Avviso ai naviganti 35 – Non è un tweet! Ma non è a metri che si misura il pensiero!

15 Dic

15 dicembre 2013

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A chi vuole capire il corso delle cose e dargli una direzione giusta.

Certamente una parte dei destinatari del nostro messaggio si ritrarrà scoraggiata dalla lunghezza del testo. Vorrebbero un prêt-à-porter, un tweet o un sms. Ma non esiste niente del genere. Chi vuole capire, chi vuole orientarsi, chi vuole essere capace di orientare, chi vuole dirigere e non essere menato per il naso, deve capire. Capire il corso delle cose è possibile ed è possibile anche fargli cambiare direzione. Ma per capire quello che le classi dominanti cercano in mille modi di nascondere e confondere, bisogna fare uno sforzo individuale non da poco. A chi lo vorrà fare affidiamo il nostro Avviso ai Naviganti.

Il benemerito movimento dei Forconi ha fatto fare un passo avanti alla crisi della Repubblica Pontificia, ha creato incrinature perfino nelle sue “forze dell’ordine” e ha seminato il panico nella sinistra borghese, tra i sindacalisti di regime collaboranti e complici, nei benintenzionati volontari delle ONG di regime.

La tradizione, i pregiudizi e il sistema di relazioni sociali tenevano i lavoratori autonomi estranei alle mobilitazioni degli operai, dei precari, dei pensionati, degli immigrati e degli studenti. Ora in qualche misura e a loro modo si sono messi in moto.

Tutti i comunisti e gli esponenti avanzati delle masse popolari, in primo luogo gli operai avanzati, devono lavorare perché le varie parti delle masse popolari in movimento confluiscano in un unico grande movimento di rinnovamento del paese. Detto di passaggio, è questa confluenza e non i pianti e lai della sinistra borghese che emarginerà i promotori delle prove di fascismo (Forza Nuova, Casa Pound, ecc.) che ovviamente nella mobilitazione dei lavoratori autonomi trovano un terreno di manovra un po’ più favorevole di quello che trovano tra operai, precari, pensionati, immigrati e studenti.

I comunisti e gli altri esponenti avanzati delle masse popolari assolveranno questo compito tanto meglio e più rapidamente, quanto più avranno chiara coscienza del contesto economico, nazionale e internazionale, della lotta che conducono e delle soluzioni che essa consente.

Per questo diffondiamo, con alcune revisioni, l’articolo Capitale finanziario ed economia reale capitalista di Ernesto V. e Nicola P. pubblicato nel n. 44 (luglio 3013) di La Voce.

Questo articolo spiega la natura e l’origine della situazione attuale e espone sinteticamente il percorso fatto dall’economia capitalista dagli anni ’70 del secolo scorso ai nostri giorni e gli aspetti essenziali del corso delle cose, la collocazione dell’Italia nel contesto europeo e mondiale e i grandi margini d’azione di cui disponiamo per porre fine al vortice catastrofico in cui i vertici della Repubblica Pontificia trascinano il nostro paese e giocare la nostra parte per rimettere l’umanità intera su una strada di progresso.

La crisi generale del capitalismo

Capitale finanziario ed economia reale capitalista

Ernesto V. e Nicola P.

La realtà in cui siamo immersi e che vogliamo trasformare ci si presenta come un caos. Solo dopo che, con lo studio dei molti protagonisti e delle molte relazioni che la compongono, siamo arrivati alla individuazione delle singole parti, alla comprensione della natura di ognuna, all’individuazione delle loro reciproche relazioni e alla costruzione nella nostra mente del disegno d’assieme della società in cui viviamo, partendo ora da questo (quindi guardando ora le cose dall’alto del risultato raggiunto) siamo in grado di ritornare ai protagonisti e alle relazioni concrete della vita immediata e capire finalmente il ruolo di ognuno dei primi e il senso di ognuna delle seconde ed elaborare linee efficaci per trasformare la realtà.(1)

1. Studiare in proposito K. Marx, Il metodo dell’economia politica, da Introduzione ai Lineamenti fondamentali (Grundrisse), 1859. In Opere Complete, E.R., vol. 29; disponibile sul sito del (n)PCI: http://www.nuovopci.it/classic/marxengels/ecopol.html

L’oggetto principale di questo articolo è la relazione attuale tra il capitale finanziario e l’economia reale capitalista. Con questa ultima espressione indichiamo l’insieme delle attività con cui i capitalisti fanno produrre da lavoratori salariati beni e servizi per ricavarne, vendendoli, un profitto che valorizza (fa aumentare) il loro capitale: in altre parole la rete di aziende e la loro attività (la struttura della società) da cui si sviluppano tutte le attività di cui il mondo brulica. L’economia reale capitalista è quindi anche l’insieme delle attività svolgendo le quali i lavoratori salariati ricevono un reddito. Il capitale finanziario si distingue dal capitale impiegato nell’economia reale perché è capitale che cerca di valorizzarsi senza impegnarsi direttamente nella produzione di beni e servizi (le azioni e obbligazioni di società dell’economia reale sono una frazione del capitale finanziario, ma attualmente sono una frazione non più dirigente di esso, sostituita in questo ruolo dal capitale speculativo). Capire quale è la relazione attuale tra il capitale finanziario e l’economia reale capitalista è indispensabile per rispondere a ragion veduta a una delle principali e più diffuse questioni che si pongono quando si tratta di decidere la linea da seguire di fronte alla crisi in corso: la regolamentazione delle attività finanziarie è una soluzione alla crisi? Ovvero è possibile ricreare un’economia reale capitalista senza capitale finanziario?

Da quando nel 2008 la crisi è entrata nella sua fase acuta e terminale, la speculazione finanziaria, le banche, il debito pubblico, i paradisi fiscali, le istituzioni del sistema finanziario mondiale e le autorità che le sostengono sono il bersaglio contro cui periodicamente si scagliano politicanti spregiudicati alla Berlusconi, miliardari “dal volto umano” alla George Soros, imprenditori “illuminati” alla Della Valle, vescovi e papi “caritatevoli” alla Ratzinger e alla Bergoglio, gruppi attivi nelle prove di fascismo alla Forza Nuova o CasaPound. Si scagliano a parole, e non potrebbe essere che a parole visto che è tutta gente che ha fatto la sua parte per aprire la strada alla proliferazione delle attività finanziarie, si è personalmente arricchita grazie ad esse o è stata complice di speculatori, finanzieri e banchieri, agisce per conto di una parte di essi rispolverando l’armamentario del complotto giudaico-massonico.

Anche nel campo delle masse popolari hanno seguito analisi e proposte di soluzione alla crisi che, pur con declinazioni diverse, hanno al centro la regolamentazione del capitale finanziario. Tutta la saggezza degli economisti, degli uomini politici, dei dirigenti sindacali e degli altri portavoce della sinistra borghese,(2) consiste nello sfornare ognuno, individualmente o a gruppi (scuole), analisi e proposte che, se applicate, porterebbero, assicurano i loro fautori, al risultato di far vivere bene, o almeno un po’ meglio di quanto succeda, la massa della popolazione (cioè i proletari, i lavoratori autonomi e i pensionati con i relativi familiari), mantenendo sostanzialmente intatto l’attuale sistema di relazioni sociali.

Sostanzialmente intatto, nel senso che tutti costoro danno per scontato che la produzione di beni e servizi continui a restare affidata ad aziende capitaliste, ma molti di essi propongono (ogni individuo e gruppo distinguendosi in questo dagli altri) come soluzione alla crisi in corso

1. una qualche regolamentazione, comunque una regolamentazione maggiore dell’attuale, delle “attività creative” con cui gli amministratori del capitale finanziario si mangiano tra loro (cannibalismo), spremono l’economia reale e fanno sfornare nuovo denaro dalle banche centrali e dalle altre banche (dal sistema bancario);

2. un qualche intervento, con misure d’autorità o approfittando della loro forza economica o finanziaria, delle Pubbliche Autorità nel sistema di spremitura dell’economia reale da parte del capitale finanziario e nell’economia reale stessa (piani industriali, ecc.), in qualche misura ripristinando le relazioni tra politica ed economia esistenti nei paesi imperialisti nel trentennio del capitalismo dal volto umano (1945-1975).

Alcuni di costoro spingono poi l’audacia del loro pensiero e dei loro propositi fino a proporre l’abolizione del capitale finanziario e il ritorno a un’economia reale capitalista senza capitale finanziario.(3)

2. La sinistra borghese è quella congerie di uomini politici, di sindacalisti, di preti di buon cuore e di intellettuali che denunciano e persino sinceramente si indignano di fronte ai mali della società borghese, ma vi oppongono misure, regole e leggi che restano all’interno delle relazioni proprie della società borghese, costruite attorno e sulle fondamenta delle aziende capitaliste che producono beni e servizi per valorizzare il proprio capitale (fare profitti). E proprio per questo per lo più restano misure, regole e leggi sulla carta, perché “i mali della società borghese” non esistono a caso, non sono sconnessi tra loro (semplicemente e a caso l’uno accanto all’altro), né sono venuti al mondo principalmente ognuno per l’ignoranza o la malvagità personale dei suoi fautori e promotori. Grazie al materialismo dialettico abbiamo imparato che ognuno di essi è uno sviluppo naturale (cioè conforme alla natura) della società borghese ed è organicamente connesso agli altri suoi aspetti. Se accettate il maiale, dovete accettare anche il suo odore! Nel migliore dei casi lo correggerete con un po’ di profumo che fa quel che può!

Due testi di questi giorni, esemplari dei più generosi discorsi e dei propositi più illuminati della sinistra borghese, sono l’articolo Riduciamo l’orario, non il salario di Giorgio Lunghini pubblicato su il manifesto di sabato 15 giugno 2013 e Ripartire il lavoro o il reddito? di Piero Bevilacqua pubblicato su il manifesto di venerdì 21 giugno 2013, entrambi disponibili sul sito del (n)PCI – http://www.nuovopci.it/evidenza/index.html Esempio di una discussione che può continuare all’infinito, proprio perché accademica proposta di linea per un governo che non c’è e che la RP (Repubblica Pontificia) non può avere.

3. Volutamente non prendiamo in considerazione in questa sede i fautori di iniziative economiche dal basso, a km zero, di nicchia, comunitarie, ecc. ecc. Nella misura in cui sono iniziative reali e non solo sogni, appartengono ad un ordine di cose diverse da quello in cui rientrano le divagazioni accademiche e giornalistiche di cui qui parliamo. Queste non generano azioni, ma creano opinioni, intossicano le coscienze e distolgono dall’azione.

4. La crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale è uno dei concetti base per capire la storia dell’umanità negli ultimi centotrenta anni. Gli elementi fondamentali della teoria della crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale sono posti da Marx nel cap. 15 del volume 3 di Il capitale. Per un’esposizione esauriente di essa rimandiamo all’Avviso ai Naviganti 8 del 21 marzo 2012, La seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale, disponibile sul sito del (n)PCI: http://www.nuovopci.it/dfa/avvnav08.html

Pretendere di capire la storia degli ultimi centotrenta anni e di capire il corso attuale delle cose senza aver capito la teoria della crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale è porsi al di fuori del materialismo storico e dialettico, cioè del marxismo. È questa, nel campo della lotta teorica (della concezione del mondo), la sostanza dell’anticomunismo della sinistra borghese, anche di quei suoi esponenti che in privato e talvolta anche in pubblico si dichiarano comunisti e persino ogni tanto alludono in maniera non denigratoria all’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale e al “comunismo novecentesco”.

