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14 Gen
Simbolo del (n)PCI I comunicati del (n)PCI

 

14 gennaio 2014

 

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Il partito comunista non è il partito delle rivendicazioni, delle proteste e delle denunce. È il partito che mobilita, organizza e dirige la classe operaia e il resto delle masse popolari a costruire il proprio potere conquistando una posizione dopo l’altra a spese della borghesia e del clero fino ad eliminare completamente il loro potere.

 

 

 

Il movimento comunista rinasce perché supera i suoi limiti che gli hanno impedito di condurre la prima ondata della rivoluzione proletaria fino all’instaurazione del socialismo in tutto il mondo!

 

 

 

Alla diffusione del Comunicato CC 2/2014 – 11 gennaio 2014 (saluto del CC del nuovo PCI al II congresso di Comunisti Sinistra Popolare) alcuni membri e simpatizzanti di CSP hanno reagito alcuni rimproverandoci di esagerare quando diciamo che la sinistra del PCI dopo il 1945 non sapeva cosa fare per fare la rivoluzione socialista, altri sostenendo che le quattro questioni indicate nel Comunicato (i quattro limiti che dobbiamo superare) sono “punti oscuri”.

 

L’importanza delle loro obiezioni è tale che dedichiamo ad esse questo Avviso ai naviganti.

 

Prendiamo Pietro Secchia come esponente rappresentativo della sinistra del PCI, cioè di quella parte che era convinta che era possibile instaurare il socialismo in Italia (quindi in disaccordo con le tesi che Oliviero Diliberto proclama ancora oggi, di cui abbiamo detto nel Comunicato) e voleva instaurare il socialismo. Pietro Secchia era certamente scontento della linea che Togliatti e i suoi soci imponevano nel PCI. Ma quale linea proponeva? Ha mai proposto una linea, andando oltre il manifestare a destra e a manca, in Italia e all’estero il suo malcontento per la linea di Togliatti e mostrare che con quella linea Togliatti portava alla liquidazione il Partito che si era costruito lottando contro il fascismo e che conducendo la Resistenza aveva conquistato una larga egemonia? L’articolo Pietro Secchia, un altro punto di vista nel PCI di Marco Rizzo che riportiamo in Appendice conferma pienamente la nostra affermazione, senza volerlo e forse senza che Rizzo neanche se ne renda conto. Infatti attingendo al racconto di Giorgio Bocca, Rizzo racconta che Togliatti (infastidito perché non può accettare uno scontro di linea: normalmente la destra evita lo scontro di linea) alle insistenze di Secchia su una questione di tattica (sulla necessità di accelerare ed approfondire la battaglia politica nel contesto dell’opposizione in Senato alla Legge Truffa presentata dalla DC – 1953), risponde: “Già, e poi che facciamo, la rivoluzione?”. A Togliatti Secchia non replica esponendo la successione di passi da fare per arrivare posizione dopo posizione alla conquista del potere e all’instaurazione del socialismo, ma succube e malcontento risponde: “No, non facciamo la rivoluzione. Ma a sentire te non facciamo mai niente!”. E già le parole di questa povera replica di Secchia, secondo Rizzo “certamente risuonavano come un atto di grave insubordinazione”. Perché Rizzo giustifica, anzi esalta la sottomissione della sinistra alla destra nel PCI in nome della disciplina. Ma è questa la disciplina che fa del partito comunista lo Stato Maggiore della rivoluzione socialista?

 

La storia del partito comunista russo è tutta una storia di lotte condotte dalla sinistra capeggiata Lenin contro le varie e successive deviazioni della destra: cioè di quella parte che recalcitrava di fronte ai passi di volta in volta divenuti necessari sulla via della rivoluzione. Ancora alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre Lenin (Lettera ai membri del Comitato Centrale del POSDR, 6 novembre 1917 in Opere complete vol. 26 pagg. 220-221) mise il Comitato Centrale del suo Partito di fronte al suo dovere di cacciare alcuni membri dello stesso CC che erano contro la presa del potere.

 

Succeduto a Lenin alla testa del Partito comunista sovietico, Stalin non cessò un attimo di condurre apertamente nel Partito una lotta accanita contro i trotzkisti e tutti gli altri membri del Partito e del suo CC che si opponevano al mantenimento e consolidamento del potere in Russia (i Diliberto russi di allora) e al suo ruolo di base rossa della rivoluzione proletaria mondiale.

 

Solo finché nel Partito comunista la sinistra mantenne l’iniziativa della lotta contro i portavoce della destra che si susseguivano man mano che la rivoluzione socialista avanzava, fu possibile mantenere nel partito una salda disciplina e rinvigorirlo come Stato Maggiore della rivoluzione socialista.

 

In nome di quale disciplina comunista Secchia, portavoce della sinistra, avrebbe dovuto assoggettarsi alla linea di Togliatti che corrompeva e disgregava il PCI e lo sospingeva su una strada che lo avrebbe condotto a subire la direzione dei Berlinguer, degli Occhetto, dei D’Alema e dei Bertinotti, fino alla competa disgregazione? 

 

Che la sinistra del PCI non sapesse come proseguire la rivoluzione socialista dopo la vittoria della Resistenza, è dimostrato dallo stesso Secchia, dalla sua rassegnazione alla linea di Togliatti. Quando mai nel PCI si è sviluppata una lotta di principio tra la linea patrocinata da Togliatti e una linea di avanzamento della rivoluzione di cui Secchia sarebbe stato il portavoce? Proprio perché tutta una serie di indizi indicano che Secchia non era contento della linea promossa da Togliatti, è giocoforza concludere che non sapeva opporre una linea rivoluzionaria a Togliatti che patrocinava la linea della convivenza nella Repubblica Pontificia e nelle sue istituzioni.

 

È quello che mostra anche l’articolo Pietro Secchia e due importanti lezioni della compagna Rosa L. che abbiamo pubblicato nel n. 26 di La Voce (2007) e ripubblichiamo in appendice a questo Avviso ai naviganti.

 

È strano che la sinistra pur opponendosi alla destra non sapesse che cosa fare? No, è la situazione che in Italia si era presentata anche nel Biennio Rosso (1919-1920). Tutte le ricostruzioni storiche del Biennio Rosso (da Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano a Renzo Del Carria, Proletari senza rivoluzione) ci dicono che la destra del PSI e della CGIL si opponeva alla rivoluzione, ma ci dicono anche che la sinistra, gran parte della quale poi nel gennaio 1921 costituì il PCI, non aveva alcuna idea di come proseguire la battaglia dell’occupazione delle fabbriche e che, anzi, aveva dato quella battaglia costretta dalla “forza delle cose”, dall’iniziativa degli industriali. Gramsci stesso riconobbe che questo era stato il corso delle cose e proprio per questo dedicò i suoi anni di prigionia a studiare (Quaderni del carcere) come fare la rivoluzione socialista nei paesi imperialisti, seguendo l’esortazione fatta da Lenin ai comunisti europei nella sua relazione (Cinque anni di rivoluzione russa e le prospettive della rivoluzione mondiale) al IV congresso dell’Internazionale Comunista (1922).

 

Traendo lezione da queste esperienze e dagli insegnamenti del movimento comunista internazionale, noi siamo arrivati alla conclusione che la strategia della rivoluzione socialista è la Guerra Popolare Rivoluzionaria: il partito comunista deve mobilitare, organizzare e dirigere la classe operaia e il resto delle masse popolari a costruire già all’interno della società borghese il Nuovo Potere, conquistando una posizione dopo l’altra fino al punto che il Nuovo Potere elimini il potere della borghesia e del clero. Il partito deve condurre campagne una in sinergia con l’altra e una dopo l’altra che sfociano in questo risultato. Ogni campagna è giusta solo se porta a questo risultato. Ogni battaglia deve concorrere al successo di una campagna. Ogni operazione ha senso solo se concorre a vincere una battaglia.

 

Questo è il senso della prima delle quattro questioni che abbiamo posto nel Comunicato CC 2/2014: “la rivoluzione socialista non ha la forma di un’insurrezione popolare che scoppia nel corso della quale il partito comunista prende il potere, ma ha la forma di una guerra popolare rivoluzionaria che il partito promuove e nel corso della quale, conquistando posizione dopo posizione, costruisce il Nuovo Potere fino a distruggere il potere della borghesia e del clero”. Rivendicazioni, proteste e denunce hanno un ruolo solo se sono “ingredienti” della guerra contro la borghesia e il clero.

 

Togliatti aveva buon gioco a porre Secchia di fronte al dilemma: o cedere alla DC o fare l’insurrezione. E Secchia doveva cedere a Togliatti perché lui, che aveva diretto l’insurrezione del 25 aprile 1945, riconosceva che non esistevano le condizioni per un’insurrezione vittoriosa e non sapeva indicare quali passi compiere per arrivarci.

 

Marco Rizzo condivide la concezione di Secchia: opporsi ma non avere una linea per costruire il Nuovo Potere, ridurre il partito comunista a partito delle rivendicazioni, delle proteste e delle denunce. Infatti nello scritto che riportiamo in Appendice, Rizzo dice: “Persino nei paesi che erano stati liberati dall’Armata Rossa non si pose subito (nel 1945, ndr) l’obiettivo del socialismo, ma si crearono dei governi di coalizione di partiti patriottici in cui i partiti comunisti e operai partecipavano. Questi partiti comunisti uscivano da una dittatura tremenda e ancora dovevano guadagnare la stima e la direzione, l’egemonia diremmo gramscianamente, sulla politica nazionale”.

 

Ma forse che il PCI, che usciva da una dittatura tremenda, si era prima guadagnato l’egemonia sulla classe operaia e sulle masse popolari per poi lanciare la Resistenza o aveva approfittato del crollo del regime e dello sbandamento del regio esercito e lanciato la Resistenza e proprio conducendo la Resistenza aveva conquistato una vasta egemonia? L’egemonia Marco Rizzo la concepisce come premessa del potere (quindi come egemonia culturale, d’opinione, elettorale, come seguito e consenso), anziché come attributo del potere, come combinazione di convinzione e di coercizione, come azione del partito che promuove la partecipazione delle masse popolari alla guerra contro la borghesia e il clero combinando campagne, battaglie e operazioni tattiche. Il Partito conquista l’egemonia nella classe operaia e nelle masse popolari via via che mostra che, sotto la sua direzione, riescono a risolvere i loro problemi e sottomettere la borghesia e il clero. Se aspetta l’approvazione prima e senza la dimostrazione, finisce come è finito il PCI. È la tesi che Rosa L. sostiene illustrando anche lei le condizioni del dopo guerra nell’articolo sopra indicato. Rizzo è succube del travisamento togliattiano di Lenin e di Gramsci e della concezione materialista-dialettica di questi a proposito dell’egemonia del Partito comunista.

 

Con questo riteniamo che la prima delle quattro questioni non sia più un punto oscuro. Chiunque concepisce la rivoluzione socialista come un’insurrezione popolare nel corso della quale il partito comunista prende il potere, prima o poi arriva a un punto morto, a un punto in cui il Partito non riesce più a prendere l’iniziativa. F. Engels aveva già nel 1895 messo in guardia i socialisti tedeschi da questa concezione (Introduzione a Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 di K. Marx).

 

Quanto alla seconda questione, essa è la sintesi della storia del PCI dal 1945 al 1990, a oggi. La lotta tra le due linee (della sinistra contro la destra) è strumento ineliminabile di vita e di sviluppo del partito comunista, indispensabile sorgente della sua disciplina da Stato Maggiore della rivoluzione socialista (centralismo democratico): la disciplina risulta dalla capacità della sinistra di prevalere e avanzare, altrimenti è necrosi del partito e lo porta alla morte. È quello che dimostra la storia di tutti i partiti comunisti. La disciplina non deve mai essere sottomissione della sinistra alla destra, di chi vuole proseguire la rivoluzione socialista e instaurare il socialismo a chi vuole la concertazione e la convivenza con la borghesia. Una simile disciplina porta alla disgregazione, alla corruzione e in definitiva alla dissoluzione del partito comunista. Certo le masse non vogliono la rivoluzione socialista allo stesso modo in cui la vuole un soggetto politico: la loro volontà si esprime nel fatto che non aderiscono a un partito che pur dicendosi comunista non fa avanzare la rivoluzione socialista (è la sintesi della triste storia dei gruppi trotzkisti, bordighisti, ecc. che pur si dicono comunisti) o in un modo o nell’altro, prima o poi lo abbandonano se vi hanno aderito (è la triste storia del PCI dal 1950 in poi).  I comunisti invece sono soggetti politici: mostrano la loro volontà di fare la rivoluzione socialista elaborando e attuando la linea per farla. La lotta tra le due linee (della sinistra contro la destra) è condizione necessaria di vita del partito comunista, perché l’influenza ideologica e politica della borghesia si riflette per forza di cose anche nel partito comunista e la sua ala destra ne è la personificazione.

 

La terza questione è la traduzione della seconda in termini organizzativi, di formazione dei membri e degli organismi del Partito comunista. I comunisti non possono lasciarsi guidare dal senso comune (dalle abitudini, dalle idee, dalla mentalità) dettato 1. dalle condizioni di asservimento a cui sono costrette le masse popolari e la stessa classe operaia nella società borghese e 2. dall’egemonia economica, culturale e politica della borghesia e del clero. Ogni membro del Partito comunista deve compiere uno sforzo particolare per trasformare la propria concezione del mondo e assimilare la concezione comunista del mondo, quindi anche per trasformare la propria mentalità e in una qualche misura anche la propria personalità. Solo grazie a questa rivoluzione intellettuale e morale che parte da loro stessi i comunisti riescono a costituire un partito capace di dirigere la rivoluzione socialista, di impedire che nelle loro file crescano e prevalgano loschi individui come Giorgio Napolitano e i suoi complici. I comunisti sono oggetto oltre che soggetto della rivoluzione socialista e per essere in grado di trasformare il mondo devono trasformarsi man mano che trasformano il mondo. Il partito comunista non deve accettare nelle sue file e tanto meno tollerare individui che vi portano la mentalità e la concezione della classe da cui provengono, che si attengono al senso comune che la borghesia, il clero le condizioni e relazioni servili creano e mantengono tra le masse popolari. Il Partito deve educare ogni suo membro, ogni suo membro deve essere disposto a trasformarsi, il Partito deve dare modo a ogni suo membro di trasformarsi e dare alla rivoluzione socialista il massimo contributo di cui è capace. Questo è l’aspetto principale della linea organizzativa del Partito. Il partito comunista è un partito democratico proprio perché dà già oggi a ogni suo membro gli strumenti intellettuali e morali necessari per partecipare alla rivoluzione socialista (per partecipare ad attuare la linea del Partito e ad elaborare la sua analisi, la sua linea e la sua concezione del mondo): quello che nella società socialista la dittatura del proletariato darà a ogni persona (in questo in definitiva consiste l’estinzione dello Stato).

