Socialismo piccolo-borghese e socialismo proletario

17 Mar

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Lenin, Opere complete, vol. 9, pag. 416-424 (traduzione rivista sull’originale)

 

(Articolo pubblicato la prima volta sulla rivista Proletari, n. 24, 7 novembre (25 ottobre) 1905)

Presentazione della redazione di La Voce – marzo 2014

Instaurare il socialismo è la sola soluzione realistica e definitiva all’attuale crisi generale del capitalismo.

Perché questa soluzione, apparentemente semplice, non è largamente accettata dai gruppi che cercano di mobilitare e orientare le masse popolari contro i mali prodotti dalla crisi generale del capitalismo?

Non principalmente perché è difficile instaurare il socialismo: delle difficoltà della sua realizzazione, poco o nulla se ne parla. È la soluzione stessa che è poco considerata e, quando è considerata, spesso sotto la stessa espressione “instaurare il socialismo” si nascondono in realtà concezioni molto diverse.

È facile capire i motivi di questa apparente stranezza. Il movimento comunista, dopo alcuni decenni di grande espansione nel mondo seguiti alla vittoria della Rivoluzione d’Ottobre nel 1917, ha subito una sconfitta grande e a livello mondiale. La speranza e la fiducia delle larghe masse suscitate dalla vittoria, si sono trasformate in sfiducia e depressione. La borghesia e il clero non hanno risparmiato denigrazioni e manipolazioni di ogni genere non solo per togliere alle larghe masse ogni fiducia, ma anche per impedire che si consolidassero correnti di rivoluzionari che individuassero i motivi della sconfitta e innescassero la rinascita: operazione tanto più facile quella della borghesia e del clero perché prima del crollo del 1989, vi erano stati decenni di lenta e graduale decadenza, in cui le persistenti conquiste del socialismo si sono mischiate con le nefandezze della reintegrazione nel mondo capitalista che era in corso. Da qui non solo le più svariate denigrazioni su quello che era stata la prima ondata della rivoluzione proletaria, ma anche le più varie fantasie a proposito del socialismo (fino alla teoria che “la classe operaia non c’è più” di Marco Revelli e alla teoria di Toni Negri della scomparsa della divisione in classi degli individui che sarebbero diventati elementi di un pulviscolo sociale, una moltitudine di atomi). Al punto che oggi tra fautori del socialismo vi è una situazione da Torre di Babele. Anche quelli che parlano di socialismo, in realtà parlano di cose assolutamente diverse, per cui ovviamente tanto meno riescono a capirsi su cosa fare in pratica, salvo agire a buon senso, secondo il senso comune di ciascuno, cioè succubi della concezione borghese o clericale del mondo. Bisogna quindi in un certo senso ricominciare da due. Quando parliamo di socialismo, mettere anzitutto in chiaro di cosa parliamo.

Il termine socialismo è entrato nel linguaggio e il socialismo è comparso come categoria e corrente politica in Europa all’inizio dell’Ottocento. Era il periodo della crisi cicliche del capitalismo, il modo di produzione che si era oramai ben radicato in alcune grandi zone d’Europa. Qui la produzione mercantile e il lavoro salariato si erano grandemente diffusi. Si erano formate grandi masse di uomini che, a differenza delle famiglie contadine d’un tempo e delle economie chiuse delle corti medioevali e di altre piccole comunità sostanzialmente autosufficienti, producevano in condizioni che li rendevano dipendenti l’uno dall’altro ma d’altra parte senza alcun legame di parentela, di vicinato o di dipendenza personale e senza alcun accordo preliminare che distribuisse tra loro i compiti e i prodotti, che definisse chi produceva cosa e per chi. Sembrava a buon senso che proprio da qui provenissero le crisi, la decadenza di intere popolazioni agricole e, in contrasto con la ricchezza crescente di prodotti e di idee, la miseria diffusa delle città dove una popolazione crescente si addensava in condizioni igieniche, morali e intellettuali peggiori di quelle che si era abituati a vedere nei secoli passati. Sorsero quindi i primi gruppi di riformatori e di pensatori, le correnti, i movimenti e le iniziative pratiche per riformare la società. Essi vennero in generale indicate con il termine di socialisti, perché postulavano tutti un qualche rimedio a quello che sembrava un disordine sociale prodotto dall’agire arbitrario degli individui.