Tratto comune di tutti questi pensatori e politici è che non si pongono il problema di spiegare come mai il capitale finanziario ha raggiunto le dimensioni attuali e ha assunto il ruolo che ora ha rispetto all’economia reale capitalista. In altre parole non si attengono a uno dei principi base della dialettica come metodo per conoscere la realtà: di ogni cosa chiedersi da dove, come e perché è nata e come si è sviluppata. Lo facciamo noi e sulla base di questa spiegazione risponderemo alla domanda iniziale.

Una ricostruzione sintetica

La crescita del capitale finanziario fino a raggiungere le dimensioni attuali non casca dal cielo né esce fuori dal cilindro di qualche sadico esponente della borghesia imperialista e non è neanche frutto del cosiddetto complotto giudaico-massonico (come si usa dire negli ambienti fascisti e affini). Negli anni ’70 nel sistema imperialista mondiale, nell’economia reale capitalista iniziarono a manifestarsi in misura crescente i sintomi della nuova crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale,(4) la combinazione di stagnazione e inflazione (stagflazione) divenne l’incubo di capitalisti, uomini d’affari, esponenti politici e professori. Contro questa crisi strutturale del capitalismo in tutti i paesi imperialisti i capitalisti, i loro governi e le loro autorità ricorsero su grande scala a tre serie di misure che essi poterono prendere senza dover affrontare grandi conflitti politici perché il movimento comunista internazionale era già entrato nella sua fase di declino e la prima ondata della rivoluzione proletaria si era già sostanzialmente esaurita. Gli idealisti invertono la genesi delle cose e dicono che ricorsero a queste tre serie di misure perché “prevalse il pensiero unico neoliberista”.

1. Sottrarre le banche centrali e in generale il sistema bancario (che facendo credito crea nuovo denaro) all’autorità dei governi i quali almeno in una qualche misura, prima o poi, rispondevano ancora del loro operato ad elettori che grazie alla prima ondata della rivoluzione proletaria avevano fatto grandi progressi economici, morali e intellettuali. La direzione delle banche centrali, del sistema bancario e più in generale del sistema monetario (le istituzioni che producono denaro, quelle che ne amministrano la circolazione fissando i criteri della concessione di credito e i tassi d’interesse, le regole e abitudini che presiedono alle relazioni tra di loro) vennero affidate a uomini di fiducia della borghesia imperialista e del clero, sedicenti tecnici (come se la loro gestione fosse dettata da leggi di natura, indipendenti dagli interessi delle persone e classi coinvolte).

Nel nostro paese la separazione tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro fu conclusa nel febbraio 1981 dal governo Forlani (nella persona del ministro del Tesoro Nino Andreatta, esponente della “sinistra” democristiana) e dall’allora governatore della Banca d’Italia (il tanto celebrato – dai suoi complici e beneficiati – Carlo Azeglio Ciampi).(5) Essi alla chetichella architettarono e del tutto illegalmente misero in vigore una decisione politica dalle implicazioni enormi ed eversiva anche della Costituzione del 1948. Di essa (viva la democrazia!) neanche ne parlarono pubblicamente: bastò l’omertosa complicità di tutti quelli che contavano e sapevano (“tutti sapevano”, dirà poi con il suo sciocco sorrisino di sufficienza il criminale di guerra Massimo D’Alema). Con quella decisione lo Stato non poteva più decidere quanta moneta la Banca d’Italia doveva creare perché lo Stato potesse far fronte ai suoi compiti decisi in sede politica. Per far fronte ad essi da allora in avanti lo Stato avrebbe dovuto ricorrere al mercato finanziario. Avrebbe cioè dovuto emettere e vendere titoli finanziari con cui chiedere in prestito alla “comunità internazionale” dei banchieri, delle società finanziarie, dei fondi d’investimento, dei ricchi, i soldi che eccedevano le sue entrate: cioè eccedevano la somma del gettito di imposte, tasse, contributi, multe e ticket, delle tariffe dei servizi pubblici, dei profitti delle imprese pubbliche, delle rendite dei beni demaniali.

In questo modo la “comunità internazionale” otteneva quattro vantaggi.

5. Una chiara ricostruzione dell’evento è data da Luigi Cavallaro, La congiura dei tecnici – All’origine della crescita del debito pubblico nel nostro paese c’è il divorzio consumato negli anni Ottanta tra Banca d’Italia e governo politico dell’economia per ripristinare il comando del capitale sulla società. Un percorso di lettura, il manifesto di sabato 29 settembre 2012, disponibile sul sito del (n)PCI – http://www.nuovopci.it/evidenza/index.html. La casa Editrice il Mulino ha pubblicato in opuscolo (L’autonomia della politica monetaria – il divorzio Tesoro-Banca d’Italia trent’anni dopo) gli atti del Convegno dell’AREL del febbraio 2011 con un articolo di Nino Andreatta del 1991: in quegli atti Carlo Azeglio Ciampi, Mario Draghi, Enrico Letta, Mario Monti ed altri celebrità del genere cantano le lodi del colpo di mano promosso da Andreatta e Ciampi nel 1981.

1. Creava un campo proficuo di investimento per i suoi capitali che, stante la sovrapproduzione assoluta di capitale in corso nell’economia reale, aveva difficoltà ad investire altrimenti. Era l’epoca delle furiose pressioni del sistema imperialista mondiale sui paesi socialisti e sui paesi neocoloniali (le vecchie colonie diventate paesi politicamente autonomi) perché si indebitassero.

2. Creava un buon pretesto per premere, con la virtuosa motivazione di reperire denaro per la Pubblica Amministrazione, a favore della privatizzazione del settore pubblico dell’economia e dei servizi pubblici che in questo modo divenivano un altro campo d’investimento del capitale. Privatizzazione che infatti in Italia partì presto alla grande sotto l’alta direzione di Romano Prodi all’epoca presidente dell’IRI (mentre il debito pubblico, anziché diminuire per i proventi delle privatizzazioni, continuava ad aumentare a gran velocità).

3. Allentava la pressione fiscale, il rischio che i membri nazionali di quella “comunità internazionale” fossero chiamati nel loro paese di residenza o d’attività a contribuire alla “spesa pubblica”. La spesa pubblica aumentava per le prestazioni crescenti che “la politica” imponeva alla Pubblica Amministrazione (PA). Una delle vie per far fronte alle maggiori spese della PA era l’aumento di imposte, tasse e contributi, ed era sempre viva la pressione per farli pagare, come indicava la Costituzione (in Italia, ma per effetto della prima ondata della rivoluzione proletaria principi analoghi erano iscritti nelle Costituzioni di tutti i paesi retti a democrazia borghese), “ad ogni cittadino in proporzione al suo reddito”, con evidente danno per i ricchi, il clero e le rispettive associazioni e società.

4. Poneva premesse per esigere la “riduzione della spesa pubblica”, cioè per contrastare con maggiori argomenti le richieste delle organizzazioni popolari di crescenti prestazioni della Pubblica Amministrazione per dare attuazione effettiva ai diritti (istruzione, igiene, sanità, pensioni, servizi vari) che dovevano essere universali stando alla coscienza della solidarietà sociale che la prima ondata della rivoluzione proletaria aveva diffuso e che la Costituzione del 1948 aveva sanzionato. Occorre ricordare che in tutti i paesi imperialisti dopo la seconda guerra mondiale borghesia imperialista, clero e revisionisti moderni avevano collaborato a corrompere il movimento comunista trasformandolo in movimento rivendicativo e che ciò comportava, oltre che un decisivo vantaggio politico, anche un prezzo elevato (la borghesia aveva dovuto violentare la sua propria natura).

In sostanza, con la sottrazione del sistema bancario e monetario all’autorità del governo, in ogni paese imperialista i governi e in generale le autorità della Pubblica Amministrazione nazionale e locale divennero clienti del sistema finanziario. Per finanziare le spesa pubblica eccedente le loro entrate, emettevano titoli di debito pubblico che vendevano alle banche e tramite queste al pubblico, privatizzavano imprese e servizi pubblici e vendevano beni demaniali. Erano altrettanti campi di investimento per i capitalisti.

Nel nostro paese è dal 1981 che il debito pubblico ha preso a gonfiarsi stabilmente e rapidamente: non perché lo Stato ha fornito più servizi pubblici, ecc., ma perché ha dovuto far fronte alla vecchia spesa e pagare gli interessi sui titoli del debito pubblico e le commissioni alle banche e alle altre istituzioni che li vendevano al pubblico. Per lo stesso motivo tutte le misure “per ridurre il debito pubblico e il deficit di bilancio annuale dello Stato” si sono tradotte in miseria crescente per le masse popolari, in taglio dei servizi, in redistribuzione del reddito a favore dei ricchi, ecc., ma il debito pubblico ha continuato a crescere. Come continua ancora oggi:  nel maggio 2011 il debito pubblico italiano era di quasi 1.900 miliardi di euro, dopo la “cura da cavallo” del governo Monti è salito ai quasi 2.050 miliardi di euro attuali.

2. L’abolizione di leggi e regolamenti e la restrizione dell’autorità dei governi a proposito della circolazione internazionale delle merci e dei capitali d’investimento (i cosiddetti investimenti diretti): i capitali usati per aprire nuove aziende o comperare aziende esistenti (quindi non semplici partecipazioni azionarie al capitale, che rientrano nel capitale finanziario, ma le aziende stesse). Le potenze maggiori imposero agli altri paesi, pena sanzioni e altri trattamenti e condizioni “di minor favore” per il credito e il commercio, accordi e patti del tipo WTO (World Trade Organisation) fino al Transatlantic Trade and Investement Partnership in discussione in questi mesi tra UE e USA. Questi accordi permettevano ai capitalisti di impiantare imprese nei paesi che preferivano e di esportare dove meglio loro conveniva, limitando o abolendo le interferenze dei governi locali. A questo scopo venne creato e rafforzato un sistema di leggi e di corti a giurisdizione internazionale.

3. L’abolizione di leggi e regolamenti che limitavano la creazione di titoli finanziari e la loro circolazione internazionale e che in ogni paese le sottomettevano ad autorizzazioni dei rispettivi governi. Con misure varie veniva facilitata la collocazione delle aziende in Borsa, gli aumenti di capitale da parte delle aziende (l’emissione di nuove azioni e obbligazioni), la creazione di titoli finanziari di nuovo tipo, in particolare di tipo speculativo (relativi a derrate alimentari, a minerali, alle quotazioni di titoli già in circolazione), l’acquisto e la vendita di titoli “allo scoperto” (cioè di titoli che il venditore non possiede ma che si impegna a consegnare alla scadenza fissata), l’emissione di titoli che assicuravano titoli già circolanti (titoli derivati), ecc. ecc. I titoli finanziari di tipo speculativo drenano i risparmi del ceto medio (lo strato superiore delle masse popolari) e dei lavoratori (liquidazioni, pensioni, ecc.) e arricchiscono alcuni capitalisti finanziari a danno di altri (coinvolgendo in questa ripartizione anche l’economia reale dato che il capitale delle aziende che producono beni e servizi è costituito in tutto o in parte da titoli finanziari e che spesso lo stesso capitalista è sia produttore di beni e servizi sia capitalista finanziario e i “tracolli finanziari” si riversano quindi sulle aziende). Nacque allora quella che Tremonti quando era ministro di Berlusconi declamava come “finanza creativa”. Simili titoli potevano essere comperati, venduti e quotati nelle Borse di vari paesi connesse in rete: ovviamente Wall Street (NewYork), la City (Londra), Francoforte e Parigi facevano la parte del leone. I paradisi fiscali fiorirono come mai prima. Le nuove tecniche bancarie e di comunicazione principalmente derivanti dall’informatica davano un efficace supporto alle nuove libertà dei capitalisti.