 

La quarta questione riguarda la situazione rivoluzionaria. Il PCI non aveva preparato la lotta armata al fascismo. Ma quando il corso delle cose e l’indicazione dell’Internazionale la posero all’ordine del giorno, vi fecero fronte con onore e successo. Se dopo il 1945 la crisi generale del capitalismo avesse ripreso subito il suo corso che la guerra aveva interrotto (perfino negli USA di Roosevelt solo il riarmo, la forniture di guerra alla Gran Bretagna e poi l’ingresso diretto in guerra posero fine alla disoccupazione di massa e rimisero in marcia a pieno ritmo l’economia),  in Italia e negli altri paesi imperialisti europei i nuovi regimi borghesi, e tra essi la Repubblica Pontificia, difficilmente si sarebbero consolidati. Se la crisi del capitalismo avesse ripreso il suo corso, come tutti allora pensavano, la destra del PCI (impersonata da Togliatti) si sarebbe trovata in difficoltà e la sinistra sarebbe stata spinta un avanti dalle circostanze (dalla situazione rivoluzionaria). Ma i paesi capitalisti nella prima metà del secolo scorso erano in preda a una crisi generale per sovraccumulazione assoluta di capitale a cui la seconda guerra mondiale aveva dato una pausa che sarebbe durata trent’anni circa (1945-1975). Quindi solo l’azione consapevole del Partito comunista, guidato dalla concezione della rivoluzione socialista come guerra popolare rivoluzionaria che avanza conquistando una posizione dopo l’altra, poteva dare continuità alla rivoluzione guidando la classe operaia a tenere il potere conquistato con la Resistenza e prendere in mano essa, con i CNL, la ricostruzione economica del paese: compiendo quest’opera avrebbe consolidato e allargato la sua egemonia fino ad eliminare, dopo la Corte dei Savoia, anche la Corte Pontificia e ogni potere della borghesia e del clero.

 

 

 

Oggi nei paesi imperialisti il movimento comunista è ancora in preda allo sbandamento ideologico (nel campo della teoria e della politica), sconvolto, stordito e disgregato dalla sconfitta subita dalla prima ondata della rivoluzione proletaria. In questo momento chi grida contro la lotta in campo teorico, opera contro la rinascita del movimento comunista. Solo con una concezione del mondo d’avanguardia, il movimento comunista può rinascere. Rinascerà guidando le masse popolari e la classe operaia a far fronte alla crisi del capitalismo, a cambiare il corso delle cose imposto dalla borghesia e dal clero. Solo grazie a una concezione d’avanguardia il Partito comunista è capace di elaborare una linea giusta e tattiche efficaci, a partire dallo stato attuale delle nostre forze. Questo è il terreno su cui devono impegnarsi i comunisti.

 

 

 

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Appendice 1

 

Articolo dal sito http://www.comunistisinistrapopolare.com

 

Pietro Secchia, un altro punto di vista nel PCI

 

18 dicembre 2013 di csp

 

Nell’anniversario della sua nascita, uno scritto di Marco Rizzo.

 

 

 

Nel ricordare oggi la figura del grande comunista Pietro Secchia a centodieci anni dalla sua nascita, il mitico comandante Vineis, oltre naturalmente a invitare a leggere e studiare i numerosi scritti che ci ha lasciato, vorremmo ricordare che l’esperienza politica che stiamo vivendo arriva proprio da lì, da quel ceppo, da quel filone. Lo diciamo senza spocchia, consci dei nostri profondi limiti, avendo la piena percezione di esser “nani seduti sulle spalle di giganti”. Se andiamo a ritroso la nostra recente storia di Comunisti Sinistra Popolare, nell’intrapresa di iniziare ad essere il Partito Comunista in Italia, nasce nel 2009 , ma arriva direttamente dalla storia di Interstampa, dei Centri Culturali Marxisti e della cosiddetta corrente filosovietica del PCI di Armando Cossutta che, nel complesso incontro con quei prestigiosi dirigenti “secchiani” (Alberganti, Vaia, Bera ed altri) costituì negli anni ‘80 le fondamenta per tenere aperta la questione comunista in Italia (col tentativo poi fallito di Rifondazione e del Pdci).

 

E’ utile e necessario cercare di capire ed approfondire un ‘punto di vista’, quello di Pietro Secchia, diverso da quello di Togliatti e della maggioranza del gruppo dirigente del PCI del dopoguerra. Nelle nostre tesi congressuali : http://issuu.com/pc-agitprop/docs/documento_politico_congresso_csp-pc spieghiamo quale poteva esser una diversa strada del comunismo italiano. Ed è proprio a quella, all’originale opera di Pietro Secchia, che desideriamo diffondere e far conoscere nel solco degli insegnamenti di Antonio Gramsci (molto diverso da quello che ci hanno propinato sinora) che vorremmo usare come base di ragionamento storico e teorico per la nostra azione politica.

 

Iniziamo ricordando l’intervento di Marcello Graziosi, Pietro Secchia: Vita di un Rivoluzionario al convegno “LA RESISTENZA ACCUSA – Pietro Secchia antifascista, partigiano, comunista”, tenutosi a Torino il 16 aprile 2005, nonché la testimonianza diretta, veramente commovente, di un suo compagno di lotte, Giorgio Caralli, Come ho conosciuto Pietro Secchia allo stesso convegno.

 

Questi due interventi:

 

 (Graziosi) http://www.resistenze.org/sito/ma/di/se/050416ps/mdse5d21.htm

 

 e (Caralli)  http://www.resistenze.org/sito/ma/di/se/050416ps/mdse5f11.htm

 

ci restituiscono due cose fondamentali dell’attività di Pietro Secchia.

 

Il primo sintetizza molti degli aspetti teorici e politici coinvolti in tale attività, che attraversa tutta la storia del PCI, dagli anni della clandestinità, al periodo della Resistenza, e in ultimo il dopoguerra fino alla sua morte avvenuta nel 1973.

 

Il secondo ci dà uno spaccato di tutto quello che i suoi contemporanei vedevano e di cui può restare traccia solo di riflesso nei suoi scritti. Ricordiamo infatti che la gran parte delle polemiche che si sviluppavano dentro il partito potevano trasparire solo marginalmente, attraverso episodi più o meno emblematici, a causa del costante stato di accerchiamento in cui il PCI operò prima durante e dopo la guerra e della disciplina che, da vero comunista, Secchia sempre si impose, perfino dopo la sua estromissione avvenuta nel 1954, non a caso dopo la morte del compagno Stalin.

 

Quindi quelle “sfumature”, quegli “accenti” diversi devono essere letti con molta attenzione e valutandone tutto l’impatto che essi avevano dentro il partito.

 

Tre sono i punti che vogliamo qui evidenziare: 1) la svolta di Salerno, 2) il significato di “democrazia progressiva”, 3) la concezione del partito,

 

La svolta di Salerno

 

Quando Togliatti nel 1944 aprì ai badogliani nel governo costituitosi nella zona liberata d’Italia, ancora tutto il nord doveva essere liberato e lì la lotta contro il nazifascismo era combattuta da comunisti (per la maggior parte), socialisti e azionisti, nonché da formazioni cattoliche. Quindi in questa situazione gli equilibri politici del sud erano del tutto lontani.

 

Ricorda Secchia:

 

«Anche dopo la “svolta” di Napoli e di Salerno, se più grande fu lo sforzo unitario, non venne mai meno la nostra attenzione sulla direzione da imprimere al movimento, all’obiettivo: lotta per una democrazia progressiva. Valga per tutte la posizione che assumemmo per fare dei CLN degli organismi rappresentativi delle masse e degli organi di potere, ed ancora alla vigilia dell’insurrezione (ne parleremo più avanti), il 10 aprile 1945, con la famosa direttiva n. 16. Guai se in quei giorni ci fossimo lasciati invischiare dal feticismo dell’unità e se per timore di urtare questo o quest’altro personaggio o gruppo politico avessimo capitolato di fronte a coloro che manovravano per impedire l’insurrezione!

 

Infine non risponde a verità l’affermazione fatta da diverse parti che noi dopo la “svolta” di Napoli, per le esigenze della lotta unitaria, accantonammo le istanze sindacali, le rivendicazioni economiche e sociali.

 

Non accantonammo mai la lotta di classe, gli scioperi si susseguirono sino all’ultimo. Certo vi era un interesse generale della nazione col quale dovevano essere coordinati gli interessi particolari, ma noi comunisti non ritenemmo mai che gli interessi della classe operaia fossero in contrasto con quelli nazionali. Al contrario, la lotta di classe potenziava la lotta di liberazione nazionale. Riuscimmo a fare accettare dal CLNAI il principio, ma soprattutto la pratica, dei grandi scioperi e dello sciopero generale! Sempre dall’inizio alla fine della guerra la Resistenza italiana fu caratterizzata dall’intrecciarsi della lotta armata con le lotte di massa. Tutti gli scioperi politici organizzati durante la Resistenza partivano ed avevano come base delle rivendicazioni economiche, sociali. La lotta era indirizzata contro i nazifascisti e contro i grandi industriali collaborazionisti. Le direttive in tal senso erano chiare ed esplicite.»

 

Da queste parole appare chiaro che non si subordinò alla “ragion di stato” l’attività insurrezionale di massa, anzi si rafforzò il ruolo del CLN come base del contropotere in quel momento e soprattutto nella prospettiva successiva alla fine della guerra.

 

Questa dicotomia, sopita fin tanto che l’Italia era divisa in due, esplose successivamente alla fine della guerra, quando il PCI iniziò a perdere le posizioni di contropotere nei luoghi di lavoro e nella società che aveva acquisito, puntando tutto sul rispetto della legalità costituzionale anche dopo la sua espulsione dal governo De Gasperi.

 

Giorgio Bocca, nella sua biografia di Togliatti, riporta un episodio indicativo, testimoniatogli dallo stesso Secchia, nel contesto della dura opposizione organizzata dallo stesso al Senato contro la legge-truffa. Alle insistenze di quest’ultimo sulla necessità di accelerare ed approfondire la battaglia politica, Togliatti avrebbe risposto: “Già, e poi che facciamo, la rivoluzione?”. “No, – avrebbe controbattuto Secchia – non facciamo la rivoluzione. Ma se ascoltiamo te non facciamo mai niente”.

 

Queste parole certamente risuonavano come un atto di grave insubordinazione che infatti da lì a breve Secchia pagò pesantemente con l’estromissione dalla Segreteria e con un’umiliante documento di autocritica assolutamente spropositato rispetto alle accuse rivoltegli in merito a un caso di malversazione di un suo collaboratore, atto rimasto oscuro ancora oggi.

 

La democrazia progressiva

 

Ciò ci introduce all’altro tema su cui Secchia camminò sul filo del rasoio, quello della democrazia progressiva.

 

I resistenti comunisti sapevano che la lotta non doveva fermarsi alla caduta del fascismo, ma doveva continuare nella direzione del socialismo in Italia. Quali erano però le strade da percorrere per arrivare a questo traguardo nessuno poteva saperlo. Persino nei paesi che erano stati liberati dall’Armata Rossa non si pose subito l’obiettivo del socialismo, ma si crearono dei governi di coalizione di partiti patriottici in cui i partiti comunisti e operai partecipavano. Questi partiti uscivano da una dittatura tremenda e ancora dovevano guadagnare la stima e la direzione, l’egemonia diremmo gramscianamente, sulla politica nazionale. Naturalmente da questa parte della Cortina di Ferro la situazione era molto più complicata, data la presenza delle truppe anglo-americane che assunsero già nel 1945 un atteggiamento fortemente anticomunista. Anche dopo la loro partenza i vecchi centri di potere fascisti che erano subito stati restaurati e la sovversione USA contro le libere scelte del popolo italiano condizionarono la politica del PCI. A maggior ragione in Italia, sebbene il PCI avesse aumentato straordinariamente la sua forza e la sua influenza, non si poneva all’ordine del giorno la rottura insurrezionale, ma invece l’accumulazione di forze sempre più vaste di consenso e di costruzione del contropotere popolare in fabbrica e nella società, basato sulla struttura dei vecchi CLN. In questo senso la parola d’ordine “democrazia progressiva” era pienamente giustificata se a tale termine si attribuiva il senso già detto di accumulazione delle forze e transizione verso una situazione rivoluzionaria.

 

Le condizioni ci sarebbero state tutte. Moltissimi resistenti non vollero sapere di cedere le armi e anzi le nascosero, ma sarebbero stati molti di più se la politica del PCI gliel’avesse richiesto. Non è vero che il sud avrebbe costituito una specie di Vandea reazionaria che avrebbe spaccato il Paese in due, come le vittorie elettorali in Sicilia del 1947 e i vasti movimenti di occupazione delle terre in tutto il sud testimoniavano. Il sistema di potere burocratico fascista e prefascista era stato spazzato via, ma invece ritorno in pochissimo tempo senza significative resistenze (ricordiamo in proposito l’assalto alla Prefettura di Milano condotta da Paietta alla notizia della destituzione del prefetto partigiano, fermata e sconfessata dallo stesso Togliatti), anzi con la famosa amnistia che cancellò i crimini fascisti e aprì le porte ai resistenti combattenti.

 

Invece la “democrazia progressiva” fu interpretata da Togliatti solo in senso legalitario, disarmando ideologicamente e organizzativamente il contropotere popolare e puntando tutto sull’alleanza tra i partiti popolari non sui i ceti e le classi che essi rappresentavano, cercando di spaccare questi partiti – a cominciare dalla DC dopo il 1948 e poi il PSI dopo il centrosinistra – e non ad acquisire alle proprie lotte i ceti e le classi che essi rappresentavano. Questo errore di visione strategica, questa concezione dello stato repubblicano nato dalla resistenza come di uno stato che non era né del proletariato né della borghesia, solo perché c’era un pezzo di carta che si chiama Costituzione su cui c’era la firma di comunisti, fu la base dei successivi disastri.