Nel Manifesto del partito comunista (febbraio 1848) Marx ed Engels nel capitolo 3 elencano e illustrano cinque correnti principali di socialismi: tre reazionarie: il socialismo feudale, il socialismo piccolo-borghese (proudhonismo,  anarchismo e altri), il socialismo tedesco che si autodefiniva “vero socialismo”; una conservatrice o borghese; una critico-utopista (owenisti, fourieristi e altri ancora). Per l’illustrazione di ognuna rinvio al Manifesto stesso. A queste correnti Marx ed Engels contrapposero il socialismo scientifico, una concezione derivata dall’elaborazione dell’intera esperienza storica dell’umanità. Essa indicava la lotta della classe operaia contro la borghesia e ogni altra classe dominante come fattore decisivo che avrebbe sviluppato la società borghese secondo la linea di sviluppo che le è propria e fondato una nuova società. Essi chiamarono comunismo la società che sarebbe risultata da questa trasformazione (l’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti) e indicarono (nella lettera scritta nel 1875 ai fondatori del Partito socialdemocratico tedesco nota come Critica del programma di Gotha) con il termine socialismo la fase inferiore di questa società, la fase iniziale, quella che si ha quando la classe operaia organizzata, con alla testa il suo Partito comunista, prende il potere e avvia la riorganizzazione della struttura produttiva che sostituisce la produzione fatta da agenzie pubbliche alla produzione fatta dalle aziende capitaliste e la connessa riorganizzazione della sovrastruttura intellettuale, morale e politica dell’intera società. Quindi una società che è diretta da chi vuole creare la società comunista, ma nella quale elementi e aspetti della società borghese (il vecchio mondo) coesistono e si combattono con elementi e aspetti del comunismo (il nuovo mondo).

Questo è il socialismo a cui noi ci riferiamo. Esso ha come pilastri portanti, come caratteristiche fondanti

1. il potere in mano alle masse popolari organizzate e in primo luogo alla classe operaia organizzata attorno al suo Partito comunista (e quindi la repressione risoluta del sabotaggio, del boicottaggio, delle manovre e della guerra che ostinatamente la borghesia, il clero e i loro succubi opporranno al Nuovo Potere);

2. il passaggio (nelle forme e con i tempi adeguati alle condizioni concrete) dalla produzione fatta in aziende capitaliste e in piccole aziende individuali e familiari alla produzione fatta in agenzie pubbliche che lavorano secondo un piano stabilito e approvato dalle masse popolari organizzate secondo procedure e tramite istituzioni create a questo scopo;

3. la crescente partecipazione di tutta la popolazione alle attività specificamente umane, in particolare alla gestione, alla direzione e alla progettazione della vita sociale, delle relazioni che compongono gli individui in società.

Lo scritto di Lenin Socialismo piccolo-borghese e socialismo proletario (1905, Opere complete vol. 9 pagg. 416-424 – qui in versione rivista sull’originale), pur riferendosi a una situazione e a una formazione economico-politica molto diversa dalla nostra, getta una luce chiara e feconda sul problema che noi abbiamo di fronte: instaurare il socialismo. Con chi avrà chiaro di che cosa parliamo, sarà più facile discutere di come arrivarci, di come fare la rivoluzione socialista, far valere le ragioni della via che noi seguiamo.

Preveniamo il lettore del testo di Lenin che in quell’epoca non si usava distinguere comunismo da socialismo (fase inferiore del comunismo, fase della transizione dal capitalismo al comunismo): quindi con il termine socialismo Lenin indica il comunismo ivi compresa la sua fase inferiore. Socialdemocratici era il nome che in tutta Europa era adottato dai comunisti e dai socialisti, in generale dai membri dei partiti aderenti alla II Internazionale (1889-1914).