Attraverso le tre serie di misure illustrate, passo dopo passo cresceva la massa del capitale finanziario e le istituzioni finanziarie risucchiavano denaro dall’economia reale che è principalmente commerciale, monetaria e capitalista: quindi esposta al risucchio (*) e aprivano ai capitali terreni più ampi d’investimento (reale e finanziario) nei singoli paesi e nel mondo. L’economia finanziaria offriva uno sbocco alla sovrapproduzione di capitale che si manifestava nell’economia reale assorbendo da questa denaro e capitale che restando nell’economia reale avrebbe esasperato la concorrenza, la sovrapproduzione di merci, il consumismo, le rivendicazioni salariali e normative e altri fenomeni che l’avrebbero sconvolta. Nello stesso tempo l’economia finanziaria alimentava l’economia reale con iniziative speculative (speculazione sulle materie prime con connesse nuove esplorazioni, sulle derrate alimentari, sulle grandi opere, ecc.) e bolle di vario genere (bolle nel settore immobiliare, bolle nell’innovazione informatica, bolle nel commercio, ecc.). In ogni azienda capitalista di un certo rilievo, il settore finanziario diventava parte indispensabile e rilevante del funzionamento aziendale.

(*) Oggi in tutti i pesi imperialisti i beni e servizi sono prodotti quasi tutti come merci (l’economia di autosussistenza, l’economia solidale, l’economia servile, ecc. sono fenomeni del tutto marginali) e in larga misura sono prodotti in aziende capitaliste (quantitativamente la produzione di merci fatta da lavoratori autonomi copre una parte modesta benché non trascurabile dell’intera attività produttiva, ma per di più i lavoratori autonomi sono largamente dipendenti dall’economia capitalista e dalle pubbliche autorità per gli strumenti, le materie prime, la tecnologia, lo smercio e la regolamentazione).

Le aziende capitaliste sono a loro volta per loro natura legate al capitale finanziario: indirettamente tramite le imposte, le tasse, i contributi, le tariffe e le regole dettate dalle pubbliche autorità che devono far fronte alla gestione del Debito Pubblico (il “servizio del Debito”) e delle finanze pubbliche (quindi dipendono dal capitale finanziario); direttamente tramite il mercato delle proprie azioni e obbligazioni e il sostegno del loro corso, tramite il credito bancario e i relativi interessi, assicurazioni e garanzie, tramite il reperimento di nuovi capitali in borsa, tramite le partecipazioni delle aziende e dei loro proprietari al capitale finanziario (il settore finanziario delle aziende), tramite il cambio della moneta, tramite le commesse e gli appalti e tramite altre relazioni del genere di quelle indicate. Inoltre l’investimento finanziario fa concorrenza all’investimento produttivo e lo condiziona da mille lati perché fanno entrambi capo alla stessa classe: la borghesia. Quindi una volta che il capitale finanziario ha conquistato il predominio, l’economia reale non è in grado di opporsi efficacemente alle sue pretese.

 

Fu lo sviluppo su grande scala del capitale finanziario un rimedio efficace alla sovrapproduzione assoluta di capitale dell’economia reale dei paesi imperialisti?

Alcuni sostengono che lo fu.

In effetti evitò che la crisi strutturale del capitalismo precipitasse già negli anni ’80 e ’90. Allora il movimento comunista, per quanto indebolito, era ancora relativamente forte. Quindi l’acuirsi della crisi dell’economia reale capitalista avrebbe, su scala maggiore di quanto avvenga oggi, alimentato la lotta delle masse popolari e certamente avrebbe rallentato il declino in corso dei primi paesi socialisti e in particolare dell’Unione Sovietica.

Ma sul piano dell’economia reale capitalista, della struttura della società borghese che era ammalata di sovrapproduzione assoluta di capitale, lo sviluppo su grande scala del capitale finanziario fu un rimedio efficace, diciamo noi e l’esperienza lo conferma, come sarebbe un rimedio efficace alla fatiscenza  di un edificio, nei cui muri del piano terra si formano grandi crepe e nelle cui fondamenta ci sono dei cedimenti (la crisi strutturale), costruire piani superiori e via via spostarsi a vivere in questi: prima o poi ti troverai travolto in una rovina ancora più disastrosa (quella che si è messa in moto nel 2008).

Fuor di metafora, i capitalisti approfittarono della libertà data dai loro governi democratici (democratici alla maniera della democrazia borghese) alle loro banche, istituzioni finanziarie e fondi d’investimento. Moltiplicarono il denaro, sia nella forma diretta di contanti e conti correnti bancari sia nella forma mediata di titoli finanziari che venduti assorbivano denaro (risparmi e capitali) dall’economia reale dei paesi imperialisti. Inondarono di capitali d’investimento e di capitali finanziari i paesi neocoloniali a cui si aggiunsero rapidamente gran parte dei primi paesi socialisti: quelli i cui sistemi sociali crollavano corrosi da trent’anni (1956-1989) di revisionismo moderno (Unione Sovietica e democrazie popolari dell’Europa Orientale) e quelli che in varie forme e misure si riconciliavano col sistema imperialista mondiale (in primo luogo la Repubblica Popolare Cinese e il Vietnam). In tutti questi paesi (paesi neocoloniali ed ex paesi socialisti) si ebbe (sebbene in misure diverse) una crescita enorme dell’economia capitalista e più in generale delle transazioni monetarie (commerciali e no), quindi del PIL [il PIL di un paese è un indice, grossolano ma pur sempre significativo, del volume delle transazioni commerciali (degli scambi, degli atti di compra-vendita) che si fanno in un anno nel paese, ottenuto sommando l’importo in denaro di tutte le transazioni]. Una piccola parte della popolazione entrava a far parte della borghesia capitalista o professionale (ceto medio), mentre l’enorme maggioranza era privata delle precedenti forme di sussistenza (quelle primitive nei paesi neocoloniali e quelle collettive nei primi paesi socialisti) e gettata nell’economia commerciale, nell’economia capitalista, nell’emarginazione sociale, nelle attività criminali o nell’emigrazione. Ma in ogni caso accresceva il PIL del paese e il PIL mondiale.

Proprio a causa della crescita vistosa del PIL dei paesi invasi dai capitali della “comunità internazionale”, in Italia alcuni intellettuali sostengono che la crisi attuale colpisce solo le masse popolari dei paesi imperialisti, cioè dei “vecchi paesi capitalisti”. Quindi non avremmo a che fare con una crisi generale del capitalismo, ma con la crisi del ruolo dominante dei vecchi paesi imperialisti. I capitalisti “indigeni” che sono nati nei paesi invasi dai capitali della “comunità internazionale” (in particolare e come caso esemplare, quelli sorti nella Repubblica Popolare Cinese) starebbero semplicemente prendendo il posto finora occupato dai soci della “Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti”. Anche questa concezione, come quella del “rimedio efficace”, si regge oltre che sulla compiacenza delle classi dominanti (assolve il sistema capitalista e devia verso altri paesi l’indignazione delle masse popolari dei paesi imperialisti), sulla estraneità dei suoi elaboratori al metodo dialettico che insegna a vedere e considerare la concatenazione storica degli eventi e le relazioni che legano tra loro i vari fenomeni. I sostenitori di questa concezione “dimenticano” ad esempio che sono i capitalisti e le autorità della RPC che detengono un tesoro formato da alcune migliaia di miliardi di titoli USA e di conti correnti in dollari (la moneta governata dalla borghesia imperialista USA), non viceversa. Gli stessi “dimenticano” chi detta legge nel mercato finanziario e nell’economia reale mondiale. Essi considerano PRISM, la militarizzazione dello spazio, le guerre stellari, le guerre umanitarie, ecc. al livello dei sotterfugi, dei “peccatucci” e delle scappatelle a cui la prassi della Repubblica Pontificia li ha abituati nel trentennio del capitalismo dal volto umano (1945-1075). “La crisi del capitalismo non è generale, perché altrimenti non sapremmo cosa dire e cosa fare”: a questo in definitiva si riduce la saggezza degli esponenti della sinistra borghese, di cui il prof. Luciano Vasapollo e i suoi soci cantori di ALIAS sono l’ala più sinistra.

Il risultato? Un ammasso di capitale finanziario che spreme l’economia reale …

Per queste vie si è formata nel mondo una massa enorme di capitale finanziario, la borghesia imperialista ha costituito le istituzioni che lo manovrano e alimentano e ha creato e consolidato relazioni nazionali e internazionali conseguenti.

L’insieme delle istituzioni finanziarie, delle banche e dei fondi d’investimento (principalmente americani ed europei, con l’appendice del Giappone e le filiali a Singapore, Hong Kong, Shanghai e nei paradisi fiscali) gestiscono attualmente un ammasso di denaro e titoli finanziari di vario genere ammontante a circa 100 volte il PIL mondiale.(6)

6. Un’avvertenza. Quando il saggio indica con l’indice la luna, lo stupido guarda il dito. Nel ragionamento che segue noi usiamo delle cifre per illustrare il concetto, il messaggio che vogliamo comunicare e sottoporre al giudizio dei lettori. Gli stupidi appunteranno la loro attenzione sulle cifre: quanto sono precise, quanto sono affidabili, ecc. Ai fini del ragionamento qui svolto, della situazione che illustra, delle dinamiche che mette in luce e delle conclusioni a cui porta, ogni cifra citata serve solo per il suo ordine di grandezza: che la popolazione mondiale sia 7 miliardi o 6 oppure 8, non cambierebbero il ragionamento che facciamo e le conclusioni a cui arriviamo. Analogamente nulla cambierebbe se il capitale finanziario mondiale, posseduto dalla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti e associati di altri paese o denominazioni, invece che ammontare a 10 milioni di miliardi di dollari ($), fosse attualmente “solo” di 1 o già di 100 milioni di miliardi, nonostante la vigenza universale della legge per cui la quantità giunta a un certo livello si trasforma in quantità. Ma, dato un individuo che perde uno dopo l’altro i suoi capelli, quanti mai sono i capelli che deve perdere prima di essere calvo?

Il PIL annuo mondiale attualmente ammonta a circa 100 mila miliardi di dollari (ai cambi correnti). Quindi le istituzioni finanziarie e le banche del sistema imperialista mondiale (quindi in definitiva la “Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti”) gestiscono qualcosa come 10 milioni di miliardi di dollari. Essi sono proprietà di alcuni milioni di persone fisiche o giuridiche (che fanno comunque capo a persone fisiche che le amministrano), che costituiscono una rete di istituzioni e centri di potere che si contrappongono l’uno all’altro e contemporaneamente collaborano. Ognuno dei possessori (dei titolari e degli amministratori) considera la sua parte come capitale che vuole e deve valorizzare, quindi complessivamente si tratterebbe di valorizzare 10 milioni di miliardi di dollari. Una massa enorme di capitale finanziario nata dall’economia reale capitalista (ossia dalla struttura della società borghese) e cresciuta fino a gravare su di essa come una sua enorme escrescenza, un tumore, ma inestricabilmente connessa ad essa da innumerevoli canali e persone dalla duplice natura. La sua valorizzazione dà quindi luogo a difficoltà, contrasti, manovre, operazioni, evasioni, reati e disastri di vario genere. La criminalità e la legalità si sostengono e alimentano a vicenda, con grande disperazione di chi vorrebbe ancora separare i due fratelli siamesi.