 

In questo quindi Secchia aveva le idee chiare come dimostra nella sua Relazione sulla situazione italiana presentata a Mosca nel dicembre del 1947

 

«Il pericolo della situazione italiana sta nel fatto che le forze conservatrici e reazionarie con alla testa De Gasperi e la DC non adottano la tattica della lotta frontale, ma quella del carciofo, strappano una foglia oggi ed una foglia domani, ci tolgono oggi un diritto, domani una posizione, dopodomani attuano un’altra misura reazionaria e di passo in passo insensibilmente siamo portati a cedere terreno ed a trovarci in posizione sempre più critica. Il pericolo sta nel fatto di non apprezzare appieno il valore delle posizioni che di volta in volta si perdono, di ragionare all’incirca in questo modo: “non vale la pena di impegnare una grande battaglia per una questione che non è fondamentale e che può compromettere tutto, vedremo poi”. E cosi di posizione in posizione, che considerate ad una ad una possono non essere di grande importanza, si finisce poi, nel complesso, col perdere le posizioni decisive. Un regime clericale, allo stesso modo di quello fascista, non lo si realizza di colpo. Oggi la situazione italiana è tale che a mio modo di vedere possiamo ancora prendere l’offensiva, vi sono le forze per farlo e se il nemico cercasse di sbarrarci la strada con la violenza, malgrado le misure che con l’aiuto dell’imperialismo americano già ha preso, tuttavia noi disponiamo ancora di un potenziale di forza tale che saremmo in grado di spezzare ogni loro violenza e di portare i lavoratori italiani al successo decisivo.

 

Per contro ho il timore che, malgrado il gran numero di nostri iscritti al partito e ai sindacati, le posizioni nei comuni, nelle province, in Parlamento, la larga influenza che abbiamo, ecc. se non ci impegniamo con decisione, se il governo De Gasperi dovesse consolidarsi, si creerebbe per noi una situazione sempre più difficile, una situazione di cedimento e di ritirata tale che ci porterebbe via via a perdere tutto e ad aver perso tutto, a trovarci in un regime diverso, di tipo reazionario, senza neppure avere dato battaglia.»

 

Purtroppo in Italia questa battaglia non si fece. Nonostante il Cominform, nato proprio nel 1947 per riorganizzare l’attività dei Partiti comunisti nel mondo, avesse bollato l’attività del PCI come “attendista e irresoluta”, persino il momento preinsurrezionale provocato dall’attentato a Togliatti fu lasciato passare “senza neppure aver dato battaglia”.

 

La concezione del partito

 

Anche nella concezione del partito Pietro Secchia camminò su un crinale delicatissimo. La sua commemorazione alla morte del compagno Stalin, La più grande eredità di Stalin: il Partito comunista, è una pagina di alta formazione ideologica.

 

«…la forza del partito comunista sta in primo luogo nel fatto che esso è composto in grande maggioranza da operai, che esso è il partito della classe operaia…»

 

«Il compagno Stalin ha caratterizzato con particolare chiarezza e profondità le particolarità del partito di tipo nuovo: “Il partito dev’essere prima di tutto il reparto di avanguardia della classe operaia. Il partito deve assorbire tutti i migliori elementi della classe operaia, la loro esperienza, il loro spirito rivoluzionario, la loro devozione sconfinata alla causa del proletariato”.»

 

Questo brano è davvero straordinario. Mentre il concetto di partito di tipo nuovo diventava sinonimo di partito di massa e non più di quadri, Secchia fa di tutto per dare a questo termine un significato di tipo completamente opposto. Il partito di tipo nuovo è un partito che non perde la sua natura di essere il reparto di avanguardia del proletariato, quindi di quadri, ma si radica nelle masse e allarga i propri ranghi, diventando sempre più forte, quindi partito di massa, in questa accezione che tutti capiamo oggi quanto sia distante dal partito in cui le cellule vengono sostituite dalle sezioni, i militanti dagli iscritti e i quadri operai dagli intellettuali piccolo-borghesi, così come si fece in un solo colpo nel fatidico anno 1956 all’VIII Congresso.

 

Sono tanti anche gli altri episodi che si potrebbero citare del particolare non allineamento di Secchia, dal tentativo di non rompere il campo socialista dopo lo strappo Mosca-Pechino, alla massima attenzione che egli sempre rivolse al mondo dei giovani, mai demonizzandoli, ma stando sempre attento alle loro domande anche se spesso negli ultimi tempi queste erano in rotta di collisione col suo partito.

 

Non possiamo infine non ricordare l’ultimo suo atto politico. Il suo viaggio in Cile nel 1973 quando consigliò al presidente Allende di armare il popolo per affrontare la sovversione imperialista. Allende non lo ascoltò e pagò lui con la vita e con anni e anni di dittatura tremenda il suo paese. Secchia al ritorno fu colpito da un oscuro male che lo portò alla morte.

 

In conclusione la figura di Pietro Secchia racchiude in sé tutti i tormenti che i comunisti italiani hanno attraversato nella loro storia. Un militante e dirigente sempre disciplinato, al limite della rottura, figlio di una grande epoca di rivoluzionari da cui non possiamo fare altro che imparare, con modestia e determinazione. In tal senso ci permettiamo di suggerire , tra le innumerevoli opere di Secchia, questi testi che , sempre grazie all’opera dei compagni di Resistenze, possiamo ora divulgare tra tutti i compagni, a partire dalle nuove generazioni che si dovranno far guidare da  questi lucidi insegnamenti:

 

La biografia di Pietro Secchia 1903-1973http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpbiog.htm

 

L’arte dell’organizzazione http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp6d07.htm

 

La più grande eredità di Stalin: il Partito comunista http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpdb28-012363.htm

 

I giovani della fondazione del P.C.I. alla Resistenza http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custca21-010342.htm

 

Discorso al Senato della Repubblica sul Comandante Moranino http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpbf18-009235.htm

 

 

 

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Appendice 2

 

da La Voce n. 26, luglio 2007

 

Pietro Secchia e due importanti lezioni di Rosa L.

 

Leggere anche il rapporto sulla situazione della lotta di classe in Italia e sulle sue prospettive presentato da Pietro Secchia nel 1947, sessanta anni fa, trent’anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre, alla Sezione Esteri del CC del PCUS

 

 

 

Abbiamo più volte detto, sostenuto e argomentato che il revisionismo moderno è un prodotto dell’influenza della borghesia nelle fila del movimento comunista. Il movimento comunista è in grado di difendersi con successo dall’influenza della borghesia. Cioè è in grado di impedire che quelli che la subiscono, la impersonano e si fanno portavoce di essa nel movimento comunista, prendano la direzione del movimento comunista (come è accaduto già due volte su grande scala: negli ultimi decenni del secolo XIX e nella seconda metà del secolo XX) o anche solo assumano un ruolo importante nel determinare la concezione, l’orientamento, la linea e il metodo d’azione del movimento comunista. Al contrario il movimento comunista non è in grado di impedire che la borghesia eserciti una certa sua influenza nelle fila del movimento comunista (così come la borghesia non è in grado di impedire che il movimento comunista eserciti una sua influenza nel campo della borghesia). (1) Finché la borghesia esisterà, finché vivremo in una società borghese e quindi finché il movimento comunista lotterà contro l’ordinamento sociale borghese, la borghesia, oltre a contrapporsi frontalmente al movimento comunista, eserciterà anche una certa influenza all’interno di esso. Il movimento comunista deve e dovrà quindi mettere in campo una specifica lotta per contrastare questa influenza, per contenere i suoi effetti, per limitare i suoi danni. Ignorare questa influenza, affermare o pensare che questa influenza non esiste, che siamo in grado di impedirla, è cosa molto pericolosa. Attenua o addirittura elimina la vigilanza contro di essa, con effetti nefasti: lascia via libera allo sviluppo dell’influenza della borghesia, all’ala destra del movimento comunista, ai revisionisti. Proprio la mancanza o la scarsa coscienza di questo fronte di lotta ha per due volte facilitato il successo del revisionismo. (2)

 

 

 

L’influenza che la borghesia esercita nelle fila del movimento comunista produce due effetti, per alcuni aspetti contrapposti.

 

1. L’opportunismo: la concezione, l’orientamento, la linea di quelli che sottovalutano i contrasti di classe, sminuiscono l’importanza della lotta di classe, cercano di trovare modi per conciliare gli interessi di classe e far desistere il movimento comunista dalla lotta di classe, inducono a rassegnarsi all’oppressione e alla subordinazione di classe.

 

2. Il dogmatismo e il settarismo. Nell’attività corrente, e ancora più di fronte alle gradi e brusche svolte del corso delle cose, il movimento comunista deve comprendere nuove situazioni, nuovi fenomeni, nuovi gruppi sociali e altre cose nuove. Deve tracciare una linea giusta per la sua attività di fronte ad essi. Il marxismo è la scienza della lotta della classe operaia per creare la società comunista, è una scienza ancora in sviluppo come lo è il suo soggetto, è una guida per la lotta di classe, è una guida per l’azione. Quindi nelle fila del movimento comunista si aprono contraddizioni 1. tra il vecchio e il nuovo (occorre tenere conto di nuovi elementi, aspetti e fattori o non vi è niente di sostanzialmente nuovo e chi parla di “nuovo” in realtà perde solo tempo e distoglie dai compiti reali?) e 2. tra il vero e il falso (quale delle interpretazioni del nuovo, quale degli approfondimenti nella comprensione delle vecchie cose è giusto e quali sono falsi?). Ovviamente la borghesia ha le sue posizioni e le sue interpretazioni su ogni novità e su ogni aspetto della realtà. Cerca di farle penetrare nel movimento comunista. Trova terreno favorevole sia nelle persone e negli strati più arretrati sia nelle persone e negli strati (dirigenti, intellettuali, benestanti, aristocrazia operaia) più esposti alla sua influenza. Ha interesse a impedire che il movimento comunista abbia una giusta comprensione del nuovo e trae vantaggio da opinioni e linee errate che si affermano nel movimento comunista. Quindi l’influenza della borghesia e la lotta contro di essa (cioè la contraddizione antagonista proletariato-borghesia) si combinano sempre in qualche modo con le contraddizioni interne al movimento comunista tra il nuovo e il vecchio e tra il vero e il falso. La paura dell’influenza borghese spinge alcuni compagni ad arroccarsi sulle vecchie posizioni, a non riconoscere il nuovo, il differente, lo specifico: in breve ad una forma di dogmatismo. Per paura di soggiacere all’influenza borghese alcuni compagni rifiutano di sentire ragioni e si limitano a verità generali o restano attaccati a verità superate dagli eventi o da conoscenze più profonde. Rifiutano di analizzare le divisioni in campo nemico, di trattare diversamente le varie frazioni del nemico, di individuare, isolare e battere in ogni fase il nemico principale delle masse popolari e del movimento comunista, in generale di essere duttili nella tattica. Il secondo effetto che l’influenza borghese produce nel movimento comunista è quindi il dogmatismo e il settarismo. D’altra parte dogmatismo e settarismo trovano alimento nella cultura metafisica e idealista della borghesia e della Chiesa. Questa cultura procede per idee e concetti fissi, universali ed eterni (sono opera di Dio), fa derivare la realtà dalle idee (la materia dallo spirito), coltiva la teoria per la teoria (accademia), non usa la teoria come metodo per conoscere e trasformare, è all’opposto della nostra tesi che “la verità, ogni verità è sempre concreta” (cioè relativa, legata alla pratica, al particolare e allo specifico). Essa offre insomma un vasto e allettante terreno al dogmatismo e al settarismo.

 

 

 

Abbiamo inoltre più volte detto, sostenuto e argomentato che se l’influenza borghese prevale nelle fila del movimento comunista e i suoi portavoce prendono quindi la direzione del movimento comunista (come è già accaduto due volte su grande scala), la causa principale di questo tragico evento sta negli errori ripetuti e nei limiti della sinistra, cioè della parte del movimento comunista che è più devota, che è devota senza riserve alla causa del movimento comunista.

 

Questo fatto è confermato dall’analisi dei due successi su larga scala conseguiti dai revisionisti sopra indicati ed è di enorme importanza pratica. (3) Proprio esso ci rende sicuri che è possibile impedire il successo dell’influenza borghese. La chiave della sua vittoria non è nelle mani della borghesia. Se così fosse, noi non saremmo in grado di impedire il successo della sua influenza nel movimento comunista; quindi la nostra causa potrebbe trionfare solo grazie alla buona volontà della borghesia o a suoi ripetuti e gravi errori nell’esercitare la sua influenza nel nostro campo. La chiave del successo dell’influenza della borghesia non è nemmeno nelle mani della destra del movimento comunista, cioè della sua parte più arretrata o della sua parte più esposta all’influenza della borghesia, meno ardente e determinata nella lotta di classe. Se così fosse, anche in questo caso noi non saremmo in grado di impedire il successo dell’influenza della borghesia nel movimento comunista, dato che nel movimento comunista ci sarà sempre una destra, per la natura stessa del movimento comunista. (4) E lo stesso vale, ad un livello superiore, anche per il partito comunista.

 

Niente di tutto questo. La storia del movimento comunista mostra chiaramente che è la parte più avanzata e più devota alla causa che ha in mano la chiave della nostra vittoria. Se essa non fa troppi errori e se supera i suoi limiti di concezione del mondo e di metodo in una misura adeguata alle necessità della situazione e dei compiti oggettivi del movimento comunista, ciò che essa vuole, lo realizzerà. I destini della rivoluzione sono nelle mani dei veri comunisti. Questa è la base del nostro ottimismo e del rigore intellettuale, morale e politico che i comunisti esigono e devono esigere da se stessi. Il movimento comunista può vincere. La sua vittoria dipende principalmente da noi comunisti. Ogni bilancio dell’esperienza e ogni analisi della realtà che non si fonda su questo principio, sono sbagliati.

 

 

 

Ma la storia del movimento comunista conferma veramente questa tesi: che il successo dei revisionisti è dovuto agli errori e ai limiti della sinistra? Per capire in che senso le cose sono andate veramente così, consideriamo in dettaglio un periodo importante del movimento comunista del nostro paese: il secondo dopoguerra, gli anni 1945-1948. La pubblicazione da parte della casa editrice La Città del Sole (Napoli 2006) di Il partito, le masse e l’assalto al cielo, raccolta di scritti di Pietro Secchia a cura di Marcello Graziosi, mette a disposizione dei comunisti uno scritto prezioso per questa verifica: il rapporto che P. Secchia tenne alla fine del 1947 alla Sezione Esteri del CC del Partito comunista dell’Unione Sovietica (i numeri di pagina indicati nel seguito tra parentesi per ogni citazione si riferiscono a questa edizione). In questo rapporto Secchia fa il punto sulla lotta di classe svoltasi tra l’aprile 1945 e la fine del 1947 e indica quale deve essere secondo lui la linea da seguire e quali sono le prospettive del movimento comunista in Italia.

