quel muro caduto 25 anni fa ce l’ho ancora sulla mia scrivania: un frammento di intonaco colorato che strappai con le mie mani quando accorsi anche io a Berlino mentre ancora, a frotte, quelli dell’est esondavano verso l’agognato Occidente. Furono giornate gioiose attorno a quel simbolo di una guerra – quella fredda – che era scoppiata meno di due anni dopo la fine di quella calda.

Per oltre quarant’anni quella frontiera, e già molto prima che fosse eretto il muro, l’avevo attraversata solo illegalmente: negli anni ’50 perché il mio governo non mi dava un passaporto valido per i paesi oltre la cortina di ferro (dovevamo rimanere chiusi nell’area della Nato) e perciò per parlarsi con tedeschi della DDR, ungheresi o bulgari si prendeva il metro a Berlino e dall’altra parte ti fornivano una sorta di passaporto posticcio. Poi, dopo la costruzione del muro, quando noi potevamo legalmente andare ad est e invece quelli di Berlino est non potevano più venire a ovest, ridiventammo clandestini: per potere incontrare, senza incappare nella sorveglianza della Stasi, i nostri compagni pacifisti del blocco sovietico, dissidenti rispetto ai loro regimi, ma convinti che a una evoluzione democratica non sarebbero serviti i missili perché solo il disarmo e il dialogo avrebbero potuto facilitarla.

Per questo, gioia in quell’autunno dell’89 e anche un po’ di orgoglio per il merito che per questo esito aveva avuto anche il nostro movimento pacifista, l’End “per un’Europa senza missili dall’Atlantico agli Urali”. Avevamo prodotto una deterrenza politica, contribuendo ad isolare chi, per abbattere il muro, avrebbe voluto scegliere la più sbrigativa via delle bombe.

E però l’89 non fu solo gioiosa rivoluzione libertaria. Fu un passaggio assai più ambiguo, gravido di conseguenze, non tutte meravigliose. Oggi è anche più chiaro, e così l’avverto dolorosamente nella memoria che evoca in me. Peraltro quel 9 novembre di 25 anni fa per me, credo per tanti, non è dissociabile dalle date che seguirono di pochi giorni: il 12 novembre, quando Achille Occhetto, alla Bolognina, disse che il Pci andava sciolto; il 14, quando ce lo comunicò ufficialmente alla traumatica riunione della direzione del partito di cui, dopo che il Pdup era confluito nel Pci, ero entrata a far parte. Così imponendoci – a tutti – la vergogna di passare per chi sarebbe stato comunista perché si identificava con l’Unione sovietica e le orribili democrazie popolari che essa aveva creato.

Non c’era bisogno della caduta del muro per convincersi che quello non era più da tempo il modello dell’altro mondo possibile che volevamo, non solo per noi che avevamo dato vita al Manifesto, ovviamente, ma nemmeno più per la stragrande maggioranza degli iscritti al Pci e dei suoi elettori. Ma non si trattava soltanto della sinistra italiana, il mutamento che segnò l’89 ha avuto portata assai più vasta: è in quell’anno che si può datare la vittoria a livello mondiale di questa globalizzazione che tuttora viviamo, accelerata dalla conquista al dominio assoluto del mercato di quel pezzo di mondo che pur non essendo riuscito a fare il socialismo gli era tuttavia rimasto estraneo.

Ci fu, certo, liberazione da regimi diventati oppressivi, ma solo in piccola parte perché non aveva vinto un largo moto animato da un positivo disegno di cambiamento: c’era stata, piuttosto, la brutale riconquista da parte di un Occidente che proprio in quegli anni, con Reagan, Thatcher, Kohl, aveva avviato una drammatica svolta reazionaria.