Oggi [1905, ndr] in Europa il marxismo ha conquistato il pieno predominio fra le varie dottrine del socialismo e la lotta per la realizzazione del regime socialista viene condotta quasi completamente come lotta della classe operaia diretta dai partiti socialdemocratici. Ma questo pieno predominio del socialismo proletario, fondato sulla dottrina del marxismo, non si è affermato di colpo: si è affermato solo dopo una lunga lotta contro tutte le altre dottrine, contro il socialismo piccolo-borghese, contro l’anarchismo, ecc.

Una trentina di anni fa il marxismo non predominava ancora neppure in Germania: anche qui prevalevano concezioni  effimere, confuse ed eclettiche, che stavano fra il socialismo piccolo-borghese e il socialismo proletario. Nei paesi latini (in Francia, in Spagna e nel Belgio), le dottrine più diffuse fra gli operai d’avanguardia erano il proudhonismo, il blanquismo e l’anarchismo, che in modo evidente esprimevano il punto di vista del piccolo borghese e non del proletario.

Che cosa ha determinato questa vittoria rapida e completa del marxismo proprio in quest’ultimo decennio? Tutto lo sviluppo delle società moderne, sia nell’aspetto economico che in quello politico, tutta l’esperienza del movimento rivoluzionario e della lotta delle classi oppresse hanno confermato sempre più che le idee marxiste sono giuste. La decadenza della piccola borghesia porta inevitabilmente con sé, prima o poi, la scomparsa dei pregiudizi piccolo-borghesi. Lo sviluppo del capitalismo, unito all’inasprirsi della lotta delle classi in seno alla società capitalista, è stato la migliore agitazione in favore delle idee del socialismo proletario.

L’arretratezza della Russia spiega perché nel nostro paese sono ancora molto radicate le diverse dottrine socialiste ormai invecchiate. Tutta la storia del pensiero rivoluzionario russo negli ultimi venticinque anni è la storia della lotta del marxismo contro il socialismo populista piccolo-borghese. Se il rapido sviluppo e i sorprendenti successi del movimento operaio russo hanno permesso al marxismo di prevalere anche in Russia, d’altra parte lo sviluppo di un movimento contadino indubbiamente rivoluzionario, specialmente dopo le celebri sommosse contadine del 1902 in Ucraina, ha in certo qual modo rianimato il decrepito populismo. L’antico populismo, verniciato dell’opportunismo europeo ora di moda (revisionismo, bernsteinismo, critici di Marx), costituisce tutto l’originale bagaglio ideale dei socialisti-rivoluzionari. Il problema contadino occupa quindi un posto centrale nelle polemiche dei marxisti tanto con i populisti propriamente detti, quanto con i socialisti-rivoluzionari.

Il populismo era in una certa misura una dottrina organica e conseguente. Negava il predominio del capitalismo in Russia; negava la funzione degli operai delle fabbriche e delle officine quali combattenti d’avanguardia di tutto il proletariato; negava l’importanza della rivoluzione politica e della libertà politica borghesi; predicava un socialismo che sarebbe sorto di colpo dalla comunità contadina, con la sua piccola economia agricola. Di tutta questa dottrina non sono rimasti ora che i brandelli, ma per comprendere bene le attuali polemiche, per evitare che si convertano in schiamazzi è indispensabile non perdere mai di vista che le basi generali e fondamentali degli errori dei socialisti-rivoluzionari di oggi stanno nel populismo.

L’uomo dell’avvenire in Russia sarà il contadino, pensavano i populisti. Questa opinione scaturiva dalla convinzione che la comunità contadina avesse un carattere socialista e dalla sfiducia nelle sorti del capitalismo. L’uomo dell’avvenire in Russia sarà l’operaio, pensavano i marxisti, e lo sviluppo del capitalismo russo, sia nell’agricoltura che nell’industria, confermava sempre più le loro opinioni. Il movimento operaio si è ora imposto in Russia. Quanto al movimento contadino, tutto l’abisso fra populismo e marxismo si manifesta ora nel modo diverso in cui viene concepito ora il movimento contadino.