 

Nel periodo successivo alla vittoria delle insurrezioni dell’aprile 1945 la lotta di classe doveva decidere se il nostro paese prendeva la strada del socialismo o se la borghesia imperialista ristabiliva il suo potere. Date le circostanze, l’unica soluzione politica su cui la borghesia imperialista poteva contare per conservare in Italia il suo ordinamento sociale era un regime clericale, con alla testa il Vaticano e la sua Chiesa sostenuti dall’imperialismo americano. All’inizio degli anni ’20 la borghesia italiana (con la Monarchia e il Vaticano) non aveva trovato altro modo di venire a capo della ribellione degli operai, dei contadini e degli artigiani, che affidare il potere al fascismo e al suo caporione, Benito Mussolini. Coerentemente con la sua natura di mobilitazione reazionaria delle masse popolari e di dittatura terroristica della borghesia imperialista, il fascismo coinvolse e non poteva che coinvolgere l’Italia in una successione di guerre e infine nella Seconda Guerra Mondiale: venne quindi sconfitto e travolto. La borghesia risultò fortemente sminuita nel suo potere e nella sua influenza sulle masse popolari, la Monarchia fu addirittura rovesciata e anche il Vaticano si trovò in difficoltà per le sua collusione col fascismo. Il ruolo che nel nostro paese aveva avuto il movimento comunista mobilitando la classe operaia, i contadini, gli artigiani e gli intellettuali rivoluzionari nella Resistenza, unito al ruolo svolto a livello internazionale dall’Unione Sovietica e dal movimento comunista nella sconfitta del nazifascismo, portarono il movimento comunista al punto più alto di forza e di potere che abbia mai raggiunto nel nostro paese. Il PCI divenne l’effettivo Stato Maggiore della classe operaia nella sua lotta contro la borghesia. (5)

 

Perché la classe operaia non riuscì a instaurare il socialismo, ma anzi seguì una strada che da quel punto più alto la portò nel giro di alcuni anni alla dispersione della forza che aveva accumulato, “a perdere tutto e ad aver perso tutto, a trovarci in un regime diverso, di tipo reazionario, senza neppure aver dato battaglia” come giustamente paventa Pietro Secchia a conclusione del suo rapporto?

 

Nella propaganda anticomunista, in particolare tra i suoi esponenti trotzkisti o influenzati dai trotzkisti, il problema viene risolto sbrigativamente. Essi tirano in ballo “l’opera del diavolo”: Stalin non voleva la rivoluzione socialista in Italia, con gli Accordi di Yalta aveva concesso l’Italia agli imperialisti anglosassoni e aveva ordinato al PCI di non fare la rivoluzione. Gli artefici di questa propaganda nascondono o ignorano persino l’evidenza: ad esempio le aspre critiche che la delegazione del Partito comunista dell’Unione Sovietica, capeggiata da Zdanov, fece al PCI e al PCF alla conferenza di fondazione del Cominform (22-27 settembre 1947), proprio perché i due partiti si erano lasciati estromettere dal governo dei rispettivi paesi. Giustamente il PCUS riteneva infatti che non fosse il caso di esportare la rivoluzione socialista in Italia, in Francia e in altri paesi europei. Per di più essi erano in una posizione sostanzialmente diversa, per vari fattori, dai paesi confinanti con l’Unione Sovietica e liberati dal nazismo con il contributo principale, determinante o comunque importante dall’Armata Rossa. Il PCUS si limitava quindi ad aiutare i rispettivi partiti comunisti con consigli, con lo scambio di esperienza e in una certa misura anche finanziariamente. La rivoluzione dovevano condurla i movimenti comunisti dei rispettivi paesi, basandosi ognuno principalmente sulle risorse del suo paese e sulla sua capacità di elaborare una linea giusta e di attuarla. (6)

 

In realtà nel PCI vi era una forte corrente che non aveva fiducia nelle capacità rivoluzionarie della classe operaia e delle masse popolari italiane. Essa era stata denunciata da Gramsci già nel 1926. Secondo questa corrente non era possibile instaurare in Italia il socialismo. Di questa corrente Palmiro Togliatti (1893-1964) era diventato il più autorevole portavoce. Egli aveva partecipato come rappresentante dell’Internazionale Comunista alla guerra di Spagna e, come altri, aveva tirato dalla sconfitta una lezione sbagliata. Come altri, non aveva individuato i limiti della linea strategica seguita dal Partito comunista spagnolo, che avevano condotto la rivoluzione spagnola alla sconfitta. (7) Aveva tratto da quella sconfitta la conclusione che l’arretratezza di una parte delle masse popolari e l’estremismo di un’altra parte si combinavano fino a rendere impossibile quella elasticità tattica che è indispensabile per il successo di una guerra rivoluzionaria. Togliatti trasponeva la lezione sbagliata che aveva tratto dalla sconfitta spagnola nella direzione del movimento comunista italiano. Questa corrente concepiva il ruolo del PCI nella lotta antifascista in Italia come quello di “ala sinistra della borghesia antifascista”: proprio quel ruolo dal quale le Tesi di Lione del PCI (1926) avevano espressamente messo in guardia il Partito. (8) La “democrazia progressiva” per questa corrente non era una tappa verso l’instaurazione del socialismo. Era il punto d’arrivo della lotta antifascista. Lì si doveva arrivare e non più avanti, come se fosse possibile, per un movimento rivoluzionario, stare fermo sulla cresta dell’onda. Era l’interpretazione di destra della linea del Fronte Popolare Antifascista definita dal VII Congresso dell’Internazionale Comunista (1935). Una interpretazione che era sostenuta anche dalla destra del PCF, di cui Maurice Thorez (1900-1964) era il più autorevole esponente. (9)

 

L’ala destra del PCI era contraria all’instaurazione del socialismo in Italia, non credeva che fosse possibile. Su questa base raggruppava attorno a sé tutti gli opportunisti e i filoborghesi presenti nel PCI e nel movimento comunista e si saldava con la borghesia. Questo la rendeva forte. Cosa pensava della situazione l’ala sinistra del PCI? Quale era la sua analisi della situazione? Quale linea patrocinava? Che grado di autonomia aveva dall’ala destra del PCI e quindi dalla borghesia?

 

Ce lo illustra, in maniera precisa e affidabile, il rapporto che Pietro Secchia (1903-1973) tenne il 16 dicembre alla Sezione Esteri del CC del Partito comunista dell’Unione Sovietica. (10) Pietro Secchia era stato uno dei due massimi dirigenti comunisti della Resistenza (l’altro era Luigi Longo) ed era ed è stato riconosciuto da tutto il movimento marxista-leninista italiano come l’esponente di spicco dell’ala sinistra del PCI. Tre mesi dopo la suaccennata conferenza del Cominform, Secchia era a Mosca ed ebbe colloqui con Stalin alla presenza di Zdanov, Malenkov, Molotov e Beria, a proposito della situazione in Italia e della linea che il PCI stava seguendo. Dopo questi colloqui tenne il suo rapporto alla Sezione Esteri. In questa relazione egli fece il bilancio dell’attività svolta dal PCI dopo le insurrezioni dell’aprile del 1945 fino a tutto il 1947. Seguiamo il consiglio della compagna Tonia N. (Bisogna rielaborare l’esperienza del passato ed elaborare le esperienze presenti alla luce della teoria della guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata in La Voce n. 18). Leggiamo il rapporto di Secchia alla luce di quella teoria e della contrapposizione tra strategia della insurrezione e strategia della GPRdiLD. Questo rapporto non lascia dubbi sul motivo per cui la sinistra fu incapace di far valere una linea rivoluzionaria nel PCI e la destra ebbe via libera: la sinistra non sapeva che strada seguire.

 

In sintesi Secchia si rendeva ben conto che il PCI con la linea che stava seguendo dopo la fine della Resistenza aveva imboccato un vicolo cieco. Non prendendo la linea di mobilitare le masse popolari, che già aveva mobilitato con successo a fare la guerra contro i fascisti e i nazisti, perché prendessero nelle loro mani la ricostruzione del paese e la facessero alla loro maniera e accettando al contrario di fare del terreno governativo parlamentare il terreno principale di scontro tra le forze democratiche e le forze reazionarie, il movimento comunista era in balia dei ricatti (scissione sindacale e delle altre organizzazioni di massa) e delle minacce (guerra civile e intervento straniero) delle forze reazionarie raggruppate nella DC e attorno ad essa. Le forze reazionarie avevano libertà d’azione e l’iniziativa. Il movimento comunista era costretto a stare al loro gioco: a rispondere alle loro mosse, a premere, a chiedere, a rivendicare, ecc. Non aveva più l’iniziativa in mano, come l’aveva avuta nella Resistenza. Anziché costringere con le sue iniziative le forze reazionarie a corrergli appresso, a partire dall’autunno 1945 il PCI era costretto a correre lui dietro le iniziative delle forze reazionarie. Costretto in questa posizione, il movimento comunista perdeva irrimediabilmente forza e si disgregava. Secchia si rendeva conto anche che le forze reazionarie avevano paura del movimento delle masse popolari, della mobilitazione delle masse popolari. Ma non proponeva una linea per trarre profitto dalla debolezza delle forze reazionarie di fronte alla mobilitazione delle masse popolari. Conosceva le sofferenze atroci che la borghesia infliggeva in quegli anni alle masse popolari sabotando la ricostruzione e le sofferenze peggiori che preparava. Ma non aveva una linea che conducesse le masse popolari a porvi direttamente rimedio, prendendo direttamente in mano la ricostruzione del paese e facendola alla loro maniera. Sapeva che nella DC vi erano forze popolari su cui il PCI avrebbe potuto far leva e che l’eventuale aperto intervento militare americano in aiuto del Vaticano, ammesso che la situazione politica interna degli USA e le relazioni internazionali non dissuadessero il Presidente USA (Truman) dal ricorrervi, in Italia avrebbe spostato altre forze nazionaliste dalla parte del movimento comunista. Secchia dice anche di essere convinto che se le forze reazionarie fossero ricorse alla guerra civile, sarebbero state sconfitte: quindi la loro minaccia era un bluff. Ma sapeva anche che se il PCI avesse chiamato all’insurrezione per impadronirsi del potere, probabilmente sarebbe stato sconfitto: non era in grado di mobilitare il centro delle masse popolari e le forze intermedie neanche per uno sciopero di protesta contro l’esclusione del PCI e del PSI dal governo attuata da De Gasperi nel maggio 1947, tanto meno lo sarebbe stato di mobilitarle per un’insurrezione. Ma non osa proporre di attirare le forze reazionarie nella trappola: o subire l’iniziativa delle masse popolari che ricostruiscono il paese alla loro maniera e perdere tutto o contrapporsi frontalmente ad esse , farla davvero la guerra civile e rischiare di perdere tutto. Chi aveva paura della guerra civile: le masse popolari o la borghesia e la destra del PCI? Chi aveva da perdere nella guerra civile? La classe operaia o la borghesia? Secchia si rendeva conto che le forze reazionarie avevano una linea per ristabilire gradualmente (perché non potevano affrontare di petto il movimento comunista), passo dopo passo, il loro potere, consolidarlo e indebolire il movimento comunista e le forze democratiche (“tattica del carciofo”, la chiama). Il PCI (che anche lui non può affrontare di petto, direttamente, la borghesia chiamando all’insurrezione) invece non aveva una linea per rafforzare gradualmente le forze rivoluzionarie e democratiche e indebolire le forze reazionarie. Accettava il dilemma posto dalle forze reazionarie e dalla destra del PCI stesso: o insurrezione o niente (salvo agitarsi a vuoto con dichiarazioni, comizi, scioperi dimostrativi). Secchia dice: no all’insurrezione ma facciamo qualcosa! Cosa? Lotte più dure. Non si rende conto che si tratta di scontro tra due linee antagoniste nel partito comunista. Non formula neanche chiaramente l’altra linea. A fine 1947 egli dice che le forze del movimento comunista sono diminuite a partire dall’ottobre 1945 e continuano e continueranno a diminuire. Non vede e tanto meno propone via d’uscita per invertire il corso. Giustamente non ha alcuna fiducia nelle elezioni che si terranno nella primavera del 1948 (18 aprile 1948).

 

Togliatti, forte del sostegno della borghesia, è più “audace”, mente spudoratamente contro ogni evidenza. Nel luglio 1947 proclama che le forze del movimento comunista sono aumentate e sono in crescita. Proclama addirittura che l’esclusione dal governo, proprio perché accettata dal PCI e dal PSI senza chiamare all’insurrezione, ha rafforzato il movimento comunista. Incita ad avere fiducia nelle elezioni che si terranno nella primavera del 1948. (pag. 71-72, pag. 73-74) Secchia non avanza alcuna linea realista per invertire il corso delle cose. Accetta il ricatto di Togliatti: o ricorrere all’insurrezione o accettare il terreno governativo parlamentare come terreno principale di lotta. Accetta questo ricatto e quindi opta anche lui per il terreno governativo parlamentare come terreno principale di scontro, solo che lui chiede lotte più dure. Alla fin fine nel suo rapporto si riduce a dire che occorreva uno sciopero di protesta di ventiquattro o di quarantotto ore! (pag. 74)

 

Non vede assolutamente che la via d’uscita da quel dilemma ricattatorio posto dalla destra del PCI e dalla borghesia al movimento comunista (se nel 1947 ne esisteva ancora una, ma certo anche a parere di Secchia quella via esisteva nel 1945 ed avrebbe evitato al movimento comunista di cacciarsi nel vicolo cieco in cui gli appare trovarsi nel 1947) è usare l’ascendente che il PCI ha sulle masse popolari, mobilitarle a prendere direttamente l’iniziativa nella ricostruzione del paese, cacciare i reazionari che la sabotano e la saboteranno finché non avranno consolidato il loro potere e potranno farla alla loro maniera (con lacrime e sangue per le masse, con l’emigrazione e la disoccupazione), (11) tirare la corda su questa via fino a portare il Vaticano, l’imperialismo USA e la borghesia imperialista o a rassegnarsi all’inevitabile (si saprà più tardi che il Vaticano aveva predisposto piani per sgomberare il Papa e la sua corte da Roma e farli riparare all’estero) oppure a scatenare veramente la guerra civile che minacciavano bluffando perché contavano sulla destra interna al PCI perché il bluff funzionasse, era un aiuto che essi davano alla destra del PCI per mettere a tacere il malcontento della sinistra.