Ognuno dei possessori di capitale finanziario ogni anno vuole avere 20, 10, non meno di 1 $ per ogni 100 $ del suo capitale finanziario: tanto meglio se riesce ad averne di più e ci sono casi di amministratori che riescono a raddoppiare (o accrescere anche di più) la parte di capitale loro affidato. Se un amministratore di capitale finanziario non procura ogni anno un profitto di quell’ordine di grandezza, si dispera e se è solo amministratore e non anche proprietario, non è escluso che venga sostituito.

La popolazione mondiale attualmente è di circa 7 miliardi di persone, bambini e anziani compresi. La popolazione attiva ammonta a circa 3.5 miliardi (assumiamo una media di popolazione attiva pari al 50% della popolazione totale che comprende anche bambini, anziani, invalidi, parassiti, ricchi e preti: persone che non contribuiscono direttamente al PIL dal lato della sua produzione).

Dall’ammontare del capitale finanziario complessivo risulta che ogni persona attiva dovrebbe valorizzare ogni anno

10.000.000 miliardi ($) / 3.5 miliardi (p) = 2.800.000 ($) di capitale finanziario per lavoratore.

Dall’ammontare del PIL mondiale risulta che ogni persona attiva produce in media per

100.000 miliardi($)/3.5 miliardi(p) = 28.000 ($)/(p) l’anno.

7. Il termine valore è posto tra virgolette, perché va inteso nel senso di equivalente monetario dei beni e dei servizi prodotti, calcolato ai prezzi correnti di ognuno. Quindi è inteso in senso del tutto diverso da quello con cui il termine compare nella dottrina marxista. In questa il valore è una qualità che beni e servizi assumono quando sono prodotti per lo scambio (ossia nell’ambito di una economia mercantile) e valore di scambio è il tempo di lavoro oggettivato (perché socialmente necessario a produrlo) in ogni bene e servizio prodotto per lo scambio.

Supponiamo che tutta la produzione di beni e servizi (tutta l’attività economica dell’umanità di cui il PIL è un indice grossolano ma significativo) sia fatta nell’ambito di aziende capitaliste. Assunzione corrispondente alla realtà solo alla lontana, perché nel mondo esistono ancora in combinazioni concrete tra loro (combinazioni tuttavia certamente  diverse da paese a paese) i vari modi di produzione che l’umanità ha praticato lungo tutta la sua storia. Ma l’assunzione (l’astrazione dai modi di produzione secondari) ci aiuta a mettere in luce il corso principale delle cose che è combinazione, intreccio, interazione e lotta di parti diverse e contraddittorie.

In prima approssimazione (prescindendo ad esempio da imposte, interessi, affitti, ecc.) l’insieme della produzione quanto al suo “valore”,(7) è composta di capitale costante (c) (quello che il capitalista acquista e che deve reintegrare per ripetere la produzione), reddito del lavoratore (salario (v)) e profitto del capitale (pv). Comunque sia distribuito tra le tre parti (c, v, pv), dalla somma di esse gli amministratori del capitale finanziario non potranno mai ricavare tutto quanto necessario a valorizzare tutto il capitale finanziario che amministrano. Essi infatti avrebbero bisogno di ricevere in un anno per ogni persona attiva 560.000 (valorizzazione del capitale finanziario al 20%), 280.000 (valorizzazione al 10%) o almeno 28.000 (valorizzazione allo 1%) dollari. Per valorizzare tutto il capitale finanziario anche solo allo 1% annuo, bisognerebbe annullare la ricostituzione del capitale consumato (c), il salario del proletario (v) e il profitto (pv) del capitalista imprenditore che fa produrre dai proletari nella sua azienda beni o servizi per ricavarne un profitto per il capitale che lui ha investito. È trascurabile in prima istanza che una buona parte o anche tutti i capitalisti imprenditori siano anche proprietari di capitale finanziario, perché ognuno di essi vuole valorizzare sia il suo capitale che ha investito nell’economia reale (la produzione di beni e servizi che fa fare ai proletari nelle sue aziende) sia il suo capitale finanziario (questo capitalista è “due cose in una sola”: “due nature in una sola persona” per prendere in prestito un’espressione dei teologi cristiani).

Gli amministratori del capitale finanziario (che dominano nel mondo e anche in ognuno dei singoli paesi, sia pure in misura differente da un paese all’altro) spremono al massimo, tramite una rete capillare di agenti e canali, diretti e indiretti, l’economia reale per ricavarne denaro che contribuisca alla valorizzazione del capitale finanziario. Dobbiamo sempre tener presente che, quali che siano le chiacchiere sull’importanza delle PMI e sull’esautoramento degli Stati, restano ben fermi due aspetti della situazione:

1. che in ogni paese capitalista le piccole e medie imprese sono dipendenti dalle grandi imprese monopolistiche e dal capitalismo di Stato: sono loro fornitrici o loro clienti, aziende complementari e d’appalto e subappalto (l’indotto) e ne dipendono per i regolamenti, i prestiti, la tecnologia, la commercializzazione, le tariffe dell’energia, dei trasporti, della pubblicità, la legislazione del lavoro e i contratti, ecc.;

2. che in ogni paese capitalista il capitalismo di Stato è più forte che mai (per la massa di forza-lavoro e di acquisti, per gli appalti che amministra, per le spese militari e altri lavori pubblici): solo che nel mondo alcuni Stati sono sottomessi e altri comandano.

Tramite le relazioni realmente derivanti da questo stato delle cose, il capitale finanziario spreme l’economia reale in vari modi, tra cui imposte, tasse e contributi (per pensioni, assicurazioni, ecc.) che le autorità fanno pagare alle imprese o ai lavoratori, commissioni e interessi sui prestiti bancari e simili, rendite sugli immobili e sui terreni, diritti d’esercizio, prezzi monopolistici (imposti dalle grandi aziende e dal capitalismo di Stato) degli acquisti e delle vendite. Tutte voci che entrano nei prezzi di ogni prodotto e fanno sì che essi non abbiano per ogni prodotto (bene o servizio) che una lontana e del tutto indiretta relazione con il valore di scambio del prodotto inteso nell’accezione in cui il termine è usato nella teoria marxista (quantità di tempo di lavoro direttamente o indirettamente [tramite il capitale costante] socialmente necessario per produrlo).

Morale della storia. Il capitale finanziario ha salvato l’economia reale capitalista dalla crisi precoce (stagflazione) in cui era caduta negli anni ’70. Ma oramai la sottopone a una pressione che rende impossibile la sua ordinata riproduzione da un anno all’altro. Rende impossibile la riproduzione semplice (la ripetizione dell’attività economica allo stesso livello dell’anno precedente) e ancora meno possibile la sua riproduzione su scala più larga (con un capitale maggiore e un prodotto maggiore). Infatti

– il capitale investito nell’economia reale è meno liquido (meno facilmente trasformabile in denaro) del capitale finanziario e i rapidi movimenti di questo sconvolgono il sistema monetario e quindi i prezzi delle varie parti del capitale investito nell’economia reale e rendono sempre più incerta ogni previsione;

– le banche non fanno credito alle famiglie e imprese (stretta creditizia) perché il mercato finanziario offre prospettive di profitti maggiori e con scadenze ravvicinate, mentre la solvenza delle aziende è aleatoria (i crediti “in sofferenza” aumentano in ogni banca e ogni tanto bisogna scorporarli dal resto per tenere in vita la banca);

– la speculazione incide sui prezzi delle materie prime e di altri prodotti, ne provoca continue variazioni che poco o nulla hanno a che fare con i problemi dell’economia reale (disponibilità, tecnologia, clima, ecc.);

– i capitalisti smantellano l’apparato produttivo per investire in speculazioni di borsa: rischiose certo, ma “chi non risica non rosica”, tanto più che anche l’economia reale è sempre più sconvolta.

… ma spremere l’economia reale non basta!

L’economia reale, quella che produce beni e servizi, è in larga misura economia commerciale, monetaria e capitalista.  Essa è dunque costretta dalle leggi e dalle relazioni di proprietà e creditizie a contribuire a valorizzare il capitale finanziario pagando ogni anno profitti, interessi sul credito corrente e sul debito pubblico e privato, affitti, imposte e restituendo quote del debito pubblico e privato in scadenza. Il capitale impiegato nella produzione di beni e servizi è schiacciato. Gli operai, in particolare nei paesi imperialisti, sono spremuti (Marchionne ha rubato perfino i dieci minuti di pausa). Le masse popolari sono via via immiserite. Ma non basta. Per quanto forte sia la pressione per spremere l’economia reale, questa non è in grado di dare tutto il denaro necessario a valorizzare tutto il capitale finanziario. Gli amministratori del capitale finanziario ricorrono quindi ad altri mezzi. Cinque sono le vie principali per valorizzare il capitale finanziario:

1. spremere le masse popolari (riducendo salari e pensioni, aumentando tariffe e prezzi),

2. spogliare con procedure legali (fiscali e altre) e illegali (investimenti fallimentari e crolli di borsa) i proprietari di risparmi (il ceto medio),

3. buttare a mare (far fallire) una parte dei possessori (le vittime sacrificali, i calimeri) di capitale finanziario (crolli di borsa, fallimenti),

4. creare nuovo denaro (FED, BCE, le banche centrali di altri paesi imperialisti, Giappone in testa),

5. creare nuovi titoli finanziari (finanza creativa, speculazioni e bolle finanziarie).

Se qualcuno non sta al gioco, bisogna rifare tutto e decidere chi soccombe. A lungo andare … “non preoccupatevi, noi saremo tutti morti”, diceva Keynes ai capitalisti del suo tempo. Ma intanto le masse popolari ci vanno di mezzo, le aziende capitaliste chiudono, riducono o delocalizzano, l’economia reale va a pezzi, la società si disgrega e l’abbrutimento cresce in proporzione inversa allo sviluppo della mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari.

Come saltarci fuori?

Il processo di valorizzazione del capitale finanziario sta in piedi solo finché i paesi che hanno un ruolo rilevante nell’economia mondiale sono governati da autorità ligie alle istituzioni del sistema finanziario mondiale. I paesi che si sottraggono al gioco (dal Venezuela alla Corea del Nord, dall’Argentina alla Siria, da Cuba all’Iran, dalla Libia (la vecchia Libia di Gheddafi) alla Bolivia, ecc.), sono messi al bando della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti come “paesi canaglia”, sono colpiti da sanzioni economiche (commerciali e finanziarie), da manovre di destabilizzazione politica, da aggressioni camuffate da guerre civili (colpi di Stato, rivolte, “rivoluzioni”, ecc.) e da aggressioni aperte da parte degli Stati imperialisti o per l’interposta persona di Stati loro amici e clienti.

Ma questo sistema di dominazione mondiale ha sostanzialmente due punti deboli.

– 1. Le manovre delle istituzioni e dei governi della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti diventano tanto più difficili quanto più il sistema economico del “paese canaglia” è intrecciato con il sistema economico della sopraddetta Comunità Internazionale o anche solo di alcuni dei suoi soci autorevoli (ad esempio per le forniture di materie prime, che non si inventano di colpo e dal nulla). È la circostanza di cui si è giovata la Rivoluzione Bolivariana dopo che la borghesia imperialista USA fallì il colpo di Stato nel 2002 e risultò che per disporre del petrolio venezuelano doveva in qualche modo fare i conti con la presidenza Chavez.