Al dissolversi del vecchio sistema si fece strada, arrogante e pervasivo, il capitalismo più selvaggio, sradicando valori e aggregazioni nella società civile, lasciando sul terreno solo ripiegamento individuale, egoismi, corruzione, violenza. Il coraggioso tentativo di Gorbaciov non era riuscito, il suo partito, e la società in cui aveva regnato, erano ormai decotte e rimasero passive. E così il paese anziché democratizzarsi divenne preda di un furto storico colossale, ci fu un vero collasso che privò i cittadini dei vantaggi del brutto socialismo che avevano vissuto senza che potessero godere di quelli di cui il capitalismo avrebbe dovuto essere portatore. (A proposito di democrazia: chissà perché nessuno, mai, ricorda che solo tre anni dopo Boris Eltsin, che aveva liquidato Gorbaciov, arrivò a bombardare il suo stesso Parlamento colpevole di non approvare le sue proposte?). Come scrisse Eric Hobsbawm nel ventesimo anniversario del crollo, “il socialismo era fallito, ma il capitalismo si avviava alla bancarotta”.

Avrebbe potuto andare diversamente?

La storia, si sa, non si fa con i se, ma riflettere sul passato si può e si deve ( e purtroppo non lo si è fatto che in minima parte). E allora è lecito dire che c’erano altri possibili scenari e che se la storia ha preso un’altra strada non è perché il “destino è cinico e baro”, ma perché a quell’appuntamento di Berlino si è giunti quando si era già consumata una storica sconfitta della sinistra a livello mondiale. L’89 è una data che ci ricorda anche questo.

Le responsabilità sono molteplici. Perché se è vero che il campo sovietico non era più riformabile e che una rottura era dunque indispensabile, altro sarebbe stato se i partiti comunisti , in Italia e altrove, avessero avanzato una critica aperta e complessiva di quell’esperienza già vent’anni prima, invece di limitarsi – come avvenne nel ’68 in occasione dell’invasione di Praga – a parlare solo di errori. In quegli anni i rapporti di forza stavano infatti positivamente cambiando in tutti i continenti ed era ancora ipotizzabile una uscita da sinistra dall’esperienza sovietica, non la capitolazione al vecchio che invece c’è stata. E così nell’89, anziché avviare finalmente una vera riflessione critica, si scelse l’abiura, che avallò l’idea che era il socialismo che proprio non si poteva fare.

Gorbaciov restò così senza interlocutori per portare avanti il tentativo di dar almeno vita, una volta spezzata la cortina di ferro, a una diversa Europa. Un’ipotesi che aveva perseguito con tenacia, offrendo più volte lui stesso alla Germania la riunificazione in cambio della neutralizzazione e denuclearizzazione del paese. Fu l’Occidente a rifiutare. Mancò all’appello, quando unilateralmente il presidente sovietico diede via libera all’abbattimento della cortina di ferro, il più grande partito comunista d’occidente, quello italiano, frettolosamente approdato all’atlantismo e impegnato ad accantonare, quasi con irrisione, il tentativo di una “terza via” fondata su uno scioglimento dei due blocchi avanzata da Berlinguer alla vigilia della sua morte improvvisa. E mancò la socialdemocrazia, che aveva in quell’ultimo decennio marginalizzato gli uomini che pure si erano con lungimiranza battuti per una diversa opzione: Brandt, Palme, Foot, Kreiski. È così che l’89 ci ha consegnato un’altra sconfitta, quella dell’Europa. Che perse l’occasione di costruirsi finalmente un ruolo e una soggettività autonome, quella “Casa comune europea” che Gorbaciov aveva sostenuto e indicato, e che trovò solo un simpatizzante – ma debolissimo – in Jaques Delors, allora presidente della Commissione europea. Nell’89 l’Unione Europea avrebbe finalmente potuto coronare l’ambizione di liberarsi dalla sudditanza americana che l’esistenza dell’altro blocco militare aveva facilitato, e invece si ritrasse quasi spaventata. Avviandosi negli anni successivi lungo la disastrosa strada indicata dalla Nato: ricondurre al vassallaggio le ex democrazie popolari per poter estendere i propri confini militari fino a ridosso della Russia.