 

Non ci è dato sapere cosa abbiano pensato i comunisti sovietici al sentire le proposte dell’esponente principale della sinistra del PCI. A trent’anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, molti di loro avevano partecipato alla lotta contro lo zarismo, all’Ottobre, alla guerra civile (1918-1920) contro le armate bianche e i corpi di spedizione dell’Intesa e avevano appena concluso la vittoriosa guerra di quattro anni contro le orde naziste!

 

 

 

Vediamo ora, nel rapporto di Secchia, i passaggi che meglio chiariscono il nostro tema e confermano la sintesi che ho esposto.

 

Secchia riconosce che il PCI nei mesi immediatamente successivi alle vittoriose insurrezioni dell’aprile ’45 era “sulla cresta dell’onda”. La “fase più alta dell’ondata rivoluzionaria, dell’ascesa del movimento democratico, (che) va, a parer mio, dall’aprile all’ottobre 1945”. (pag. 75) Il PCI era non più il potenziale, l’aspirante Stato Maggiore. Oramai era l’effettivo Stato Maggiore della classe operaia e delle masse popolari. Le sue decisioni orientavano milioni di uomini e di donne e decidevano della loro attività. “Al momento dell’insurrezione nazionale del nord Italia avevamo con noi la maggioranza della popolazione italiana, quanto meno la maggioranza della popolazione attiva, ed esercitavamo una grande influenza anche su larghi strati della popolazione non attiva. Per conquistare questa maggioranza e i successi politici già accennati, noi avevamo lavorato sulla base della formula politica dei Comitati di Liberazione Nazionale, i quali erano l’organizzazione di un blocco di forze nazionali costituitosi con l’obiettivo di liberare il paese, abbattere il fascismo, distruggere le sue tracce ed opporre una unità del popolo italiano anche alle forze degli “alleati liberatori” in seguito trasformatisi in occupanti anglo-americani”. (pag. 70) “Immediatamente dopo la guerra, come sapete, si era creata in Europa e anche in alcuni paesi al di fuori dell’Europa una situazione particolare caratterizzata da una spinta popolare, da una spinta diretta e organizzata da forze politiche democratiche di avanguardia, la quale tendeva a provocare delle profonde trasformazioni nella struttura economica, politica e sociale dei paesi europei, allo scopo di dirigere la ricostruzione economica e politica seguendo una linea di democrazia conseguente e progressiva. Questa spinta ha avuto luogo sotto il segno dell’unità antifascista. Le trasformazioni che dovevano essere compiute erano di natura politica ed economica. Venivano aperte le vie del potere ai partiti più avanzati della classe operaia. Questi partiti e le forze sociali da essi rappresentate partecipavano al potere politico con un programma determinato che si riassumeva nella lotta per distruggere i residui del fascismo e sul terreno economico-sociale nella lotta per realizzare quelle riforme le quali dovevano impedire una rinascita fascista ed imperialista. Si trattava di lottare essenzialmente per realizzare la riforma agraria in primo luogo, e in secondo luogo di una lotta contro i gruppi capitalisti monopolistici”. (pag. 65-66)

 

Da notare che la concezione che guidava il partito e che la sinistra condivideva consisteva quindi nel partecipare al governo del paese assieme alle forze della reazione e nel governo, sul terreno governativo parlamentare, lottare perché il governo facesse questo e quello, indurre il governo a fare questo e quello a favore delle masse popolari. Secchia non mette al centro del suo ragionamento – e non c’è motivo di pensare che mentisse data la sede in cui parlava – il fatto che sotto l’apparenza di un unico potere (lo Stato il cui governo era insediato a Roma) in realtà in Italia vi erano due poteri contrapposti, i poteri di due classi antagoniste in gara tra loro per affermarsi come unico potere. Quindi non enuncia neanche chiaramente la linea che il PCI doveva seguire per far prevalere il potere della classe operaia. È evidente che tale linea consisteva nell’usare il ruolo di Stato Maggiore della classe operaia e delle masse popolari che il PCI aveva conquistato. Nel 1943, in condizioni ben più difficili e senza avere ancora il ruolo di effettivo Stato Maggiore presso masse popolari così larghe come l’aveva nell’estate 1945, il PCI aveva mobilitato le masse popolari a fare la guerra civile. Grazie a questo ruolo, si trattava ora di mobilitare le masse popolari a fare direttamente la ricostruzione del paese. Quindi di mobilitare le masse popolari, che già seguivano il PCI o erano largamente influenzate da esso: i contadini a fare la riforma agraria (cioè a occupare e coltivare le terre e cacciare gli agrari); gli operai e gli impiegati a prendere in mano e rimettere in funzione le fabbriche, le banche, i trasporti e le grandi aziende commerciali e cacciare o far lavorare sotto adeguato controllo i tecnici e dirigenti ostili; i senza casa e quelli che abitavano in case malsane (il cui numero i bombardamenti angloamericani e la guerra in generale avevano moltiplicato) a occupare le case dei ricchi e gli edifici del clero (palazzi, scuole, conventi, convitti, ecc.). Si trattava insomma di mobilitare e organizzare le masse a prendere direttamente in mano la ricostruzione del paese e su questa base consolidare e allargare l’alleanza, l’egemonia, la direzione sulle masse intermedie (commercianti, piccoli industriali, intellettuali e professionisti) e con questa iniziativa mettere le forze reazionarie sulla difensiva nei confronti delle masse popolari, obbligarle o a contrapporre il loro sabotaggio della ricostruzione all’iniziativa delle masse popolari o rassegnarsi all’ineluttabile (in realtà a dividersi tra le due vie). È principio noto di ogni rivoluzione proletaria che tutti gli strati delle masse popolari, ma in particolare gli strati più arretrati, devono avere subito, al più presto, almeno qualcosa di quello a cui aspirano fortemente, che è giusto che abbiano. In questo modo difenderanno con maggiore accanimento ed eroismo la rivoluzione dalle forze controrivoluzionarie che gli toglierebbero quello che finalmente hanno. Il primo successo pratico, comprensibile anche a loro, della rivoluzione, sveglia ed eleva la loro coscienza più di quanto farebbero molti discorsi. Questa linea Secchia non la ignora. Anzi riconosce che solo queste trasformazioni della struttura economico-politica del paese avrebbe reso irreversibile il successo che il movimento comunista aveva raggiunto con la lunga resistenza al fascismo (1926-1943) e con la Resistenza (1943-1945). (fine pag. 65, pag. 69-70) Ma Secchia trascura il fatto fondamentale che questa linea è alternativa a quella (che sa essere fallimentare) che Togliatti ha impresso al PCI. Trascura il fatto che per vincere occorre che l’iniziativa diretta delle masse popolari nella ricostruzione sia l’aspetto principale: spingere gli organismi statali (“unitari”) ai vari livelli (visto che nelle condizioni transitorie del momento si doveva convivere nel quadro di un unico Stato) ad assecondare l’opera delle masse popolari era utile ed efficace solo come aspetto ausiliario e complementare di questa linea. Ciò avrebbe isolato le forze reazionarie e alla lunga avrebbe diviso in due questi organismi “unitari”: alcuni si sarebbero trasformati definitivamente in organismi popolari diretti dal movimento comunista, altri si sarebbero schierati apertamente contro le masse popolari.

 

Come è noto, dopo le insurrezioni d’aprile il PCI aveva guidato le altre forze del CLN a costituire il governo Parri: questo era un momentaneo compromesso tra le forze democratiche e le forze reazionarie. Ferruccio Parri era il capo del Partito d’Azione. Il Partito d’Azione non era e non poteva essere un partito di massa. Esso (Parri, Riccardo Lombardi, Mattioli, Ugo La Malfa e tanti altri che ebbero poi un ruolo importante nella storia successiva come esponenti della borghesia mai completamente integrati nel regime DC ma come suoi associati laici) rappresentava quella parte della borghesia italiana che subiva l’egemonia del movimento comunista, che era trascinata dal PCI quando il PCI sulla cresta dell’onda o che sperava di riuscire, servendosi del movimento comunista, a riprendere direttamente il governo del paese facendo a meno della direzione del Vaticano e della tutela dell’imperialismo USA. Insomma, quella parte della borghesia che comunque non intendeva rifugiarsi sotto il mantello del Vaticano e degli imperialisti USA o non aveva fiducia che quel mantello fosse una protezione efficace. Di essa altrove Secchia dice: “Dobbiamo onestamente riconoscere, lo abbiamo detto più volte, che con gli amici del Partito d’Azione la nostra collaborazione, nel corso della Resistenza, fu sempre assai stretta; che essi furono sempre, con noi, i sostenitori della lotta e delle posizioni più avanzate” (nota 5 a pag. 38 della stessa raccolta di Marcello Graziosi). Giustamente Secchia riconosce che il governo Parri nasce dal fatto che nel 1945 “le forze reazionarie (…) non erano (state) in grado di opporre una efficace resistenza alla partecipazione al potere dei partiti della classe operaia e dei lavoratori”. (pag. 66) Secchia però né riconosce il carattere specifico di questa ala della borghesia, né fa valere il rapporto di unità e lotta che il movimento comunista deve tenere con le forze intermedie.

 

Sul terreno strettamente politico, la concezione che guidava il partito, condivisa dalla sinistra, portò a lasciar cadere i CLN, benché questi fossero stati “per un certo tempo, soprattutto nel nord dell’Italia, una forza democratica attraverso la quale le masse lavoratrici partecipavano alla soluzione dei problemi politici ed economici del paese, iniziavano la loro opera di partecipazione alla direzione dello Stato”. (pag. 70) E a posteriori Secchia riconosce che “forse avremmo dovuto batterci con maggior forza per tenere in vita i CLN quali organismi democratici che facilitavano la partecipazione delle masse popolari alla vita politica e alla direzione del paese”. (pag. 72-73).

 

In realtà il PCI non si oppose efficacemente neanche all’abbattimento del governo Parri nell’ottobre del 1945 da parte delle forze reazionarie. Il governo Parri era certamente un governo borghese, ma per i motivi già detti era un tipico governo di transizione, provvisorio. La sua difesa dall’attacco delle forze reazionarie avrebbe costituito per il movimento comunista un eccellente ulteriore (oltre la mobilitazione per la ricostruzione) motivo di larga mobilitazione delle masse popolari contro le forze reazionarie che si sarebbe estesa oltre la cerchia già ampia delle masse popolari che seguivano il PCI e avrebbe isolato il nemico principale: il Vaticano appoggiato dall’imperialismo USA e quella parte (maggioritaria) della borghesia e degli agrari che si aggrappava ad essi come unica ancora di salvezza dell’ordinamento sociale borghese. Le vere forze reazionarie, quelle che avevano la capacità di mettersi alla testa della restaurazione e di portarla alla vittoria, quindi il nemico principale, erano queste. In qualche misura Secchia le individua: il Vaticano, l’imperialismo USA e, aggiunge, il grande padronato. (pag. 79) Ma non fa distinzione tra borghesia di destra (quella decisa a mettersi sotto il mantello del Vaticano e dell’imperialismo USA) e borghesia di sinistra (quella influenzata dal movimento comunista) che la realtà stessa poneva in evidenza. Né valorizza il dato storico della difficoltà della borghesia italiana nel suo complesso ad assumere direttamente la direzione politica del paese. (12) Mettere il grande padronato sullo stesso piano del Vaticano e dell’imperialismo USA era un altro errore di analisi: era non distinguere tra il naufrago che si attacca al salvatore e il salvatore, non sfruttare al massimo le divisioni in campo nemico.

 

Nel 1945 “non abbiamo risposto con un movimento di massa alla manovra dei liberali concordata con i dirigenti della DC per mettere in crisi il governo. Il rovesciamento del governo presieduto da Ferruccio Parri segnò l’inizio della controffensiva da parte delle forze conservatrici e reazionarie che si proponevano di impedire lo sviluppo di un regime democratico, che avevano per obiettivo la restaurazione del regime capitalista”. (pag. 73) Ma nel 1947 la forza dei fatti e l’onestà intellettuale del sincero comunista costringono Secchia a riconoscere che una risposta efficace non poteva consistere in un movimento di protesta, in manifestazioni e dichiarazioni più forti. “Le proteste a mezzo della stampa e dei comizi servono a poco. Avevamo già avuto l’esempio dell’ottobre 1945, all’epoca del rovesciamento del governo Parri. I nostri avversari [in realtà il centro: tra le forze politiche la parte oscillante e incerta: socialisti, azionisti, ecc. che il PCI con la sua iniziativa aveva trascinato alla guerra contro i nazifascisti; nelle masse popolari, la parte più benestante] constatarono allora che le manifestazioni delle masse a base di grandi comizi non portavano a nulla di positivo e si convinsero che noi non potevamo andare più avanti, non eravamo in grado di assestare dei colpi più forti e realizzarono una sterzata a destra. E da allora, dall’ottobre 1945, a mio parere, che comincia il declino del prestigio dei partiti popolari e l’afflusso verso la DC”. (pag. 75) D’altra parte, “se noi non riusciremo ad andare avanti andremo indietro, perché sulla cresta dell’onda non ci si ferma. E la cresta dell’onda secondo me è già passata, l’abbiamo toccata nell’ottobre 1945, poi è cominciato il declino”. (pag. 84/85)

 

Abbattuto il governo Parri in ottobre, il PCI era entrato nel governo De Gasperi che si insediò all’inizio di dicembre 1945. La differenza è sostanziale. Il governo De Gasperi non è più un governo di transizione, provvisorio. Con la DC prende in mano il governo l’unica forza che poteva prendere e tenere il potere preservando l’ordinamento sociale borghese: il Vaticano con la sua Chiesa sostenuti dall’imperialismo americano. (pag. 79) A un governo per forza di cose transitorio, provvisorio, subentra un governo in mano a uno dei due reali contendenti per il potere, il nemico principale del movimento comunista in campo politico, perché l’unico, oltre al PCI, che aveva una sua egemonia su una parte importante delle masse popolari.