Le loro manovre diventano ancora più difficili se sono il sistema monetario e il sistema finanziario del “paese canaglia” a essere intrecciati con quelli della Comunità Internazionale. La Comunità Internazionale di cui parliamo non è infatti né una divinità né un principio. È una combinazione di uomini e istituzioni uniti dal comune interesse alla stabilità della combinazione di fronte al resto del mondo, ma divisi da interessi particolari perché ognuno deve e vuole valorizzare anzitutto il suo capitale, anche a spese dei suoi soci se necessario.

1. Ogni manovra finanziaria comporta perdenti e vincitori: far fallire uno Stato, per alcuni dei soci della Comunità Internazionale significa perdere i capitali che ha investito in quel paese o che comunque si ritrova ad avere in mano.

2. Per di più ognuno dei soci poggia in definitiva per la sua forza su masse popolari ben definite che deve tenere a bada e di cui deve potersi servire. Senza poter disporre della popolazione americana o peggio ancora avendola contro, la borghesia imperialista USA sarebbe impotente: nonostante l’immagine che ne danno i mezzi di intossicazione dell’opinione pubblica e nonostante l’effettiva arretratezza culturale e morale in cui la borghesia USA costringe (con la cultura che diffonde tra le masse, con l’azione attiva di intossicazione delle coscienze che svolge, con la repressione e il soffocamento dei dissidenti) molta parte della popolazione, le autorità USA hanno sempre avuto grandi difficoltà a mobilitare in guerra la massa della popolazione USA e il ricorso a mercenari stranieri o immigrati ha limiti evidenti. Ripercussioni economiche che sconvolgono l’economia reale del proprio paese provocano reazioni che le rispettive autorità devono essere in grado di prevenire o controllare.

3. Cipro ha dimostrato, benché su scala minuscola (neanche un milione di abitanti), che la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti ha una gran paura che qualche paese non stia più al gioco e si rifiuti di pagare e sottostare alle sentenze a cui i caporioni sono arrivati e che aggravi per questa via i contrasti tra loro, che la sua cattiva condotta incoraggi altri e generi un catastrofico effetto domino. Se qualcuno dei paesi soci non stesse al gioco, tutta la baracca finanziaria mondiale sarebbe sottoposta a scombussolamenti ancora più gravi, perché aumenterebbero i fallimenti di istituzioni finanziarie e di banche e nessuno vuole essere lui a fallire. Fin che possono si tengono in piedi e fanno fallire i calimeri (i Lehman Brothers) della situazione.

Questo ci dice chiaramente che un governo italiano (come il Governo di Blocco Popolare, per l’illustrazione del quale rimandiamo all’Avviso ai Naviganti 7 del 16 marzo 2012, disponibile sul sito nel (n)PCI http://www.nuovopci.it/dfa/avvnav07.htm) non succube della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti, avrebbe in mano armi potenti nella sua lotta contro quella Comunità Internazionale proprio grazie all’intreccio tra il sistema monetario e finanziario internazionale e quello nazionale. Potrebbe avvalersi del principio del combattimento ravvicinato, corpo a corpo, che annulla il vantaggio di chi possiede armi di distruzione di massa.(8) Il grande debito del nostro paese e il fitto intreccio di interessi creati dall’UE e dall’euro (e nella composizione di questo intreccio ha un suo ruolo importante anche la Corte Pontificia con la sua Chiesa Cattolica) sono un fattore di forza per un governo italiano deciso a imporre la sua volontà di fronte alla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti e far valere i suoi interessi, a condizione che sia in grado di resistere alle manovre di destabilizzazione interna di cui certamente diventerebbe bersaglio. Come ad esempio non lo fu il governo della banda Berlusconi nell’autunno 2011. Proprio il bisogno di un saldo fronte interno fa sì che solo un governo poggiante sulle masse popolari organizzate (cioè un governo d’emergenza delle masse popolari organizzate) sarebbe capace di condurre con successo quella lotta.

– 2. L’efficacia delle manovre di destabilizzazione politica e di sanzione commerciale dipende dal sistema politico e sociale del paese che ne è bersaglio. I primi paesi socialisti hanno mostrato di quanta resistenza a sanzioni e destabilizzazioni erano capaci fin quando sono stati diretti da partiti comunisti all’altezza del loro ruolo. Cuba è un esempio luminoso: la borghesia imperialista USA non è riuscita a piegarla, al punto che il blocco economico di Cuba si è rivolto contro la borghesia imperialista USA e Cuba è diventata anche per altri paesi un esempio che non sottostare alla borghesia imperialista USA è possibile. Lo è già stata per il Venezuela e per altri paesi dell’America Latina.

8. Di converso è facile capire che le proposte di creare nuove comunità monetarie e finanziarie come l’area ALIAS dei PIIGS sostenuta dal prof. Luciano Vasapollo (vedi Il risveglio dei maiali, Jaca Book 2012) e da Rete dei Comunisti o di ristabilire l’autonomia monetaria nazionale (come sostenuto dal Movimento Popolare di Liberazione – MPL) sono dettate dall’illusione che la crisi attuale sia una crisi causata dal disordine del mondo finanziario o dalla cattiva gestione del sistema monetario, per cui basterebbe isolarsi il più possibile da essi, anche consensualmente. Infatti l’autonomia della nuova area monetaria e finanziaria (nazionale o internazionale che fosse) anche supponendo che nascesse grazie alla formazione di un qualche governo canaglia della disperazione (del tipo di quello cui allude in questi giorni Berlusconi), non porrebbe fine alla crisi dell’economia reale capitalista, sarebbe soggetta alle costrizioni imposte dai più forti sistemi monetari e finanziari del dollaro e dell’euro e nascerebbe gravata dalle condizioni imposte da questi per una separazione consensuale. L’unico vantaggio che comporterebbe per il nostro paese un’area monetaria e finanziaria indipendente dal sistema dell’euro, sarebbe quello di ristabilire la possibilità di svalutare la nuova moneta rispetto all’euro e al dollaro, cioè di accrescere la competitività delle merci prodotte in Italia rispetto a quelle di altri paesi e quindi lanciarci in una guerra commerciale (il cui esito dipenderebbe da quello che farebbero i concorrenti dei capitalisti italiani). In sostanza si tratta di proposte basate su una alleanza interclassista e sulla competizione internazionale: “il programma dei Marchionne sia pure adottato e gestito dai Landini”.

Sarebbero le masse popolari organizzate del nostro solo paese, cioè senza una simultanea rivoluzione in molti altri paesi, in grado di far fronte alle reazioni furiose e indignate della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti appoggiate dall’interno del paese dai vertici della Repubblica Pontificia?

Questo è il punto decisivo per stabilire se il piano di sviluppo che noi comunisti proponiamo e attuiamo, la linea della costituzione del GBP, è realistico. È il punto che lo distingue dai piani campati in aria (l’area ALIAS dei PIIGS) o avventuristi (tipo l’uscita contrattata dal sistema dell’euro) proposti da persone e gruppi benintenzionati ma che ignorano, non hanno mai capito o nascondono (e comunque non tengono conto nell’elaborazione dei loro piani) che la storia che stiamo facendo è storia di lotta tra classi, che attraversa ogni paese.

La soluzione della crisi che affligge le masse popolari italiane e quelle di tutti gli altri paesi in definitiva sta nel superamento dell’economia capitalista, nel superamento dell’economia monetaria, nel superamento dell’economia commerciale, cioè nell’instaurazione del socialismo: la crisi attuale è strutturale e generale. Quello che cambia da paese a paese è la via per arrivarci, cioè le condizioni e le forme della rivoluzione socialista e della lotta di classe.

Nel nostro paese la via è quella della costituzione del governo d’emergenza delle masse popolari organizzate, il  Governo di Blocco Popolare. Questo nel nostro paese è il primo passo verso l’instaurazione del socialismo. Le masse popolari organizzate sono senza alcun dubbio capaci di far fronte con successo a ogni manovra di destabilizzazione

– sia facendo leva sulle relazioni interne loro proprie,

– sia portando la guerra in campo nemico, facendo cioè leva sulle masse popolari dei paesi su cui poggiano le potenze che manovrano e aggrediscono, masse popolari che hanno problemi analoghi a quelli delle masse popolari italiane,

– sia facendo leva sui contrasti di interessi tra i gruppi imperialisti della Comunità Internazionale.

Le masse popolari organizzate possono senza dubbio adempiere con successo a questo compito. Quindi il compito di noi comunisti sta nel promuovere la mobilitazione e l’organizzazione delle masse popolari. Impresa che però non compiremo principalmente predicando genericamente alle masse popolari di organizzarsi per costituire il GBP e instaurare il socialismo, ossia facendo principalmente leva sulla concezione comunista del mondo che le masse popolari non hanno ancora assimilato in massa né possono assimilare in massa nelle condizioni a cui oggi la borghesia e il clero le costringono. La compiremo (possiamo e dobbiamo compierla) principalmente mobilitando in ogni ambiente la sinistra a promuovere rimedi, sia pure (per loro natura e per il contesto in cui sorgono) precari, parziali e provvisori, ai mali causati dalla crisi del capitalismo e dalle manovre a cui la borghesia e il clero fanno ricorso per perpetuare il loro sistema di relazioni sociali nonostante la crisi del capitalismo e facendo al meglio delle nostre capacità di ogni iniziativa una scuola di comunismo.

I rimedi parziali, provvisori e d’emergenza e il contesto politico ad essi necessario.

Quanto più la crisi del capitalismo si aggrava con il suo carico di distruzione, di abbrutimento, di miseria, di morte e di guerra, tanto più impellente diventa il compito di trovare a tutti i costi rimedi anche solo provvisori e d’emergenza almeno agli effetti più gravi della crisi: assicurare i beni e i servizi necessari per una vita dignitosa anche a quella parte della popolazione che ne è privata; fare in modo che ogni adulto possa svolgere un lavoro utile e dignitoso e che ogni individuo possa partecipare al meglio delle sue attuali capacità alla vita sociale, cioè alla lotta per trasformare la società; riconvertire le aziende inquinanti a una produzione utile e salubre; tenere aperte le aziende che i capitalisti vogliono chiudere, delocalizzare o ridurre e riaprire quelle che hanno già chiuso; indurre l’Amministrazione Pubblica e le aziende capitaliste ad estendere il loro campo di attività; creare le nuove aziende necessarie a salvaguardare il territorio dalle devastazione, dal saccheggio e dall’inquinamento e a fornire alla popolazione tutti i servizi utili a una vita civile.

Oggi la direzione generale del nostro paese è nelle mani di un governo della borghesia e del clero che non vi provvede, anzi spreme la massa della popolazione, emargina una parte della popolazione dalla vita sociale e saccheggia il paese a beneficio dei re della finanza e degli speculatori, italiani e del resto del mondo.