Per il populista, è proprio il movimento contadino che smentisce il marxismo. Il movimento contadino sarebbe un movimento che mira direttamente a una rivoluzione socialista, che non si cura quindi in alcun modo della rivoluzione democratica e della libertà borghesi: la rivoluzione e il socialismo non sorgerebbero dalla grande ma dalla piccola economia. In una parola, per il populista, il movimento contadino è proprio un movimento veramente socialista e direttamente socialista. La fede populista nella comunità contadina e l’anarchismo populista spiegano appieno come tali conclusioni siano inevitabili.

Per il marxista il movimento contadino non è affatto un movimento socialista, è un movimento democratico. Esso per il suo contenuto economico-sociale è anche in Russia, come è stato in altri paesi, un indispensabile compagno di strada della rivoluzione democratica borghese. Esso non mira affatto a distruggere le basi dell’ordinamento borghese, l’economia mercantile, il capitale. Al contrario, esso mira a distruggere i vecchi rapporti feudali precapitalisti esistenti  nelle campagne e la grande proprietà terriera, che è il principale sostegno delle sopravvivenze della servitù della gleba. La vittoria completa di questo movimento contadino non eliminerà quindi il capitalismo ma, al contrario, creerà una base più ampia per il suo sviluppo, affretterà e spingerà all’estremo lo sviluppo nettamente capitalista. La vittoria completa dell’insurrezione contadina può soltanto creare il baluardo della repubblica democratica borghese, in seno alla quale si svilupperà, per la prima volta nella maniera più netta, la lotta del proletariato contro la borghesia.

Ecco quindi due opposte concezioni che devono essere chiaramente comprese da chiunque desideri sondare l’abisso che separa, per i loro principi, i socialisti-rivoluzionari e i socialdemocratici. Secondo l’una, il movimento contadino è un movimento socialista; secondo l’altra, il movimento contadino è un movimento democratico borghese.

Da qui si può vedere quale ignoranza dimostrino i nostri socialisti-rivoluzionari quando ripetono per la centesima volta (cfr. per esempio il n. 75 della Revoliutsionnaia Rossia) che i marxisti ortodossi [contrapposti ai revisionisti, ai seguaci di Bernstein, ai critici di Marx] avrebbero “ignorato” la questione contadina (non avrebbero voluto saperne). Questa crassa ignoranza dei socialisti-rivoluzionari può essere combattuta con un solo mezzo: ripetendo l’abicì, esponendo le vecchie opinioni coerentemente populiste, facendo osservare per l’ennesima volta che la vera differenza non consiste nel volere o nel non volere tener conto della questione contadina, nel riconoscerne l’esistenza e nell’ignorarla, ma nella diversa valutazione dell’attuale movimento contadino e dell’attuale questione contadina in Russia.

In primo luogo, chi dice che i marxisti hanno “ignorato” la questione contadina in Russia è un perfetto ignorante, poiché tutte le principali opere dei marxisti russi, a cominciare da Le nostre divergenze di Plekhanov (pubblicate più di venti anni fa), erano appunto dedicate soprattutto alla spiegazione dell’erroneità delle idee populiste sulla questione contadina.

In secondo luogo, chi dice che i marxisti “ignorano” la questione contadina dimostra con ciò di non voler dare una valutazione completa di un dissenso che è veramente di principio: l’attuale movimento contadino è democratico borghese o no? Oggettivamente mira o no a distruggere i residui della servitù della gleba?

I socialisti-rivoluzionari non hanno mai dato e non possono dare una risposta chiara e precisa a queste domande poiché a proposito della questione contadina in Russia essi rimangono disperatamente intricati fra le vecchie concezioni populiste e le attuali concezioni marxiste.

I marxisti dicono che i socialisti-rivoluzionari esprimono il modo di vedere della piccola borghesia (sono gli ideologi della piccola borghesia) proprio perché nella valutazione del movimento contadino non possono sbarazzarsi delle illusioni piccolo-borghesi e delle fantasie del populismo.