 

Quanto alla DC, Secchia riconosce che “è un partito complesso, esso raggruppa uomini di diversi ceti sociali, capitalisti e operai, grossi agrari e contadini poveri, possidenti e ceti medi professionali. Vi sono anche nelle sue file operai, contadini, lavoratori ed esercita la sua influenza su larghe masse di lavoratori, anche se non iscritti al partito”. (pag. 77) “Ma da chi è diretto questo partito? È diretto dal Vaticano e dalle forze capitaliste [e qui siamo ancora alla confusione di cui sopra, tra naufrago e salvatore], è lo strumento delle alte gerarchie ecclesiastiche, di quelle gerarchie che hanno preparato l’avvento del fascismo; è diretto pure dagli attuali circoli dirigenti reazionari degli Stati Uniti. Tale partito non offre alcuna garanzia di condurre una politica democratica. Questo è il partito di cui la borghesia italiana aveva bisogno per condurre l’azione preliminare necessaria al ritorno a un regime reazionario. Nella DC e attorno alla DC si sta realizzando ancora una volta quell’unità delle forze capitalistiche ed agrarie che vogliono mantenere e rafforzare il proprio dominio nel paese. Gli industriali italiani sussidiano e appoggiano in primo luogo tale partito. Costa, il presidente dell’Associazione degli industriali, è membro autorevole dell’Azione cattolica e impone una taglia agli industriali italiani per poter finanziare il partito e i giornali della DC”. (pag. 78)

 

Anche qui è chiaro il travisamento della società italiana. Secondo Secchia è il grande padronato a usare la Chiesa e il Vaticano per riprendere o rafforzare il suo potere politico. In realtà il grande padronato si aggrappa al Vaticano e agli imperialisti americani per non andare a fondo, senza alcuna speranza e velleità di restare padrone in casa propria, di riconquistare autonomia politica, una piena sovranità. L’unico regime che nelle circostanze sorte in Italia con la sconfitta del fascismo poteva assicurare la sopravvivenza della borghesia imperialista italiana, preservare l’ordinamento sociale borghese, era il regime clericale, il nuovo Stato Pontificio. Il Papa e la sua Chiesa avrebbero lasciato ampi margini di libertà ai loro “laici” della DC a condizione che il governo garantisse la stabilità del loro potere politico e la conservazione dell’ordine. Il Papa e la sua Chiesa si sarebbero accontentati di succhiare le risorse necessarie alla loro opulenza e magnificenza e avrebbero imposto l’osservanza delle condizioni e la libertà d’azione consone allo svolgimento della loro “missione divina in terra”. All’ombra di questo nuovo regime la borghesia avrebbe potuto fare i suoi affari. (13) Tuttavia quello che più stride nel discorso di Secchia è l’affermazione a proposito della DC che “tale partito non offre alcuna garanzia di condurre una politica democratica”. Altro che non dà garanzia di fare una politica democratica! Dà garanzia di instaurare un regime clericale. Lo avrebbe fatto certamente, a meno che il PCI fosse riuscito a far esplodere l’interna sua reale contraddizione che Secchia indica. Era la stessa che aveva animato il Partito Popolare di don Luigi Sturzo prima del fascismo, la cui interna contraddizione Gramsci aveva già analizzato e mostrato: la combinazione di forze popolari e forze reazionarie diretta da queste ultime che però devono riuscire a mantenere la loro egemonia sulle prime che oramai avanzano loro rivendicazioni. Quindi non più la vecchia combinazione del Risorgimento. (14) In questa clero e nobili antiunitari avevano sobillato contadini e donne arretrati contro la borghesia unitaria che aveva il potere. Ora invece si tratta di una combinazione moderna in cui il clero deve dirigere a compiere un’operazione reazionaria una massa in qualche misura risvegliata all’attività politica e in qualche misura quindi autonoma e protesa a fare i suoi interessi. Deve dirigerla non, come nel Risorgimento e subito dopo, a fare la fronda al potere esistente, ma a sbarrare il passo al potere montante, al movimento comunista che però impersona gli interessi della massa che deve contribuire a sbarrargli il passo. Infatti la DC promette alle masse popolari non il paradiso dell’aldilà, ma di realizzare meglio dei comunisti quello che le masse vogliono e che i comunisti sostengono. Su questa base le mobilita a seguirla. Insomma un’operazione delicata e arrischiata, che segnerà la storia del regime clericale e che offriva al movimento comunista ampi margini di manovra per rivoltare l’operazione contro i suoi promotori e beneficiari.

 

Non a caso poco più avanti Secchia si smentisce: “Non dobbiamo illuderci, i dirigenti della grande borghesia italiana e della DC con De Gasperi alla testa impiegheranno tutti i mezzi per colpire il nostro partito e le forze democratiche, per portare la divisione nel movimento operaio e nel movimento socialista. Possiamo fidare soltanto sullo sviluppo e sulle progressive vittorie elettorali? Ma avendo il governo nelle loro mani le elezioni ce le prepareranno sempre in modo tale da decurtare i nostri successi e da impedirci successi decisivi”. (pag. 83). Perché due tesi così contrastanti su un tema di decisiva importanza politica? Una debolezza di analisi che denota e genera la mancanza di una strategia. Chi ha una strategia, chi lotta per attuare una strategia, deve per forza di cose definire in ogni momento quale è l’aspetto principale di ogni soggetto in lizza, verso chi deve dirigere il colpo principale, chi deve neutralizzare, chi deve farsi alleato. A chi ha una strategia, è possibile individuare fase dopo fase il nemico principale e collocare rispetto ad esso e a sé le varie forze che sono in campo.

 

L’analisi approssimativa della natura della DC fa sfuggire a Secchia la possibilità di azione del PCI sulla DC. Questa possibilità non sta principalmente nei buoni rapporti con alcuni dirigenti DC, nella loro buona disposizione verso il PCI, nella loro buona volontà, nella loro sincerità, nella loro coerenza: (pag. 78-79) tutte cose di cui individuo per individuo non si è mai certi e non è comunque detto che non si capovolgano nel corso degli eventi. Con la Resistenza il PCI era riuscito a costringere la DC a scendere sul terreno della guerra civile contro il nazifascismo. Secchia riconosce che tra il 1943 e il 1945 tutte le forze borghesi erano state costrette a seguire il PCI sulla strada che il PCI aveva indicato e aperto. Alcune lo avevano seguito di malavoglia, trascinandosi con fatica, cercando sempre di frenare, ma avevano dovuto seguire, perché era l’unica via possibile per tutte le forze che volevano avere voce in capitolo nel dopoguerra. “In particolare il Partito democristiano, … in un secondo tempo si rese conto che la sua fortuna non poteva non dipendere dal contributo attivo alla lotta (Raffaele Cadorna, La riscossa, Milano-Roma, Rizzoli, 1948 citato da Secchia in nota 2 a pag. 35 della raccolta a cura di M. Graziosi). Ora per riuscire a trascinare la DC dove i suoi dirigenti decisivi (il Vaticano e la sua Chiesa) non vogliono andare e dove persino alcuni dirigenti DC invece vogliono o simulano di volere andare, e quindi riuscire prima o poi a far esplodere la contraddizione sua interna, il PCI avrebbe dovuto far leva sul fatto che nelle file della DC ci sono “operai, contadini, lavoratori ed esercita la sua influenza su larghe masse di lavoratori, anche se non iscritti al partito”. (pag. 77) Ciò costituiva un ottima arma per il PCI, per “dirigere” la DC, per obbligare De Gasperi e i suoi soci o ad assecondare la trasformazione delle strutture fondamentali del paese, quelle che avrebbero reso irreversibile il successo del movimento comunista e che sopra ho a grandi linee indicato o a contrapporsi frontalmente e apertamente ad esse (cosa che, giustamente dal punto di vista degli interessi che rappresentava, De Gasperi non voleva fare). Contro il fascismo il PCI aveva fatto leva anche sui lavoratori riuniti dei sindacati fascisti e sui giovani universitari organizzati dal fascismo. Quindi la linea di massa nella pratica non era estranea al PCI, benché non ne possedesse la teoria.

 

Secchia è vittima della contraddizione insita nella concezione e nella linea del PCI. Quando analizza cosa il PCI avrebbe potuto fare contro l’esclusione del PCI dal governo ad opera di De Gasperi, dice: “È vero che non era facile avere un successo in tale pressione dal basso, perché per avere successo avremmo dovuto poter mobilitare [anche] delle forze e delle masse diverse da quelle che seguono il nostro partito. Poiché le manifestazioni erano dirette contro i dirigenti della DC, noi avremmo dovuto poter mobilitare anche delle forze della DC; una pressione del genere avrebbe potuto far oscillare De Gasperi e i suoi compari che stavano infliggendo quel duro colpo alla democrazia italiana. Ma proprio perché era De Gasperi che prendeva l’iniziativa di escluderci dal governo era difficile mobilitare contro tale iniziativa le masse democristiane. Infatti, quando si era mandato a dire al congresso della Confederazione Generale del Lavoro che si teneva a Firenze, che la Confederazione doveva organizzare una grande manifestazione per reclamare che i partiti dei lavoratori restassero al governo, non riuscimmo a far accogliere la nostra proposta perché i dirigenti DC, facenti parte degli organismi direttivi della CGdL si proclamarono subito contrari a tale manifestazione e dissero che, se l’avessimo fatta malgrado loro, essi sarebbero usciti immediatamente dalla CGdL, avremmo cioè avuto la scissione sindacale”. (pag. 74) Questa situazione d’impasse rivela la contraddizione tra le due vie e tra le due linee che oggettivamente si contrappongono nel PCI. Era impossibile al PCI far leva sugli operai, contadini, lavoratori presenti nelle file della DC e sui lavoratori non iscritti su cui la DC esercita la sua influenza (costituenti quella parte delle masse popolari senza la quale la DC non avrebbe potuto assolvere il suo compito di fulcro delle forze reazionarie e quindi di fulcro del nuovo regime clericale) se il PCI faceva dipendere la trasformazione delle strutture del paese dalla sua partecipazione al governo e quindi riduceva la difesa della possibilità di quelle trasformazioni (a cui erano interessati anche gli operai, contadini e lavoratori su cui contava la DC) alla difesa della permanenza del PCI nel governo o, peggio ancora, alla difesa del diritto del PCI a governare. Il PCI non affidava infatti il successo del movimento comunista alla mobilitazione delle masse popolari a compiere le trasformazioni della struttura economico politica del paese che avrebbero sgominato definitivamente le forze reazionarie e reso irreversibile il successo del movimento comunista. Al contrario affidava la realizzazione di quelle trasformazioni al successo del PCI sul terreno governativo parlamentare e cercava di mobilitare le masse popolari principalmente a sostegno del ruolo del partito nel terreno governativo parlamentare. Anziché operare per mettere in primo piano la contraddizione delle masse popolari con le forze reazionarie (e quindi in primo luogo con il Vaticano e la sua Chiesa sostenuti dall’imperialismo americano e con il grande padronato che si aggrappava alla Chiesa per restare a galla – con la possibilità non del tutto esclusa di indurre i quattro a dividersi), metteva in primo piano la contraddizione tra il PCI e le forze reazionarie. Rendeva così facile il gioco delle forze reazionarie per isolarlo. Secchia riconosce che le forze reazionarie facevano leva sulla paura degli strati arretrati della popolazione nei confronti dei comunisti, sulla diffidenza del centro delle masse popolari e delle forze politiche (ivi compreso persino il PSI) verso il PCI, (pag. 72, pag. 73) e sulla concorrenza tra partiti. Si giovavano dei ricatti degli esponenti DC che partecipavano alla direzione delle organizzazioni di massa e dei sindacati. (pag. 74) Anziché essere il PCI a sfruttare la presenza di operai, contadini e lavoratori nella DC per “dirigere” la DC, per obbligare De Gasperi e i suoi soci ad assecondare la trasformazione delle strutture fondamentali del paese, quelle che avrebbero reso irreversibile il successo delle forze democratiche, sono De Gasperi e soci (quindi le forze reazionarie) che dirigono il PCI, lo ricattano, lo obbligano a fare quello che non vuole, o a rinunciare a fare quello che vorrebbe fare, minacciando scissione, guerra civile e intervento straniero.

 

Secchia riconosce (pag. 69) che tutto (la ricostruzione, la produzione, la ripartizione del prodotto, l’assetto del potere nel paese) dipendeva dal governo e niente o quasi dall’iniziativa diretta delle masse popolari sul terreno. Il partito non aveva guidato le masse popolari a prendere in mano l’iniziativa su tutti questi terreni. Aveva demandato tutto, e convinto gli elementi avanzati della classe operaia e delle masse popolari a demandare tutto alle decisioni del governo. Il movimento comunista guidava le masse popolari, che con la vittoria della Resistenza potevano esercitare il potere, a rinunciare al potere e a limitarsi a rivendicare dal governo, anziché guidarle a essere esse la direzione e il governo del paese. (pag. 70, fine pag. 72) Le forze reazionarie avevano valutato (giustamente dal punto di vista dei loro interessi) che perfino l’Assemblea Costituente era troppo influenzata dall’orientamento, dallo stato d’animo, dalle aspettative e dalle richieste delle masse popolari. Il partito comunista aveva accettato che le fosse impedito di legiferare e fosse ridotta solo ad elaborare la Costituzione: un’accademia di belle speranze e di belle opinioni. (15)

 

“Un’altra deficienza dell’azione sindacale è che per molti anni gli operai, i lavoratori ed anche molti compagni non hanno condotto delle lotte, si sono disabituati alla lotta. Anche le conquiste che si erano fatte dopo la liberazione sono state fatte sull’ondata del successo del 25 aprile, non sono state ottenute con grandi lotte sindacali. Scala mobile, blocco dei licenziamenti, ecc. sono stati ottenuti in un certo senso dall’alto. Soltanto dopo che siamo usciti dal governo si sono combattute delle grandi lotte degli operai e dei contadini, prima avevamo rinunciato a delle lotte sindacali che avremmo dovuto condurre. Abbiamo ad esempio capitolato di fronte all’argomento non giusto che veniva portato da molti in Italia che non si possono aumentare i salari perché altrimenti aumenterebbero i prezzi.” (pag. 82)

 

“Abbiamo ottenuto immediatamente dopo la liberazione il blocco dei licenziamenti, che ha salvato milioni di operai dalla disoccupazione durante il lungo periodo della riconversione industriale dall’industria di guerra a quella di pace. Si è ottenuta la scala mobile per l’adeguamento automatico del salario al costo della vita, conquista molto importante, specialmente in un periodo di svalutazione della moneta e di penuria di merci. Su iniziativa del ministro comunista dell’Agricoltura è stata votata una legge che concede delle terre incolte o mal coltivate ai contadini senza terra; questa legge, malgrado il sabotaggio e la resistenza dei proprietari terrieri, è riuscita in parecchie località dell’Italia meridionale a minare le basi dei vecchi rapporti semi-feudali dei proprietari fondiari con i contadini. Vasti movimenti di mezzadri hanno imposto la ripartizione dei prodotti non più a metà, ma al sessanta per cento. Sono stati costituiti non soltanto nel nord, ma anche in alcuni centri dell’Italia meridionale (Taranto, Napoli), nelle più importanti aziende industriali, i consigli di gestione, organismi che pongono il problema della partecipazione e del controllo da parte dei lavoratori alla direzione delle aziende e della produzione; anche se sino ad oggi questi organismi non sono ancora stati riconosciuti legalmente. Siamo riusciti a conquistare la repubblica e questa conquista rappresenta qualche cosa di sostanziale per il popolo italiano, per il modo stesso come è stata conquistata e perché con questa lotta il popolo italiano ha voluto marcare la propria volontà di profondo rinnovamento politico, economico e sociale della società italiana. Queste realizzazioni e le posizioni conquistate non debbono essere sottovalutate, però è altrettanto chiaro che sinora noi non siamo riusciti a consolidare queste posizioni e non siamo riusciti a realizzare nessuna modificazione di struttura della società capitalista italiana. Soltanto la realizzazione di alcune modificazioni di struttura rappresenterebbe qualcosa di effettivamente nuovo e darebbe stabilità alle posizioni sinora conquistate e che sono tuttora minacciate”. (pag. 69)

 

Qual è per le masse popolari il risultato della partecipazione del PCI al governo DC?