Le masse popolari devono e possono provvedere direttamente, anche se dato lo stato da cui partono inizierebbero in ordine sparso e con iniziative per lo più piccole. Ma vi possono provvedere se si lanciano in avanti con forza e generosità dovunque la mobilitazione e l’organizzazione delle masse popolari sono già sufficienti per farlo, e si organizzano dove non lo sono ancora in misura sufficiente. Devono però fare questo non creando nicchie e cercando soluzioni “fai da te” di fronte alla crisi del capitalismo. Nicchie e soluzioni “fai da te” non reggerebbero a lungo di fronte all’aggravarsi della crisi del capitalismo e frazionerebbero le masse popolari in parti contrapposte l’una all’altra, indebolendole tutte di fronte alla borghesia e al clero. Lo devono fare moltiplicando, anche tramite la lotta per costruire rimedi provvisori, il numero delle OO e OP, accrescendo il loro coordinamento territoriale e tematico, rafforzando e concretizzando la loro determinazione a costituire un loro governo d’emergenza, il Governo di Blocco Popolare che operi in tutto il paese secondo il programma delle Sei Misure Generali e collabori con gli altri paesi a porre fine alla crisi generale. Non costruire nicchie illusi di sottrarsi alla crisi del capitalismo, ma costruire ogni iniziativa come uno strumento di guerra (al modo di casamatta, di gruppo di combattimento, ecc.), che moltiplicandosi e coordinandosi portano la guerra delle masse popolari contro la borghesia e il clero a un livello superiore.

Le elezioni del 24 e 25 febbraio hanno creato una situazione più favorevole all’attuazione di questo piano di lotta e di sviluppo. Esse hanno portato sulla scena politica italiana il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e lo hanno messo in una posizione tale per cui o si mette alla testa di un Comitato di Salvezza Nazionale (che a differenza del GBP i suoi promotori possono costituire anche solo per loro decisione) accelerando così il nostro piano o diventa la foglia di fico che dovrebbe coprire le vergogne della Repubblica Pontificia in modo più efficace di quanto lo possa ancora fare la banda Berlusconi. Ma con la differenza che il M5S e Beppe Grillo hanno un retroterra del tutto diverso da quello della banda Berlusconi, hanno raccolto consensi e voti facendo leva sull’indignazione delle masse popolari di fronte agli effetti della crisi del capitalismo e difficilmente potrebbero essere utilizzarli per eluderla. Comunque le elezioni del 24 e 25 febbraio hanno posto all’ordine del giorno la formazione di un CSN e anche se questo non sarà formato hanno fatto fare un passo avanti all’attuazione del nostro piano. Se Beppe Grillo e il suo M5S lo costituiranno, l’attuazione del nostro piano di lotta e di sviluppo procederà molto più celermente. Se non lo costituiranno, sia pure più lentamente lo attueremo comunque, perché nelle circostanze è l’unico piano realistico che fa fronte ai problemi immediati creando nello stesso tempo le condizioni per la soluzione di prospettiva, il socialismo.

Esaminiamo quindi come superare uno degli ostacoli maggiori che le OO e OP incontrano ad attuarlo: dove trovare i soldi per finanziare le loro iniziative per forza di cose parziali, transitorie e precarie?

Consideriamo un caso piccolo ma esemplare. I Disoccupati Organizzati di Cecina (Livorno) il 15 febbraio scorso hanno fatto uno “sciopero alla rovescia”: la manutenzione del muro della villa comunale Guerrazzi (l’Amministrazione Comunale la lascia andare in rovina). Su La Nazione del 16 febbraio raccontano che avevano portato gli arnesi ma non hanno potuto riparare il muro, perché non avevano i soldi per comperare la calce. Per di più, aggiungiamo noi, lo sciopero alla rovescia si fa per dimostrare che il lavoro da fare c’è; ma anche negli scioperi alla rovescia il lavoro deve poi essere pagato: solo i ricchi possono lavorare gratis (perché altri lavorano per loro). Se non si provvede a questo, la forma di lotta non può svilupparsi su larga scala.

Il 15 febbraio si è posto ai Disoccupati Organizzati di Cecina il problema che si pone e si porrà ogni volta che in un paese ancora basato su un’economia mercantile monetaria le masse popolari organizzate si lanceranno in un’iniziativa, piccola o grande che sia: dove trovare i soldi per comperare attrezzi e materie prime e pagare i salari? Ne abbiamo trattato in esteso nel Comunicato CC n. 34/2012 del 27.09.2012 disponibile sul sito del (n)PCI – http://www.nuovopci.it/voce/comunicati/com2012/com.12.09.27.html . La risposta è semplice: bisogna obbligare le banche a finanziare ogni attività utile e dignitosa decisa dalle masse popolari organizzate!

Se i Disoccupati Organizzati di Cecina e i loro sostenitori avessero preso di forza la calce e quant’altro necessario in un supermercato o in un deposito, certamente a molti la cosa sarebbe sembrata giusta. Obbligare una banca ad aprire un credito con cui comperare quanto necessario e pagare il lavoro fatto, è in sostanza la stessa cosa: la differenza sta nell’aria di sacro e nel presidio di polizia che proteggono le banche più dei supermercati e dei depositi di materiali. Quindi è solo una questione di abitudine (di mentalità) e di rapporti di forza. Bisogna semplicemente superare in noi la prima e trasformare i rapporti di forza con la mobilitazione delle masse popolari come si fa in ogni lotta immediata.

Per tenere aperte le aziende che i capitalisti vogliono chiudere, delocalizzare o ridurre, per riaprire quelle che hanno chiuso, per crearne di nuove, occorre indurre con le buone o le cattive le banche ad aprire il credito necessario a pagare fornitori e salari. Bisogna imporre alle banche di fare ad ogni azienda crediti in euro secondo le esigenze della produzione aziendale, delle dimensioni necessarie per finanziare acquisti e salari: cosa che gli operai organizzati (e le masse popolari organizzate) possono imporre direttamente ai dirigenti delle banche facendo leva anche sugli impiegati bancari e che il GBP (quando sarà costituito) imporrà anche per legge, come funzione universale delle banche.

Da quando il 15 agosto del 1971 il Governo Federale USA (presidente R. Nixon) ha unilateralmente stracciato l’Accordo di Bretton Woods (1944),(**) il denaro non è più costituito né direttamente né indirettamente (tramite banconote convertibili – cioè che rappresentano ognuna una quantità fissa di un bene di cui il possessore della banconota può venire in possesso presentando la banconota a chi l’ha emessa) da un bene-merce particolare (oro, argento, ecc.). Quindi da più di 40 anni il denaro sia nei singoli paesi sia internazionalmente è solo credito bancario: credito fatto dalle singole banche e dalle banche centrali.

(**) Il pilastro dell’Accordo di Bretton Woods era l’intesa che il governo USA si impegnava a cambiare in oro ogni dollaro (banconota o scrittura bancaria) al cambio fisso di 36$ = 1 oncia (31.1grammi) d’oro ad ogni richiesta delle Banche Centrali degli altri paesi aderenti (ma non del pubblico) e che queste si impegnavano a cambiare ognuna, su richiesta del pubblico, in dollari (banconote o scritture bancarie) la propria moneta a un cambio stabile ma rivedibile, fissato di comune accordo nell’ambito del FMI e della Banca Mondiale.

Nel 1971 gli USA, che a partire dal 1944 grazie all’Accordo avevano creato l’enorme quantità di dollari necessaria per sottomettere finanziariamente, economicamente e politicamente il resto del mondo e dissuaso le banche centrali dal chiederne il cambio in oro, annunciarono unilateralmente che non avrebbero più cambiato i dollari in oro (al cambio fisso di 1 oncia (31.1grammi) d’oro ogni 36$) neanche alle banche centrali dei paesi aderenti all’Accordo. L’oro diventava quindi una merce come ogni altra, il cui prezzo in dollari (e in altre monete) variava secondo il mercato: non esistevano più banconote e scritture bancarie convertibili, tutte le banconote e le scritture bancarie erano basate sulla fiducia.

Il credito è però sostanzialmente una relazione di fiducia. Le masse popolare organizzate possono avere credito per due vie principali.

1. Facendosi fiducia (credito) reciprocamente, accordandosi tra loro per la produzione e la distribuzione dei prodotti (beni e servizi) tramite loro proprie istituzioni (accordi, casse di mutuo soccorso, banche etiche, camere di compensazione analoghe alle banche del tempo, ecc.): cioè superando le relazioni proprie, specifiche dell’economia mercantile. Sarà la via maestra della fase socialista della nostra storia futura. Richiede principalmente una rete diffusa di OO e OP forti e ben coordinate e di alto livello ideologico e politico.

2. Obbligando le istituzioni attualmente, nella società borghese, preposte all’erogazione del credito (le banche) a fare credito alle aziende (a quelle ancora capitaliste, a quelle dei lavoratori autonomi e a quelle promosse da OO e OP).

Finché esistono le banche (ed esisteranno finché non avremo instaurato il socialismo e poi abolito l’economia monetaria e mercantile), bisogna obbligarle a fare il credito necessario alle attività decise dalle masse popolari organizzate. Su questa base, sia detto qui per inciso, le OO e OP costituiranno anche un ampio fronte di alleanze di classe contro i re della banca e della finanza, gli speculatori e le loro autorità politiche.

Occupiamoci quindi qui di seguito di quello che le masse popolari organizzate devono far fare alle banche e come possono imporre ad esse di fare il credito che attualmente non fanno non per ignoranza ma per ben definite ragioni.

Il funzionamento delle banche in Italia avviene secondo leggi, regolamenti, procedure e prassi abituali, cioè accettate e condivise dalla comunità dei banchieri, dei finanzieri, dei ricchi e dei dirigenti delle istituzioni bancarie, finanziarie e politiche italiane e della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti. Ma le banche vi si attengono finché chi le dirige vi si attiene. Già correntemente molti dirigenti si permettono varie libertà. Il caso più recente è quello del Monte dei Paschi di Siena che si è trovato allo scoperto di alcuni miliardi di euro per iniziative che i suoi dirigenti hanno preso forzando (diciamo eufemisticamente) leggi, regolamenti e prassi abituali. Ma è solo un caso tra tanti.

Certo in questi casi i dirigenti hanno violato leggi e regolamenti e forzato abitudini per fare profitti, ognuno spinto dall’avidità di accumulare denaro: cosa che gli altri loro colleghi italiani e del resto del mondo “capiscono”, “comprendono” e cercano di imitare quando hanno le condizioni adatte.

L’iniziativa degli operai e delle masse popolari organizzate che forza le agenzie bancarie a fare crediti, introdurrà invece la violazione e la forzatura di leggi, regolamenti e prassi abituali, per esigenze della produzione di beni e servizi. Sarà quindi un’operazione di forza e conflittuale compiuta dalle classi a cui i signori del sistema imperialista non concedono di farne di violazioni e forzature di quel genere. Ma per gli operai e le masse popolari meglio questo conflitto con i signori del sistema imperialista e i loro portavoce e agenti, che la miseria, la precarietà, le proteste autolesioniste e per lo più inefficaci.

In sintesi, gli operai e la masse popolari organizzate con la loro azione di forza imporranno ai banchieri la preminenza della produzione di beni e servizi sull’accumulazione di denaro, di titoli di credito e di capitale (accumulazione la cui completa eliminazione non può essere immediata neanche appena avremo costituito il GBP: sarà uno degli aspetti della lotta con cui andremo verso l’instaurazione del socialismo). Questa violenza, questa lesione alla libertà di banchieri, finanzieri, speculatori e dirigenti delle istituzioni del sistema imperialista mondiale, questa intrusione degli operai e delle masse popolari organizzati nel loro monopolio, sconvolgerà il loro mondo e susciterà le loro reazioni furiose e indignate: anzitutto delle istituzioni della Repubblica Pontificia, in seconda istanza delle istituzioni della Comunità Internazionale.