Ecco perché siamo ancora costretti a ripetere che due più due fa quattro. A che cosa mira l’attuale movimento contadino in Russia? Alla terra e alla libertà. Quale significato potrà avere la piena vittoria di questo movimento? Ottenuta la libertà, esso eliminerà il dominio dei grandi proprietari terrieri e dei burocrati nella direzione dello Stato. Ottenuta la terra, trasferirà le tenute dei grandi proprietari terrieri ai contadini.

La più completa libertà e la più completa espropriazione dei grandi proprietari terrieri elimineranno forse l’economia mercantile? No, non la elimineranno.

La più completa libertà e la più completa espropriazione dei grandi proprietari terrieri elimineranno forse l’azienda individuale delle famiglie contadine sulle terre delle comunità o sulle terre “socializzate”? No, non la elimineranno.

La più completa libertà e la più completa espropriazione dei grandi proprietari terrieri colmeranno forse il profondo abisso fra il contadino ricco che possiede molti cavalli e molte vacche e il bracciante, il giornaliero, cioè fra la borghesia contadina e il proletariato rurale? No, non lo colmeranno. Al contrario, quanto più complete saranno la sconfitta e la distruzione della casta superiore (dei grandi proprietari terrieri), tanto più profondo sarà l’antagonismo di classe fra la borghesia e il proletariato.

Oggettivamente, quale significato avrà la piena vittoria dell’insurrezione contadina? Questa vittoria annienterà fino  all’ultimo tutti i residui della servitù della gleba, ma non annienterà affatto il sistema economico borghese, non annienterà il capitalismo, non eliminerà la divisione della società in classi, in ricchi e poveri, in borghesia e proletariato.

Perché l’attuale movimento contadino è un movimento democratico borghese? Perché, distruggendo il potere dei funzionari e dei grandi proprietari terrieri, crea una società democratica senza modificare le basi borghesi di questa società democratica, senza distruggere il dominio del capitale.

Quale deve essere l’atteggiamento dell’operaio cosciente, del socialista, nei confronti dell’attuale movimento contadino? Egli deve sostenere questo movimento, aiutare nella maniera più energica i contadini, aiutarli fino in fondo ad abbattere completamente tanto il potere dei funzionari che quello dei grandi proprietari terrieri. Ma al tempo stesso deve spiegare ai proletari che non basta abbattere il potere dei funzionari e dei grandi proprietari terrieri. Abbattendo questo potere ci si deve al tempo stesso preparare a distruggere il potere del capitale, il potere della borghesia. Per farlo è necessario propagandare immediatamente la dottrina del socialismo integrale, cioè la dottrina marxista, e riunire, raggruppare, organizzare i proletari delle campagne per la lotta contro la borghesia contadina e contro tutta la borghesia russa.

Può l’operaio cosciente dimenticare la lotta democratica per combattere la lotta socialista o la lotta socialista per combattere la lotta democratica? No, l’operaio cosciente si chiama socialdemocratico proprio perché ha capito il rapporto fra l’una e l’altra lotta. Egli sa che l’unica strada che porta al socialismo passa attraverso la democrazia, attraverso la libertà politica. Egli aspira quindi alla realizzazione completa e conseguente della democrazia per poter raggiungere l’obiettivo finale, il socialismo.

Perché le condizioni della lotta per la democrazia differiscono da quelle della lotta per il socialismo? Perché gli operai avranno immancabilmente nell’una e nell’altra lotta alleati differenti. Essi lotteranno per la democrazia insieme con una parte della borghesia e soprattutto della piccola borghesia. Lotteranno per il socialismo contro tutta la borghesia. Si può e si deve lottare contro il funzionario ed il grande proprietario terriero insieme con tutti i contadini, anche agiati e medi. Ma contro la borghesia, cioè anche contro i contadini agiati, si può lottare con speranza di successo soltanto insieme con il proletariato rurale.

Se ricorderemo tutte queste verità elementari del marxismo – al cui esame i socialisti-rivoluzionari preferiscono sempre sottrarsi – ci sarà facile giudicare le loro seguenti “nuovissime” obiezioni contro il marxismo.