 

Sul piano economico Secchia riconosce (pag. 63-64) che tra il 1945 e il 1947, con il PCI al governo, la situazione materiale degli operai manovali, degli operai specializzati, degli impiegati di seconda categoria, degli impiegati di prima categoria era peggiorata. Che la disoccupazione degli operai e dei braccianti era aumentata. (pag. 64) Che gli agrari e i contadini ricchi stava ingrassando (pag. 63) e cosi pure gli industriali (pag. 64). Che le misure a favore dei lavoratori adottate dal governo erano precarie e non decisive e che già incominciavano a essere dimenticate, lasciate cadere o abrogate. (pag. 69-70, pag. 84)

 

“Già dopo l’esclusione nostra e dei socialisti dal governo i grandi industriali hanno preso l’offensiva, hanno deciso lo sblocco dei licenziamenti, non vogliono più riconoscere i consigli di gestione. Il governo ha scatenato la sua offensiva contro le nostre organizzazioni, la polizia perquisisce le sedi comuniste, permette la pubblicazione di giornali fascisti, si perseguitano e arrestano i migliori combattenti della classe operaia”. (pag. 84)

 

Sul piano politico tra il 1945 e il 1947, con il PCI al governo, “le forze reazionarie del grande capitale e dell’imperialismo (…) si sono gradatamente riorganizzate e sono andate rinsaldando sempre più il loro potere”. (pag. 66) Non è il bilancio del carattere fallimentare della linea che il PCI ha seguito sotto la direzione di Togliatti? Non spiega questo bilancio esaurientemente perché il prestigio e la forza (la capacità di direzione e di mobilitazione, l’egemonia) del PCI sono in calo?

 

Come hanno manovrato le forze reazionarie per ristabilire e rinsaldare il loro potere? Che linea avevano seguito le forze reazionarie per rafforzarsi?

 

“Da una parte hanno cercato con ogni mezzo di provocare ad ogni occasione una rottura del fronte democratico nazionale e di spingere il paese verso la guerra civile. D’altra parte hanno cercato di impedire che i governi che si fondavano sul blocco di forze democratiche potessero sviluppare una politica anticapitalista. Ogni volta che noi comunisti assieme ai socialisti e alle altre forze democratiche cercavamo di strappare [al governo] determinate misure di ordine economico e politico che avrebbero fatto progredire la democrazia, immediatamente le forze conservatrici insorgevano e ci si minacciava con la rottura della situazione, che avrebbe provocato la guerra civile, l’intervento straniero, ecc. Le forze democratiche furono perciò costrette a segnare il passo. D’altra parte con la stessa minaccia ci si impediva l’avanzata e la conquista di solide posizioni sul terreno politico. Forse in taluni casi ci siamo lasciati dominare troppo da queste minacce e dal pericolo della rottura, della guerra [civile]. La lotta di classe contro i lavoratori e le forze democratiche i capitalisti l’hanno condotta in forme e in direzioni diverse che non sono soltanto la resistenza alle rivendicazioni degli operai e dei contadini. Su questo terreno, anzi, data la possanza dell’organizzazione sindacale, la sua compattezza, i capitalisti non si trovano sulle posizioni più vantaggiose per condurre la lotta. Ma essi hanno scelto un altro terreno: quello del sabotaggio concreto di ogni opera di ricostruzione economica. Essi si sono rifiutati di rinunciare ad una parte, sia pure piccola, dei loro profitti a beneficio della ricostruzione del paese (…). Attraverso il sabotaggio economico e il gioco dei prezzi, gli industriali sono sempre riusciti ad annullare in tutto o in parte le misure che il governo stava prendendo per limitare i loro profitti o per farli partecipare economicamente all’opera di ricostruzione.” (pag. 68-69)

 

“Il pericolo è (…) che il governo De Gasperi, d’accordo con i grandi industriali, con gli agrari, conduca una politica tesa ad impedire oggi un movimento di massa, domani a strappare una piccola conquista [per i padroni contro i lavoratori], dopodomani un’altra, cercando di dividere i lavoratori, facendo agli uni qualche concessione, mostrando i denti agli altri. Il pericolo dal quale dobbiamo guardarci è quello di cedere oggi una posizione, domani un’altra e trovarci poi nella condizione di non poter più avere l’iniziativa. La tattica che l’avversario persegue è quella di ridurre la forza del nostro partito, di isolarlo da altre forze, di staccare a poco a poco da noi quelli che possono essere i nostri alleati. La loro mira è quella di portare la scissione in seno ai sindacati ed alle organizzazioni di massa”. (pag. 84)

 

“Il pericolo della situazione italiana sta nel fatto che le forze conservatrici e reazionarie con alla testa De Gasperi e la DC non adottano la tattica della lotta frontale, ma quella del carciofo, strappano una foglia oggi ed una foglia domani, ci tolgono oggi un diritto, domani una posizione, dopodomani attuano un’altra misura reazionaria e di passo in passo insensibilmente siamo portati a cedere terreno ed a trovarci in posizione sempre più critica. Il pericolo sta nel fatto di non apprezzare appieno il valore delle posizioni che di volta in volta si perdono, di ragionare all’incirca in questo modo: “non vale la pena di impegnare una grande battaglia per una questione che non è fondamentale e che può compromettere tutto, vedremo poi”. E così di posizione in posizione, che considerate ad una ad una possono non essere di grande importanza, si finisce poi, nel complesso, col perdere le posizioni decisive. Un regime clericale, allo stesso modo di quello fascista, non lo si realizza di colpo”. (pag. 85-86)

 

Secchia sostiene di non avere dubbi che se le forze reazionarie attaccassero frontalmente il partito comunista e scatenassero la guerra civile, le masse popolari ne uscirebbero vittoriose.

 

“…senza dubbio le forze del movimento democratico in Italia sono tuttora possenti ed in grado di impedire la realizzazione dei piani reazionari degli imperialisti americani e dei loro servi, De Gasperi e soci”. (pag. 75)

 

“Non credo che essi pensino ad una restaurazione del fascismo in Italia, questo non è loro possibile. Un’azione violenta tendente a mettere il partito comunista, il partito socialista ed i partiti democratici nell’illegalità sarebbe destinata al fallimento. L’azione violenta tipo fascista contro di noi darebbe immediatamente slancio e sviluppo alle forze democratiche. I lavoratori difenderebbero con le armi le libertà conquistate”. (pag. 84)

 

“Oggi la situazione italiana è tale che a mio modo di vedere possiamo ancora prendere l’offensiva, vi sono le forze per farlo e se il nemico cercasse di sbarrarci la strada con la violenza, malgrado le misure che con l’aiuto dell’imperialismo americano già ha preso, tuttavia noi disponiamo ancora di un potenziale di forza tale che saremmo in grado di spezzare ogni loro violenza e di portare i lavoratori italiani al successo decisivo”. (pag. 86)

 

Quindi Secchia non ha dubbi che se la borghesia scatenasse la guerra civile, le masse popolari ne uscirebbero vittoriose. Lo afferma più volte. Perché dunque la sinistra del PCI cede anch’essa al ricatto della guerra civile? Perché non vede altra via per arrivarvi che l’insurrezione e sa che su questo terreno il PCI sarebbe isolato e quindi probabilmente perdente: il PCI non riesce neanche a convocare uno sciopero generale contro la sua esclusione dal governo ad opera di De Gasperi! Perché non vede altra via? Perché il partito non ha in mano (e la sinistra non vede che la chiave per uscire dall’impasse è proprio nel prendere in mano ) l’iniziativa sul terreno della ricostruzione del paese e, nel corso di essa, della trasformazione delle strutture del paese che sole “rappresenterebbero qualcosa di effettivamente nuovo e darebbero stabilità alle posizioni sinora conquistate e che tuttora sono minacciate” (pag. 69-70) Perché quando era sulla cresta dell’onda non ha guidato le masse a prendere l’iniziativa della ricostruzione, costituendo le nuove strutture e non ha continuato su questa strada, nonostante le minacce di guerra civile, di ricorso alla forza, di scissione, ecc. da parte delle forze della reazione. Minacce che probabilmente in quel caso sarebbero rimaste tali. Se invece il Vaticano e gli USA fossero passati dalla minaccia ai fatti, avrebbero trovato una risposta vincente. Anche perché, in quel caso, avrebbe mobilitato a suo vantaggio anche “i sentimenti nazionali e di indipendenza” (pag. 67) “La lotta delle forze più aggressive dell’imperialismo per conquistare nel nostro paese posizioni di dominio economico e politico urta, è vero, contro i sentimenti nazionali e di indipendenza; però noi non dovremmo farci delle illusioni in proposito, innanzitutto perché questo risentimento, per avere peso ed efficacia, dovrebbe manifestarsi non soltanto tra i lavoratori, ma soprattutto in una parte almeno delle classi possidenti. In secondo luogo è molto più facile suscitare un movimento di difesa dell’indipendenza nazionale contro un imperialismo come quello tedesco che è venuto nel nostro paese a saccheggiare, a distruggere, ecc. e nei confronti del quale le antiche tradizioni hanno avuto e hanno la loro influenza, che non invece condurre una lotta per l’indipendenza nei confronti dell’imperialismo americano che si presenta in Italia dicendo che ci dà tutto quanto ci occorre: aiuti, capitali, materie prime, ecc. Senza dubbio l’opera di penetrazione dell’imperialismo americano susciterà malcontento e risentimenti, creerà condizioni favorevoli allo sviluppo della lotta democratica, ma questo processo non sarà certo molto rapido.”

 

Secchia critica debolmente la linea che il PCI ha seguito. Non la vede come una linea antagonista, oggettivamente filoborghese, una linea oggettivamente di collusione con la borghesia, responsabile del vicolo cieco in cui il partito si trova, della disfatta a cui il movimento comunista è condannato se non si trova modo di cambiare strada. Resta nel vago.

 

Il partito non “ha valorizzato sufficientemente il movimento partigiano”, non ha “opposto una sufficiente resistenza all’allontanamento dei partigiani dai posti di direzione dello Stato e della vita nazionale” (pag. 72), non ha “risposto con un movimento di massa alla manovra dei liberali concordata con i dirigenti DC” di rovesciare il governo Parri. “In certi momenti ci siamo lasciati dominare troppo dalla minaccia di rottura da parte delle forze conservatrici, in qualche momento ci siamo forse lasciati dominare troppo dal pericolo della guerra civile” (pag. 73) “Nella nostra azione di governo vi sono state senza dubbio debolezze ed errori, determinate posizioni non sono state difese come avremmo dovuto, altre abbiamo abbandonate senza impegnare troppo la necessaria lotta. In certi momenti ci siamo lasciati dominare troppo dalla minaccia di rottura da parte delle forze conservatrici, in qualche momento ci siamo forse lasciati dominare troppo dal pericolo della guerra civile. Specialmente al momento della nostra esclusione dal governo, come già ebbe a dire il compagno Longo alla riunione dell’Informbureau del settembre scorso, ‘il nostro partito è stato particolarmente debole quando noi siamo stati esclusi dal governo e gettati nell’opposizione. In tale circostanza la nostra opposizione si è manifestata soprattutto in modo verbale nella stampa e nei comizi. È soltanto in questi ultimi mesi che una serie di manifestazioni rivendicative e di azioni di massa hanno dato maggior vigore alla nostra lotta contro il governo. Questa lotta però rimane anche oggi sul piano essenzialmente rivendicativo e sindacale e non si è ancora trasformata in una grande lotta popolare con degli obiettivi politici precisi’. Non soltanto nel momento della nostra esclusione dal governo, ma in generale noi non sappiamo sufficientemente legare l’azione sul piano parlamentare con l’azione extraparlamentare delle grandi masse”. (pag. 73)

 

Secchia si difende ripetutamente dall’accusa di voler che il partito lanci l’insurrezione. Sa che i suoi avversari con questa accusa hanno buon gioco.

 

“Si afferma anche che ‘l’elemento favorevole a noi è soprattutto il fatto che siamo usciti dal governo senza dare la parola d’ordine dell’insurrezione, il che ha accresciuto il prestigio del nostro partito in determinati strati sociali. Ma riteniamo non esatto questo giudizio, perché non si trattava già di dare la parola d’ordine dell’insurrezione, ma di organizzare una grande mobilitazione di popolo, prima ancora che fossimo esclusi dal governo. Dal non fare nulla al fare l’insurrezione ci corre. Ci siamo fatti mettere fuori dal governo senza una grande protesta di massa, senza proclamare uno sciopero generale di ventiquattro o di quarantotto ore”. (pag. 73-74) “Ripeto, non propongo di abbandonare la nostra prospettiva di lotta per uno sviluppo democratico, dobbiamo però avere coscienza che questa lotta diventa più difficile, sarà sempre più difficile il creare un blocco di forze democratiche in grado di rovesciare l’attuale situazione”. (pag. 84)

 

Cosa propone Secchia? Lotte più forti, più dimostrazioni, più scioperi. “Noi dobbiamo orientarci verso lotte più ampie, più dure, più decise” (pag. 85) Benché egli stesso abbia già detto che sono difficili a farsi (sciopererebbero solo i nostri) e di scarsa o nessuna efficacia.