Come far fronte a queste reazioni furiose?

Esaminiamo il problema con cura maggiore di quanto fatto nelle pagine precedenti.

In primo luogo le masse popolari dovranno far fronte alle istituzioni della Repubblica Pontificia. Possono e devono farci fronte come vi fanno fronte quando occupano un’azienda, fanno una “spesa proletaria”, non pagano biglietti e tickets, violano altre leggi, regolamenti e ordini delle autorità della Repubblica Pontificia. Di fatto aumenteranno l’ingovernabilità del paese da parte del governo della Repubblica Pontificia. Sarà una delle vie (tra le otto indicate nell’Avviso ai Naviganti 7 già citato) con cui la faranno crescere fino a far ingoiare ai vertici della Repubblica Pontificia la costituzione del GBP: che beninteso la ingoieranno come soluzione provvisoria, per guadagnare tempo, recuperare forze e ritornare padroni della situazione.

In secondo luogo le masse popolari dovranno far fronte alle istituzioni della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti. Ma farci fronte non è impossibile. Vediamo tre terreni su cui possiamo manovrare.

– 1. Loro minacceranno di tagliare i rapporti con le banche italiane che concedono crediti alle masse popolari organizzate. Ma queste banche sono legate a tutto il sistema delle istituzioni bancarie e finanziarie della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti da una fitta rete di relazioni d’affari correnti e di manovre, da migliaia di relazioni di debito e credito che si materializzano in titoli finanziari del debito pubblico e del debito privato che insieme ammontano a molte migliaia di miliardi di euro, una parte importante del “mercato finanziario” mondiale. In una delle sue imprese, Monte dei Paschi di Siena era connessa alle banche giapponesi (banca Nomura) e tedesche (Deutsche Bank) dai titoli Santorini e Alexandria: ed è solo un piccolo spiraglio sulla realtà della rete fitta e complicata di interessi, affari e truffe che lega ogni banca italiana al sistema bancario e finanziario internazionale. Rompere i rapporti con le banche italiane vorrebbe dire per le istituzioni bancarie e finanziarie della Comunità Internazionale rinunciare ai crediti che ognuna di esse e alcuni loro clienti vantano verso le banche italiane e ridurre a carta straccia titoli per varie migliaia di miliardi di euro dello Stato e delle aziende italiane. Hanno più da perdere che da guadagnare.

La banca che ha concesso e concede crediti sotto la pressione delle masse popolari, sarà sottoposta a pressioni come lo sono oggi per il loro Debito Pubblico gli Stati più deboli. Ma dichiararla fallita, sarà per i signori del sistema imperialista europeo e americano un problema come lo è far fallire uno Stato che non obbedisce alle loro ingiunzioni (vedasi i casi Islanda, Argentina, Stati dell’ALBA, ecc.). Di inviare le cannoniere a minacciare i debitori (come, quando la prima ondata della rivoluzione proletaria non aveva ancora cambiato il mondo, facevano regolarmente i governi delle grandi potenze – Gran Bretagna, Francia, Germania, USA e altri) non è il caso e far fallire una banca che è pur sempre un grande debitore, è un problema per i suoi creditori. Tanto più che perfino le banche centrali (la FED, la BCE, le banche centrali di Pechino, di Londra, del Brasile, dell’Inghilterra, del Giappone (BOJ), ecc.) litigano già tra loro sulla quantità di credito che ognuna di esse e le banche su cui “vigilano” concedono e sul controllo sulle altre banche e istituzioni finanziarie, al punto che neanche tramite la Banca dei Regolamenti Internazioni (BRI – Basilea) riescono più a mettersi d’accordo. In conclusione hanno più loro da perdere a rompere con il sistema bancario italiano che noi da temere da loro: loro perderebbero tutto quello che pretendono da noi e dovrebbero mettersi d’accordo tra loro a farlo perdere ad alcuni di loro e anche ad alcuni loro clienti direttamente e personalmente coinvolti; noi dovremmo ricorrere di più a relazioni interne (di cui abbiamo detto sopra) e a relazioni internazionali (ne trattiamo di seguito) che prescindono dai rapporti con le istituzioni bancarie e finanziarie della Comunità Internazionale. E questa stessa sarà complessivamente messa in difficoltà dalle nostre manovre: queste mettono in tensione la sovrastruttura finanziaria e quando questa si sbriciola, riemerge il vecchio capitalismo in crisi fatto di aziende che producono merci, ma ora nel contesto di dipendenza reciproca a livello nazionale e internazionale oramai creato dalla sovrastruttura finanziaria mondiale che è una novità storica.

Ecco, ed è un codicillo, perché sarebbe una sciocchezza uscire noi ora dal sistema monetario dell’euro (per di più contrattando con loro la nostra uscita per creare l’ALIAS con gli altri PIIGS o ricostituire la lira), dato che basta che prendiamo l’iniziativa di manovrare noi secondo i nostri interessi nel sistema dell’euro per trasformare il sistema monetario dell’euro in una trappola a nostro favore per i signori del sistema imperialista europeo, americano e sionista, in una tela di ragno che li avviluppa! In realtà non abbiamo bisogno di un altro sistema monetario: abbiamo bisogno di un governo d’emergenza delle masse popolari organizzate (OO e OP), il GBP che ha come suo programma le Sei Misure Generali di cui si tratta in dettaglio nell’Avviso ai Naviganti 7 già citato.

– 2. Inoltre, ed è il nostro secondo terreno di manovra, gli operai e le masse popolari italiani organizzati che prenderanno in mano la gestione della loro azienda (e il GBP quando sarà costituito) potranno e dovranno regolare una serie di questioni internazionali con tutti i paesi, anche con quelli che con la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti hanno un contenzioso aperto: dalla Repubblica Popolare Cinese, alla Russia, all’Iran, ai paesi sudamericani di ALBA e altri. Le potranno regolare sulla base di accordi di scambio, collaborazione e solidarietà con le aziende, gli enti e le istituzioni degli altri paesi disposti a farlo (è la sesta delle Sei Misure Generali).

Se al comando delle relazioni internazionali ci sono i rapporti di credito e debito, quindi l’accumulazione di denaro, di titoli finanziari e di capitale, le relazioni tra paesi per forza di cose sono relazioni di guerra, quelle che Marchionne ingenuamente ha proclamato ad alta voce. Sono relazioni di concorrenza e di competizione: o relazioni di sfruttamento e di oppressione o relazioni di soggezione (o dominare o essere dominati).

Se al comando delle relazioni internazionali c’è la produzione di beni e servizi, si tratta di stabilire tra paesi e istituzioni accordi e regolamenti che consentano a tutti di produrre i beni e i servizi nella quantità di cui sono capaci e di scambiarli in cambio della quantità di cui hanno bisogno per una vita dignitosa secondo i migliori standard di civiltà che la specie umana ha raggiunto.

Al livello raggiunto oggi dalle forze produttive, di beni e servizi se ne possono produrre per tutti: è possibile produrre quantità praticamente illimitate di beni e servizi. È il sistema di relazioni sociali borghesi che ne limita la quantità, ne deteriora la qualità, fa di essi una minaccia per gli uomini e l’ambiente. In questi ultimi decenni la specie umana ha vinto la lotta che per millenni gli uomini hanno condotto contro il resto della natura per strapparle quanto necessario per sopravvivere e progredire. Questa lotta ha condizionato la specie umana lungo tutti i millenni della sua esistenza: ha determinato la sua divisione in classi sociali e la lotta tra di esse, la successione dei vari modi di produzione. Questa lotta è oramai storicamente superata: cioè la specie umana possiede i mezzi e le conoscenze necessarie per produrre quantità illimitate di beni e servizi. L’insufficienza della produzione, dove sussiste è dettata solo da questioni inerenti l’organizzazione sociale della specie umana stessa (la sopravvivenza della divisione in classi sociali e quindi la lotta di classe, il modo di produzione capitalista che subordina produzione e distribuzione di beni e servizi al profitto del capitalista, i sistemi di relazioni sociali e il sistema di relazioni internazionali fondati sul sistema di produzione capitalista). Ci sono quindi ampi margini per creare relazioni internazionali di scambio, collaborazione e solidarietà con i paesi oppressi dalla Comunità Internazionale e le loro aziende e associazioni, con i paesi che hanno contenziosi aperti con la CI, con le aziende e le associazioni degli stessi paesi della CI.

– 3. Infine, abbiamo un terzo terreno di manovra ed è il terreno decisivo. Banchieri, finanzieri, speculatori e uomini politici delle istituzioni politiche, bancarie e finanziarie del sistema imperialista mondiale non sono entità astratte, hanno nomi, cognomi e sedi, hanno molto da perdere e hanno in ogni paese nemici numerosi: “il 99%”. Dovremo imparare ad allearci con questa maggioranza schiacciante, a mobilitarla per risolvere i propri problemi. Cosa non scontata, non facile, ma possibile. Perché tutti i paesi imperialisti sono sconvolti dalla crisi del capitalismo (la crisi del capitalismo è generale) e in ogni paese le masse popolari sono alla ricerca di una soluzione che la borghesia imperialista non è in grado di fornire (la crisi del capitalismo è finanziaria ma anche strutturale). Il primo paese che romperà le catene del sistema imperialista mondiale, mostrerà la strada anche alle masse popolari degli altri paesi, analogamente a come all’inizio del XX secolo la vittoria della rivoluzione socialista in un paese decise del corso delle cose in tutto il mondo, proprio perché per sua natura la rivoluzione socialista è la rivoluzione di cui hanno bisogno le masse popolari di tutto il mondo. La risposta che darà alla crisi del capitalismo il primo paese imperialista che imboccherà la via della rivoluzione socialista è per sua natura contagiosa e la rivoluzione socialista che si sviluppa nei singoli paesi imperialisti è l’unica sicura misura di prevenzione della guerra tra essi.

Abbiamo quindi tre ampi terreni di manovra, che si aggiungono alla trasformazione delle relazioni interne (superamento delle relazioni commerciali) che rendono possibile, praticabile, realistico il piano di sviluppo che noi comunisti proponiamo a pratichiamo. A quanti fanno obiezioni chiediamo, e operai avanzati ed elementi avanzati delle masse popolari devono chiedere, di esporre analiticamente e dettagliatamente le loro obiezioni al nostro piano di sviluppo e di mostrare le condizioni che renderebbero possibile e di prospettiva (e di quale prospettiva) i loro piani. Basta con le nebbie con cui avvolgono piani e progetti buttati sul tavolo alla rinfusa e argomentati con mille parole ma nessun argomento serio. Rovesciamo questo tavolo di chiacchiere e di carte! Vediamo cosa hanno di serio e di prospettiva!

Conclusioni

Da quanto fin qui detto emerge che le masse popolari organizzate (quindi le masse popolari in misura però tanto maggiore quanto maggiore è il loro livello d’organizzazione) sono in grado di imboccare una strada che le libera dal capitalismo e dalla sua crisi finanziaria e strutturale. Per imboccarla hanno bisogno di un centro di mobilitazione abbastanza autorevole perché ognuno che è disposto a battersi, abbia la ragionevole certezza che il suo sforzo sarà reso efficace dalla sua combinazione con lo sforzo di altri. Il Comitato di Salvezza Nazionale e i Comitati di Salvezza Nazionale a livello locale costituiscono questo centro autorevole.