Non andò molto meglio neppure in Germania. Anche qui ci fu certo la grande gioia della riunificazione del paese che aveva vissuto la dolorosissima ferita della divisione, ma anche qui, più che di un nuovo inizio, si trattò di una annessione condotta secondo le regole di un brutale vincitore. A 25 anni di distanza la disuguaglianza fra cittadini tedeschi dell’ovest e dell’est è più profonda di quella fra nord e sud d’Italia, perché la “Treuhand” incaricata di privatizzare quanto era pubblico nell’economia della RDT preferì azzerare le imprese per lasciar il campo libero alla conquista di quelle della RFT. Cinque anni fa nel commemorare il crollo del muro il settimanale Spiegel rese noti i risultati di un sondaggio: il 57% degli abitanti della ex Germania dell’est – che dio solo sa quanto era brutta – ne avevano nostalgia. Oggi probabilmente quella che viene chiamata “Ostalgie” è cresciuta. (Fra i miei ricordi c’è anche una cena con Willi Brandt non molto tempo prima della sua scomparsa: tornava da un giro ad est in occasione della prima campagna elettorale del paese riunificato ed era desolato per come la riunificazione era stata condotta. La Spd non aveva del resto nascosto, sin dall’inizio, la sua contrarietà a come era stato avviato il processo).

Per tutte queste ragioni non condivido la spensierata (agiografica) festosità che accompagna, anche a sinistra, la celebrazione del crollo del Muro. Soprattutto perché – e questa è forse la cosa più grave – l’89 è anche il tempo in cui per milioni di persone prende fine la speranza – e persino la voglia – di cambiare il mondo, quasi che il socialismo sovietico fosse stato il solo modello praticabile. E via via è finita per passare anche l’idea che tutto il secolo impegnato a costruirlo anche da noi era stata vana perdita di tempo. Un colpo durissimo inferto alla coscienza e alla memoria collettiva, alla soggettività di donne e uomini che per questo avevano lottato. E nessuno sforzo per riflettere criticamente su cosa era accaduto per trarre forza in vista di un più adeguato nuovo progetto. Non è un caso che anche i posteriori tentativi di dar vita a nuovi partiti di sinistra abbiano prodotto formazioni tanto impasticciate: perché incapaci di fare davvero i conti con la storia. E perciò qualche ristagno ideologico o la resa a un pensiero unico che indica il capitalismo come solo orizzonte della storia.

Nel dire queste parole amare rischio come sempre di fare la nonna noiosa che continua a rimuginare sul passato senza guardare al presente. So bene che ci sono oggi nuovi movimenti animati da generazioni nate ben dopo la famosa storia del Muro che si propongono a loro modo di inventarsi un mondo diverso. Ma non mi rassegno a subire senza reagire il disinteresse che avverto in tanti di loro per il nostro passato, non perché vorrei ci assolvessero dai nostri errori, ma perché non sono convinta si possa andar lontano se non si ha rispetto storico per quanto di eroico e coraggioso, e non solo di tragico, c’è stato nei grandi tentativi, pur sconfitti, del ‘900; se non si avverte quanto misera sia l’enfasi posta oggi su un’idea di libertà – quella ufficialmente celebrata in questo venticinquennale del Muro – così meschina da apparire arretrata persino rispetto alla rivoluzione francese dove almeno era stato aggiunto uguaglianza e fraternità, ormai considerati obiettivi puerili e controproducenti: il mercato, infatti, non li può sopportare.

Non ho molta credibilità nel proporre la creazione di partiti, l’ho fatto troppe volte nella mia vita e non con straordinario successo. E tuttavia ora ne vorrei davvero fare uno: il partito dei nonni. Non perché insegnino ai giovani cosa devono fare, per carità, ma perché vorrei che almeno due generazioni uscissero dal mutismo in cui hanno finito per rinchiudersi, intimiditi da rottamatori di destra e di sinistra. Vorrei che riprendessero la parola, riacquistassero soggettività: per dire che sulla storia di prima del crollo del muro vale la pena di riflettere, perché si tratta di una storia piena di ombre, ma anche di esperienze straordinarie ( a cominciare dalla rivoluzione d’ottobre di cui giustamente Berlinguer disse che aveva perso la sua spinta propulsiva, non che era meglio non farla). Buttare tutto nel cestino significa incenerire ogni velleità di cambiamento, di futuro.

Per finire: da quando è caduto il muro di Berlino ne sono stati eretti altri mille, materiali (Messico/ Usa; Israele/Palestina, Pakistan/ India …..ultimo Ucraina/Russia) e non (vedi la disuguaglianza globale e i muri europei “a mare” nel Mediterraneo e di terra a Melilla, contro i migranti). Non proprio una festa.

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