 

È evidente da questa scorsa del rapporto di Secchia che l’ala sinistra del PCI era cosciente che la linea che il PCI stava seguendo era sbagliata, ma non aveva una chiara linea alternativa da sostenere, neanche di fronte a un pubblico ben disposto ad ascoltarla, come la Sezione Esteri del CC del PCUS. In conclusione, la classe operaia non riuscì ad instaurare il socialismo nel nostro paese, perché l’ala destra del PCI aveva una linea che escludeva l’instaurazione del socialismo e collimava quindi con gli interessi della borghesia, mentre l’ala sinistra non aveva alcuna linea alternativa chiara. Oscillava, criticava, reclamava, proponeva di fare “qualcosa di più” di quello che già si faceva. La linea dell’ala sinistra consisteva nel contestare la linea dell’ala destra. In definitiva l’ala sinistra era subordinata all’ala destra, era l’ala sinistra dell’ala destra. Si creava così una catena ininterrotta che subordinava ideologicamente alla borghesia tutto il movimento comunista. Il risultato della forza oggettiva del movimento comunista furono le conquiste che sostanziarono il “capitalismo dal volto umano” che ha caratterizzato il nostro paese per circa trent’anni (fino alla metà degli anni ’70) e la cui liquidazione è stata la sostanza del programma di politica interna della borghesia nei trenta anni successivi, dalla metà degli anni ’70 a oggi.

 

Le conclusioni da trarre sono quindi due.

 

1. Il rapporto di Secchia conferma pienamente la nostra tesi che sono i limiti della sinistra che lasciano via libera alla destra.

 

2. L’insurrezione popolare è, in determinate circostanze, una manovra utile e necessaria all’interno di una guerra. Lo era stata ad esempio nell’aprile 1945. Ma se la assumono come strategia della rivoluzione, la forza delle cose costringe i comunisti a oscillare tra l’avventurismo e l’inerzia. Insurrezioni vittoriose i partiti comunisti le hanno condotte solo come manovre particolari all’interno di una guerra più ampia già in corso, quindi quando forze militari rivoluzionarie già in opera hanno appoggiato il movimento insurrezionale. Così era stato nell’aprile 1945, così era stato nell’Ottobre 1917.

 

Sono due lezioni di grande importanza per il rinascente movimento comunista.

 

 

 

NOTE

 

1. Il movimento comunista ha sempre attirato alcuni individui delle classi dominanti, soprattutto giovani e donne. Ma soprattutto ha anche indotto la borghesia a dividersi tra borghesia di destra e borghesia di sinistra, tanto più quanto più è stato all’altezza del suo compito storico. E questo nonostante la sostanziale diversità, l’asimmetria, delle posizioni delle due classi antagoniste. Infatti la classe operaia non dispone della ricchezza di cui dispone la borghesia e per il suo ruolo sociale è tenuta lontano dal patrimonio intellettuale della società: “la cultura dominante è quella della classe dominante”.

 

 

 

2. Nel 1916 Lenin riassunse la storia del movimento comunista nei 30 anni precedenti dicendo: “La lotta tra le due tendenze principali del socialismo, il socialismo rivoluzionario e il socialismo opportunista, copre l’intero periodo che va dal 1889 al 1914” (Lenin, L’opportunismo e il fallimento della II Internazionale (1916), in Opere vol. 22). Durante i quasi 30 anni in questione nel movimento comunista e in particolare nella II Internazionale, pochi dei dirigenti di rilievo avevano trattato i contrasti tra linee, analisi e concezioni in termini di lotta di classe, avevano cioè mostrato la relazione tra le opposte teorie e le opposte classi. Illustri eccezioni furono F. Engels e V.I. Lenin. Engels aveva indicato che uno dei fronti indispensabili della lotta di classe era la lotta teorica e il suo AntiDühring era un’arma esemplare della lotta di classe sul fronte della concezione del mondo. Lenin aveva sistematicamente mostrato la relazione tra scontri e contrasti in campo teorico e la lotta tra le classi per il potere.

 

La vittoria dei revisionisti moderni in URSS negli anni ’50 deve molto al fatto che, per quanto acuta fosse stata la lotta diretta da Stalin contro deviazioni e infiltrazioni, il Partito comunista dell’Unione Sovietica e con esso il movimento comunista tutto non avevano ancora capito che nei paesi socialisti, una volta abolita per l’essenziale la proprietà privata dei mezzi di produzione, il pericolo di una restaurazione capitalista non proviene tanto dai residui delle vecchie classi sfruttatrici né da quanto resta della piccola produzione mercantile, quanto dalla nuova borghesia, tipica della fase socialista. Essa è costituita da quei dirigenti del partito, delle organizzazioni di massa, dello Stato e di altre istituzioni pubbliche della società socialista che si oppongono ai passi avanti possibili e necessari verso il comunismo. Una volta abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione la lotta per l’adeguamento dei rapporti di produzione al carattere collettivo delle forze produttive riguarda principalmente i ruoli nell’organizzazione sociale del lavoro (i rapporti lavoro di direzione e organizzazione/lavoro esecutivo, dirigenti/diretti, lavoro intellettuale/lavoro manuale, uomini/donne, adulti/giovani, città/campagna, settori, regioni e nazioni avanzate/settori, regioni e nazioni arretrate) e il modo e la misura della ripartizione della ricchezza sociale destinata al consumo. La teoria della lotta di classe nella società socialista è uno dei principali apporti del maoismo al pensiero socialista.

 

 

 

3. A grandi linee, alla fine del secolo XIX il revisionismo ebbe successo perché la sinistra non aveva una concezione adeguata ai compiti del periodo a proposito 1. della natura e del ruolo del partito comunista, 2. della natura dell’imperialismo, 3. delle leggi della rivoluzione proletaria: i tre campi in cui il leninismo ha dato apporti da cui il movimento comunista non ha potuto prescindere. Nella seconda metà del secolo XX il revisionismo ebbe successo perché la sinistra non aveva una concezione adeguata ai compiti del periodo a proposito 1. della strategia da seguire per condurre la rivoluzione nei paesi imperialisti, 2. della lotta di classe nei paesi socialisti, 3. della natura della rivoluzione nei paesi oppressi: i tre campi in cui il maoismo ha dato apporti da cui il movimento comunista non può prescindere.

 

 

 

4. Da una parte il movimento comunista coinvolge e deve coinvolgere strati via via più larghi e nuovi della classe operaia e delle masse popolari, deve assolutamente evitare di ridursi a un movimento che coinvolge solo quelli che sono già comunisti per concezione e convinzione. Dall’altra parte esso non può completamente eliminare al suo interno differenze importanti di condizioni materiali, di istruzione, di capacità di direzione e di comando. Quindi esiste sempre nel movimento comunista sia una parte meno avanzata, sia una parte più esposta all’influenza della borghesia, più vicina alla borghesia per le sue condizioni sociali o il suo ruolo sociale, meno ardente e determinata nella lotta di classe. Dobbiamo sempre ricordare quello che ci ha detto uno dei nostri maestri: “La rivoluzione in Europa non può essere altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasticherie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere, prendere le banche, espropriare i trust odiati da tutti (benché per ragioni diverse!) e attuare altre misure dittatoriali che condurranno in fin dei conti all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo, il quale si ‘epurerà’ dalle scorie piccolo-borghesi tutt’altro che di colpo”. V.I. Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione (1916), in Opere vol. 22.

 

 

 

5. CARC, Il punto più alto raggiunto finora nel nostro paese dalla classe operaia nella sua lotta per il potere (1995), Edizioni Rapporti Sociali.

 

Renzo Del Carria, Proletariato senza rivoluzione, Edizione Oriente 1970, vol. 2 capitolo XXI Il capitalismo “perfeziona” gli strumenti del proprio potere (1945-1948). Le masse reagiscono spontaneamente alla mancata rivoluzione (14 luglio 1948). La svolta degli anni cinquanta. L’opera di R. Del Carria è stata ripubblicata nel 1975 e 1977 dall’editore Savelli.

 

 

 

6. È falso ed è un’invenzione della campagna di denigrazione del movimento comunista che l’instaurazione del socialismo nelle democrazie popolari dell’Europa centrale e orientale sia frutto solo dell’intervento dell’Armata Rossa. È però vero che la presenza dell’Armata Rossa e comunque la vicinanza dell’Unione Sovietica ebbero un ruolo importante, benché in misura diversa da paese a paese, nell’instaurazione del socialismo e poi nella vita politica, economica e culturale di ognuno dei paesi. La lezione confermata dall’esperienza è che quanto meno un movimento comunista è risultato della realtà culturale, politica ed economica del suo paese, quanto meno largamente e strettamente è legato alle masse popolari del suo paese e quanto meno da esse trae la sua forza, tanto più esso è debole di fronte alla reazione e tanto più precaria è la sua vita.

 

 

 

7. Vedere il bilancio della rivoluzione spagnola elaborato dal Partito comunista (ricostruito) di Spagna (PCE®) in La guerra di Spagna, il PCE e l’Internazionale Comunista, Edizioni Rapporti Sociali. È importante rilevare che nel movimento comunista italiano si è parlato molto della guerra di Spagna. Il fascismo vi aveva preso parte politicamente e militarmente. Il movimento comunista aveva arruolato volontari per le Brigate internazionali. Ma il bilancio di quell’esperienza che circolò sempre nel movimento comunista italiano poneva la causa della sconfitta nella forza e nella ferocia del nemico o, da parte trotzkista e anarchica, nell’“opera del diavolo” Stalin che non avrebbe voluto che la rivoluzione trionfasse in Spagna.

 

 

 

8. “Nonostante le origini da una lotta contro degenerazioni di destra e centriste del movimento operaio, il pericolo di deviazioni di destra è presente nel Partito comunista d’Italia. … Il pericolo che si crei una tendenza di destra è collegato con la situazione generale del paese. La compressione stessa che il fascismo esercita tende ad alimentare l’opinione che, essendo il proletariato nell’impossibilità di rapidamente rovesciare il regime, sia miglior tattica quella che porti, se non a un blocco borghese-proletario per l’eliminazione costituzionale del fascismo, a una passività dell’avanguardia rivoluzionaria, a un non-intervento del partito comunista nella lotta politica immediata, onde permettere alla borghesia di servirsi del proletariato come massa di manovra elettorale contro il fascismo. Questo programma si presenta con la formula che il partito comunista deve essere “l’ala sinistra” di un’opposizione composta da tutte le forze che cospirano all’abbattimento del regime fascista. Esso è espressione di un profondo pessimismo circa le capacità rivoluzionarie della classe lavoratrice”. Tesi di Lione (1926), cap. 4, tesi 26.

 

 

 

9. Nell’intervista rilasciata al New York Times nella primavera del 1946 e poi ritrattata a seguito delle critiche di cui fu oggetto, Maurice Thorez, segretario generale del Partito comunista francese, proclamava per la Francia la via pacifica e parlamentare al socialismo.

 

 

 

10. Del rapporto tenuto il 16 dicembre 1947 da Secchia esiste il testo scritto che egli aveva preparato e uno stenogramma conservato negli archivi russi. Il testo scritto è stato pubblicato in Archivio di Pietro Secchia 1945-1973, ed. Feltrinelli, Milano 1979 (pag. 609-627) e, recentemente, nell’antologia di scritti e discorsi di Pietro Secchia, Il partito, le masse e l’assalto al cielo, a cura di Marcello Graziosi, ed. La Città del Sole, 2006. Da questo testo sono prese le citazioni riportate in questo articolo. Questo testo è reperibile anche sul sito internet del (n)PCI nella rubrica Letteratura comunista. A detta di Marcello Graziosi, lo stenogramma conservato negli archivi russi concorda sostanzialmente con il testo scritto pubblicato in Italia nel 1979.

 

 

 

11. La rinuncia del PCI a dirigere le masse popolari a prendere in mano fin dall’aprile 1945 la ricostruzione del paese convinse ampi strati delle masse popolari e quella parte della borghesia che (a qualche maniera e per diversi motivi) seguiva il movimento comunista, che effettivamente la ricostruzione del paese era impossibile senza la direzione della borghesia imperialista e senza l’“aiuto” dell’imperialismo americano. Questo aiuto si concretizzerà nel piano Marshall di insediamento industriale, finanziario e politico USA in Italia e in Europa. La tesi di cui si facevano forti De Gasperi e le forze reazionarie.

 

 

 

12. A proposito dei limiti non superati dalla borghesia italiana nel governare direttamente, quindi delle origini dell’“anomalia italiana”, del “capitalismo impresentabile”, ecc. vedere Plinio M., Il futuro del vaticano (2006), in La Voce n. 23.

 

 

 

13. Marx ha elaborato e illustrato la categoria del bonapartismo, per indicare un regime politico che assicurava la conservazione dell’ordinamento sociale borghese (e quindi difendeva un contesto in cui la borghesia poteva fare i suoi affari) in circostanze in cui la borghesia non era in grado di governare direttamente (Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, in Opere complete vol. 10)

 

 

 

14. A proposito della combinazione tra contadini che lottano per obiettivi progressisti (il possesso della terra, la cacciata degli agrari, la fine delle residue angherie feudali) e il clero e i nobili antiunitari nel Risorgimento e dopo, vedere Plinio M., Il futuro del Vaticano (2006), in La Voce n. 23.

 

 

 

15. Vedi Marco Martinengo, Riforma o difesa della Costituzione, in Rapporti Sociali n. 36 (gennaio 2007).

 

 

 

14. Secchia nel suo rapporto aveva citato un’affermazione fatta da Togliatti nella sua relazione al CC del PCI nel luglio 1947, dopo l’esclusione dal governo ad opera di De Gasperi. Togliatti aveva detto: “Ciò [l’estromissione del PCI e del PSI dal governo] ha rappresentato una sconfitta della democrazia; questa sconfitta le forze democratiche l’hanno subita sul terreno governativo parlamentare e non nel paese; possiamo sempre affermare e dimostrare che mentre il paese si è spostato in una direzione, l’asse governativo parlamentare si è spostato in un’altra direzione; potremo sempre consolarci dimostrando che le cose stanno così e potremo dimostrare che la situazione governativa parlamentare non risponde alla situazione democratica del paese. Però sta di fatto che questa situazione di avanzata della democrazia esistente nel paese non siamo riusciti a farla valere sul terreno governativo parlamentare, il che rappresenta senza dubbio una sconfitta.”

 

 

Rubrica - Dibattito Franco e Aperto 

 

 

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