Viceversa la borghesia e il clero non solo non possono porre fine alla crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale (per questo dell’origine e della causa di questa, ossia della crisi strutturale del capitalismo, qui non trattiamo in dettaglio, ma rimandiamo all’Avviso ai Naviganti 8 già citato), ma non sono in grado neanche di regolamentare nuovamente il capitale finanziario, di ritornare a una situazione sostanzialmente analoga a quella da cui è partita la nostra “ricostruzione sintetica”, di porre fine alla crisi finanziaria.

Vediamone ora, a conclusione di questo scritto, le ragioni di questa loro impotenza.

Tutti i membri della borghesia imperialista e i loro dintorni sono coinvolti nella speculazione: si distinguono solo in ogni momento tra vincenti che hanno accumulato fortune e perdenti che sono rimasti con crediti (titoli finanziari) inesigibili, con titoli che diventano denaro solo vendendoli a prezzi stracciati: a quelli che contano di guadagnarci sopra, subito o domani o dopodomani, a quelli che contano di rifilarli alle Banche Centrali o ai Tesori statali in qualcuno dei salvataggi che reclamano a gran voce “per uscire dalla crisi”, “per salvare l’economia dalla crisi”. Infatti il gioco della speculazione continua. Nonostante la crisi, ogni giorno nelle Borse si fanno scambi per decine e decine di miliardi di euro.

Nessuna Autorità del regime riesce a calmare i suoi soci e complici. Il gioco è scappato di mano. Si sono ingolfati in una guerra da cui non riescono più a uscire, perché in ogni momento, qualcuno che ha investito miliardi li perderebbe se il gioco si fermasse in quel momento. Ognuno degli speculatori vuole che il gioco si fermi quando lui ha guadagnato quanto sperava. Ma in quel momento altri perdono e non possono accettare che il gioco si fermi. Quando un borghese, un’Autorità, un prelato grida che il gioco deve fermarsi, i suoi soci sghignazzano: sanno bene che grida perché in quel momento ha in mano il bottino. Chi predica la ragionevolezza, la predica agli altri. Come in guerra chi predica la resa. Papa Ratzinger andava in giro fustigando il “desiderio smodato di denaro” delle sue pecorelle e da marzo 2013, quando ne ha preso il posto, papa Bergoglio cerca di farlo con maggiore credito e seguito: ma chiedetegli conto dello IOR e dei tesori del Vaticano, delle sue congregazioni religiose e dei suoi istituti! Neanche l’IMU vogliono pagare!

Finché gli speculatori condurranno il gioco, il gioco non si fermerà, continuerà ad allargarsi, il capitale finanziario continuerà a crescere e produrrà danni maggiori!

L’economia reale i capitalisti l’hanno finora tenuta in piedi proprio grazie alla speculazione e alla guerra (al riarmo). Per fermare il gioco, bisogna togliere ai capitalisti anche l’economia reale e abolire il capitalismo! Le misure contro il capitale finanziario promosse dalle OO e OP e dal loro GBP sono realistiche e attuabili perché sono misure di guerra!

Le banche hanno stretto il credito, le banche e le Borse non cambiano in denaro i titoli finanziari a chi ha bisogno di denaro per acquistare beni e servizi, per investimenti, come circolante, per il consumo. Le Autorità del sistema imperialista spalleggiano i banchieri anziché o obbligarli a svolgere il loro compito o nazionalizzare le banche senza indennizzi e assumerne la gestione, prendere il loro posto.

Il rimedio alla stretta del credito e alla mancanza di liquidità apparentemente è semplice: nazionalizzare senza indennizzo le banche ed esercitare direttamente il credito. Ma è un rimedio che i capitalisti non possono prendere. Perché? Il rimedio è semplice e pare cosa di buon senso. Ma provate a immaginare una così semplice misura presa dalle Autorità attuali: ricchi tra i ricchi, speculatori tra gli speculatori, gente di casa con banchieri, prelati, generali, alti funzionari, ricchi e notabili. Sarebbe peggio che affidare Alitalia a Colaninno, che quando faceva il “capitano coraggioso” spalleggiato da D’Alema si è fatto una fortuna con Telecom Italia (l’ex SIP, prima manipolata da De Benedetti e poi passata a Tronchetti Provera)!

Chi dovrebbe nazionalizzare senza indennizzo le banche? Chi dovrebbe espropriarle? Chi dirigerebbe le banche espropriate senza indennizzo – sarebbero peggio dei beni espropriati ai mafiosi nelle zone controllate dalla mafia, su cui solo i mafiosi e i loro amici e complici possono mettere mano! A chi farebbero credito i nuovi banchieri? Chi si rassegnerebbe a perdere senza indennizzo le sue ricchezze cui è attaccato più che alla propria vita e ai suoi cari?

Indennizzarli, allora? Se si trattasse solo di dar da vivere dignitosamente a qualche centinaia di migliaia di ex speculatori, banchieri, generali, prelati, notabili e ricchi, potrebbe sembrare ingiusto, ma tuttavia perfino una misura di buon senso, pur di uscire dalla crisi attuale ed evitare quello che essa ci prepara. Ma stiamo parlando di cifre di altro ordine di grandezza di quelle necessarie per vivere dignitosamente. Non si tratterebbe di dar loro da vivere: indennizzarli vorrebbe dire rimettere nelle loro mani in altra forma quello che gli si toglie. I soldi dell’indennizzo non si distinguono dagli altri.

Con i soldi di chi indennizzarli? A che prezzo indennizzare le loro banche e i loro fondi? Al prezzo che offrono oggi i ribassisti o al prezzo di ieri? Cosa farebbero banchieri, speculatori, capitalisti e ricchi con i soldi dell’indennizzo? Gli indennizzati sono capitalisti, vogliono che i soldi che ricevono come indennizzo fruttino, quindi li devono impiegare come capitale. Indennizzarli vorrebbe dire montare un vortice speculativo doppio dell’attuale da cui vogliamo uscire.

Quando negli anni ’60 in Italia il centro-sinistra nazionalizzò con indennizzo l’energia elettrica, con il denaro fresco dell’indennizzo gli indennizzati costruirono un impero maggiore nella chimica e nella farmaceutica (allora non eravamo ancora entrati nella fase speculativa).

Quando nel 1981 in Francia Mitterrand (seguendo finalmente gli obblighi previsti nella Costituzione francese) nazionalizzò i grandi monopoli bancari e industriali, con il generoso indennizzo gli espropriati si diedero alla speculazione finanziaria contro il Tesoro e la Banca Centrale francesi. Mitterrand nel giro di un anno si trovò di fronte al dilemma: o espropriarli nuovamente e questa volta completamente e senza indennizzo o fare marcia indietro. Fece marcia indietro, perché era uno di loro, come gli uomini politici, gli alti funzionari e i generali che lo circondavano!

Con i soldi degli indennizzi gli attuali titolari delle banche, delle società finanziarie e dei fondi espropriati tornerebbero a fare quello che stanno facendo e bloccherebbero nuovamente il credito e la liquidità all’economia reale. Ogni capitalista e ogni azienda capitalista ha soldi nei fondi d’investimento, nei fondi speculativi, nelle banche, nelle finanziarie. Come salvare l’economia reale e porre fine alla speculazione, lasciando contemporaneamente le aziende dell’economia reale nelle mani dei capitalisti?

Finché l’economia reale è in mano alla stessa classe a cui appartengono banchieri e speculatori se non direttamente a questi stessi, aprendo il credito e creando liquidità al massimo si cambia la situazione per un giorno o due. Infatti vuol dire alimentare anzitutto gli speculatori, perché ogni capitalista è speculatore o legato agli speculatori. Metterete un poliziotto a controllare ogni capitalista che ha un’azienda perché non speculi? E poi metterete un secondo poliziotto a controllare che il primo non si lasci corrompere dal capitalista? E poi ne metterete un terzo e così via di seguito? E i capitalisti farebbero gli imprenditori, i direttori, gli amministratori, sotto controllo di un poliziotto? Quale poliziotto sarebbe capace di capire i loro affari e distinguere i loro trucchi? Berlusconi non aveva forse assoldato mezza Guardia di Finanza per fare le sue speculazioni? E l’altra metà non era forse alla caccia della prima, per prendere il suo posto?

Il ciclo infernale della ricchezza e della corruzione, del ricco che corrompe il controllore, può essere tagliato solo in una società senza capitalisti e senza ricchi, dove ogni adulto svolge un lavoro socialmente riconosciuto come produttivo e in base a questo riceve quanto necessario a vivere dignitosamente, dove quindi il denaro non può più funzionare come capitale e nessuno può vivere senza lavorare. Il potere proletario, gli operai organizzati possono fare tutto questo e stroncare ogni sabotaggio e boicottaggio. Ecco perché noi comunisti siamo sicuri che la costituzione del GBP porterà all’instaurazione del socialismo. Ecco perché noi comunisti siamo fautori della dittatura del proletariato.

Ecco perché per porre fine a questa crisi ci vuole un potere inflessibile con i ricchi e con quelli che fin qui erano abituati a comandare e ad aggirare le leggi che non gli comodano, a farsi servire e a vivere alle spalle degli altri. Non un potere come l’attuale, truce e feroce con le masse popolari, tanto più quanto più disgraziati sono quelli che gli capitano tra le mani e che invece con i ricchi, i prelati, gli ufficiali, i capitalisti al massimo usa la persuasione morale (la moral suasion!), perché loro “mica si può obbligarli a lavorare con la pistola puntata”, “se non gli conviene, non lavorano, delocalizzano, chiudono bottega” (come ben spiegava Keynes ai lavoratori inglesi alla vigilia della II Guerra Mondiale, per convincerli che loro e non i capitalisti e i ricchi dovevano finanziare la guerra, oltre che combatterla)! Un simile potere al servizio dei lavoratori e inflessibile con i parassiti e gli speculatori, i lavoratori organizzati lo possono costituire: è la dittatura del proletariato. La borghesia e il clero non lo costituiranno mai.

Per abolire il capitale finanziario e le disgrazie che esso porta alle masse popolari, bisogna abolire il modo di produzione capitalista, cioè instaurare il socialismo. Un intellettuale che si dice anticapitalista senza sapere cosa si deve e si può mettere al posto delle imprese capitaliste che producono beni e servizi per fare profitti (per valorizzare il proprio capitale) si dà la patente di chiacchierone o di imbroglione. L’unica forma efficace e sincera di essere anticapitalista per un intellettuale è sostenere la lotta per instaurare il socialismo. Ma le masse popolari non sono fatte di intellettuali: non godono degli strumenti e delle condizioni necessari per una comprensione scientifica del corso delle cose. Per la condizione in cui le confina la società borghese, esse comprendono giustamente il corso reale delle cose solo grazie all’esperienza diretta e all’azione di direzione e di propaganda svolta dai comunisti (la borghesia e il clero cercano sistematicamente di impedire che esse lo comprendano giustamente). Quindi noi comunisti oggi dobbiamo portare le masse popolari a prendere le misure più efficaci alla loro portata (dialettica spontaneità – direzione) per far valere i loro interessi che le autorità negano e dare loro i mezzi organizzativi e intellettuali per farlo, mezzi che la società borghese nega loro. Questo è in primo luogo il ruolo di noi comunisti.

Manchette

La crisi attuale è

una crisi strutturale: della valorizzazione del capitale nella produzione di beni e servizi fatta dalla rete di aziende capitaliste

una crisi generale: coinvolge tutti i paesi del mondo

una crisi sistemica: sconvolge il sistema di relazioni sociali di ogni paese e il sistema delle relazioni internazionali

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