“Perché – esclama la Revoliutsionnaia Rossia (n. 75) – si dovrebbe in un primo tempo sostenere il contadino in generale contra il grande proprietario terriero e poi (cioè al tempo stesso) sostenere il proletariato contro il contadino in generale invece di sostenere senz’altro il proletariato contro il grande proprietario terriero e cosa c’entri qui il marxismo, lo sa Allah”.

Questo è il punto di vista dell’anarchismo più primitivo, di un’ingenuità puerile. L’umanità già da molto tempo, da molti secoli, anzi da molti millenni, sogna di far sparire “senz’altro”, d’un colpo solo, ogni forma di sfruttamento. Ma questi sogni sono rimasti sogni fino a quando milioni di sfruttati non hanno cominciato ad unirsi in tutto il mondo in una lotta coerente, tenace e multiforme per trasformare la società capitalista secondo la linea di sviluppo che le è propria. I sogni socialisti si sono trasformati in una lotta socialista di milioni di uomini solo quando il socialismo scientifico di Marx ha legato le aspirazioni di rinnovamento con la lotta di una determinata classe. Senza lotta di classe il socialismo si riduce a vuote chiacchiere o a un sogno ingenuo.

Noi in Russia abbiamo dinanzi agli occhi due diverse lotte di due diverse forze sociali. Il proletariato combatte contro la borghesia dovunque vi siano rapporti di produzione capitalisti (e ve ne sono perfino – per norma dei nostri socialisti-rivoluzionari – in seno alla comunità contadina, cioè proprio su quella terra che sarebbe, dal loro punto di vista, “socializzata”). I contadini, come strato di piccoli proprietari terrieri, di piccoli borghesi, combattono contro tutti i residui della servitù della gleba, contro i funzionari e i grandi proprietari terrieri. Soltanto coloro che non conoscono  affatto l’economia politica e la storia delle rivoluzioni di tutto il mondo, possono non vedere quanto queste due guerre sociali siano diverse, appartengano a due generi diversi. Chiudere gli occhi sulla diversità di queste guerre ricorrendo alle parole “senz’altro”, significa nascondere la testa sotto l’ala e rinunciare a qualsiasi analisi della realtà.

Avendo perduta l’organicità di pensiero del vecchio populismo, i socialisti-rivoluzionari hanno dimenticato anche molta parte della dottrina degli stessi populisti. “Aiutando i contadini a espropriare i grandi proprietari terrieri – scrive nello stesso numero la Revoliutsionnaia Rossia – il signor Lenin inconsciamente collabora a instaurare l’economia piccolo-borghese sulle rovine delle forme già più o meno sviluppate di economia agricola capitalista. È questo o no un passo indietro dal punto di vista del marxismo ortodosso”?

Vergognatevi, signori! Avete dimenticato dunque il vostro signor V. V.! Consultate le sue Sorti del capitalismo, i Saggi del signor Nikolai-on e le altre fonti della vostra saggezza. Vi tornerà allora in mente che in Russia la grande proprietà terriera riunisce in sé caratteri capitalisti e caratteri feudali. Apprenderete allora che esiste ancora il sistema economico delle otrabotki [lavoro obbligatorio per il grande proprietario che il contadino doveva fare dopo che nel 1861 il regime zarista aveva abolito la servitù della gleba, ndr], diretta sopravvivenza della barstcina [lavoro obbligatorio gratuito che il contadino eseguiva sulle terre signorili al tempo della servitù della gleba, corvée, ndr]. E se inoltre darete un’occhiata a un libro marxisticamente ortodosso come il III volume di Il capitale di Marx, apprenderete che in nessun luogo lo sviluppo dell’economia feudale e la sua trasformazione in economia capitalista ha proceduto, né poteva procedere, altrimenti che attraverso l’economia contadina piccolo-borghese.

Per criticare il marxismo vi servite di un mezzo troppo semplice, da troppo tempo smascherato: attribuite al marxismo l’idea, caricaturalmente semplificata, della trasformazione diretta della grande economia feudale in grande capitalismo! Voi ragionate cosi: il raccolto dei grandi proprietari terrieri è superiore a quello dei contadini; l’espropriazione dei grandi proprietari terrieri è dunque un passo indietro. Questo ragionamento è degno di uno studente di quarta ginnasio. Pensate un po’, signori: la separazione, al tempo dell’abolizione della servitù della gleba, delle terre poco produttive del contadino da quelle altamente produttive dei grandi proprietari terrieri è stata forse un “passo indietro”?

La grande proprietà terriera odierna in Russia riunisce in sé caratteri capitalisti e caratteri feudali. L’odierna lotta dei contadini contro i grandi proprietari terrieri è, per il suo significato obiettivo, lotta contro i residui della servitù della gleba. Ma tentare di enumerare tutti i singoli casi e di considerare ogni singolo caso, di determinare con la precisione del bilancino del farmacista dove esattamente finisce il feudalesimo e dove comincia il capitalismo puro, significa attribuire ai marxisti la propria pedanteria. Non possiamo calcolare quale parte, nel prezzo delle merci che acquistiamo da un piccolo bottegaio, è costituita dal valore del lavoro e quale dalla truffa, ecc. Questo significa, forse, signori, che bisogna abbandonare la teoria del valore-lavoro?

L’attuale grande proprietà terriera riunisce in sé caratteri capitalisti e caratteri feudali. Soltanto dei pedanti possono trarne la conclusione che abbiamo l’obbligo di considerare, contare ed elencare in ogni singolo caso ogni minima particolarità secondo il suo carattere sociale. Solo degli utopisti possono trarne la conclusione che per noi “non mette conto” distinguere due guerre sociali di genere diverso. Ne consegue la conclusione che noi dobbiamo riunire nel nostro programma e nella nostra tattica la lotta puramente proletaria contro il capitalismo con la lotta sostanzialmente democratica (e di tutti i contadini) contro la servitù della gleba.

Quanto più fortemente sono sviluppati i caratteri capitalisti nell’attuale grande proprietà terriera semifeudale, tanto più urgente e indispensabile è organizzare subito in modo indipendente il proletariato rurale, perché tanto più presto entrerà in scena, ad ogni confisca, un antagonismo prettamente capitalista o prettamente proletario. Quanto più forti sono i caratteri capitalisti nella grande proprietà terriera, tanto più rapidamente la confisca democratica spingerà alla vera lotta per il socialismo e quindi tanto più pericolosa sarà la falsa idealizzazione della rivoluzione democratica, idealizzazione che voi fate mediante la parola “socializzazione”. Ecco quale conseguenza scaturisce dalla combinazione del  capitalismo e del feudalesimo nella grande proprietà terriera!

Dunque, unire la lotta puramente proletaria con la lotta di tutti i contadini, ma senza confonderle. Sostenere la lotta di tutti gli elementi democratici e di tutti i contadini senza affatto fondersi con questa lotta, che non è di classe, senza affatto idealizzarla con false parole come quella della socializzazione, senza affatto dimenticare, neanche per un istante, l’organizzazione sia del proletariato urbano che del proletariato rurale in un partito socialdemocratico assolutamente indipendente, con un carattere di classe. Sostenendo fino in fondo la più decisa democrazia, questo partito non permetterà che i sogni reazionari e le esperienze “egualitarie” in regime di economia mercantile lo distraggano dal cammino rivoluzionario. Ora la lotta dei contadini contro i grandi proprietari terrieri è rivoluzionaria. La confisca delle terre dei grandi proprietari, in questo momento di evoluzione economica e politica, è, sotto tutti gli aspetti, rivoluzionaria e noi sosteniamo questa misura democratica rivoluzionaria. Ma chiamare questa misura “socializzazione”, ingannare se stessi e il popolo circa la possibilità di un godimento “egualitario” della terra in regime di economia mercantile, questa è un’utopia reazionaria piccolo-borghese che noi lasciamo ai socialisti-rivoluzionari.

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