Avviso ai naviganti 31 – Seconda lettera aperta ai membri di Proletari Comunisti che scemi non sono

9 Ott

9 ottobre 2013

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L’enigma sarà sciolto, ma i conti non tornano!

Sul sito di Proletari Comunisti (ProCom), la compagna MC il 7 ottobre ha pubblicato un articolo: Abbiamo sciolto l’enigma (su Carc-(n)PCI), l’enigma che ProCom aveva enunciato nell’articolo pubblicato il 3 ottobre Ma i CARC-(n)PCI sono scemi o ci fanno? Di questo articolo abbiamo già detto nell’Avviso ai Naviganti 30, ma ora che MC è più tranquilla, addirittura riconosce lo “spessore umano” dei CARC e dichiara loro “rispetto”, proviamo a fare un altro passo e a ragionare. E anzitutto facciamo a MC o a ProCom due domande.

1. ProCom ci chiede retoricamente: “Di grazia, a che serve la “costituzione ovunque di Comitati di Partito clandestini” se non lavorate per fare la rivoluzione?” A nostra volta chiediamo: a chi oggi in Italia volesse fare la rivoluzione socialista, servirebbe o no costituire CdP clandestini? La domanda varrebbe una risposta da parte di chi vuole fare la rivoluzione socialista ma senza un’organizzazione clandestina. Lenin una risposta alla domanda l’aveva già data cento anni fa, contro quelli che volevano ridurre il Partito comunista a un’organizzazione legale (Partito clandestino e lavoro legale) e non si riferiva solo alle particolari condizioni della Russia: il (n)PCI è d’accordo con Lenin, per questo è clandestino.

2. ProCom procede per sillogismi: il (n)PCI non vuole fare la rivoluzione socialista – per chi non vuole fare la rivoluzione socialista non ha senso costituire Comitati di Partito clandestini – quindi (n)PCI che costituisce CdP clandestini è fatto di scemi. Impeccabile: dalle due premesse, maggiore e minore, segue la conclusione. Ma qualcosa turba MC e ProCom: “Certo, sappiamo bene che tanti compagni dei CARC, del (n)Pci sono inquisiti, processati, alcuni sono stati arrestati, ma per le lotte che hanno fatto non per le sciocchezze che vanno predicando”. Sarà, ma allora quali sono le lotte che i “tanti compagni dei CARC, del (n)Pci” hanno fatto e per cui sono perseguitati dallo Stato borghese? È il caso che ProCom tenga conto delle lotte di cui dice e che studi la relazione di esse con le “sciocchezze che vanno predicando”.

La compagna MC capirebbe la logica della condotta del (n)PCI se provasse a dare risposta alla seguente altra questione: nel secolo scorso, nei paesi imperialisti nessun partito comunista ha instaurato il socialismo malgrado la grande crisi che ha sconvolto l’Europa e gli USA, due guerre mondiali e la spinta propulsiva data dalla Rivoluzione d’Ottobre e dall’Unione Sovietica di Lenin e di Stalin, dall’Internazionale Comunista, dalla Rivoluzione Cinese e dalle lotte antimperialiste di liberazione nazionale dei popoli oppressi. Per quanto ci riguarda da vicino, il Partito comunista italiano non ha instaurato il socialismo in Italia, ma dalla lotta contro il fascismo e dalla Resistenza siamo passati alla Repubblica Pontificia. Che conclusioni ha tratto ProCom da quella esperienza, a proposito della linea che i comunisti dei paesi imperialisti devono seguire per instaurare il socialismo? O si accontenta della spiegazione che il PCI ha lottato contro il fascismo e promosso la Resistenza, ma neanche quei compagni volevano fare la rivoluzione socialista come MC dice di noi?

 Visto che la nostra dottrina non è un fede, ma una guida per l’azione e che la verità di una scienza si misura dal successo nell’azione, noi abbiamo tratto la conclusione che i partiti comunisti dei paesi imperialisti volevano instaurare il socialismo ma non avevano una comprensione abbastanza giusta delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe da riuscire a spingerla fino all’instaurazione del socialismo, un obiettivo per il quale nei paesi imperialisti esistono da decenni le condizioni oggettive necessarie (anche se Oliviero Diliberto sostiene che non esistono ancora neanche oggi). Siamo quindi partiti dall’esperienza del movimento comunista nel secolo scorso e dai risultati parziali raggiunti in quel periodo dai partiti comunisti dei paesi imperialisti, ne abbiamo fatto il bilancio e siamo approdati alla strategia della guerra popolare rivoluzionaria che conduciamo secondo le caratteristiche del nostro paese, confortati anche dagli insegnamenti di Mao Tse-tung (L’ottava discriminante in La Voce n. 10 marzo 2002 e n. 41 luglio 2012) e dalle riflessioni di Antonio Gramsci. Anche per questo ci diciamo marxisti-leninisti-maoisti e non semplicemente marxisti-leninisti.

Quanto ai difetti dei personaggi e degli organismi a cui noi diciamo che possiamo far giocare un ruolo nella rivoluzione socialista in corso in Italia, ripetiamo a MC la domanda a cui non ha risposto: non si potevano dire cose analoghe di tanti personaggi ed organismi che parteciparono al Fronte Popolare in Francia e in Spagna negli anni ’30 e alla Resistenza in Francia, in Italia e in Belgio negli anni ’40 del secolo scorso? Eppure quei momenti costituiscono il punto più avanzato a cui finora sono arrivati il movimento comunista e la classe operaia organizzata dei paesi imperialisti, nella lotta per instaurare il socialismo nei rispettivi paesi.

Quanto alla questione, perché i partiti comunisti non sono andati più avanti, fino all’instaurazione del socialismo, noi abbiamo dato una risposta precisa e circostanziata. Perché quei partiti comunisti

1. non avevano una comprensione abbastanza giusta delle condizioni della lotta di classe (ritenevano che i paesi imperialisti fossero in preda a una crisi congiunturale, mentre erano in preda a una crisi generale causata dalla sovrapproduzione assoluta di capitale),

2. non avevano una strategia adeguata per fare la rivoluzione socialista (ritenevano che la rivoluzione dovesse scoppiare, mentre la rivoluzione socialista è una guerra di posizione se usiamo la denominazione di Gramsci, una guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata se usiamo la denominazione di Mao Tse-tung),

3. avevano una comprensione e una pratica non abbastanza avanzata della “linea di massa” (come metodo principale di lavoro del partito verso le masse), della “lotta tra le due linee nel partito” (come metodo principale per sviluppare il partito e difenderlo dall’influenza della borghesia e del clero),

4. non concepivano il partito comunista e i singoli suoi membri come oggetto oltre che soggetto della rivoluzione socialista.

Forti di questo bilancio dell’esperienza del movimento comunista, avanziamo. La compagna MC trova incomprensibili, assurde e contraddittorie le operazioni che facciamo, le battaglie che diamo e le campagne che conduciamo, non perché è scema, ma perché non ha mai studiato la nostra strategia alla luce dell’esperienza.

ProCom si dichiara maoista, ma in realtà, se esaminiamo la sua pratica oramai lunga di più di 30 anni e la sua concezione, non ha una strategia che tenga conto del bilancio dell’esperienza della prima ondata. Concepisce la rivoluzione socialista come qualcosa che scoppia, mentre è una guerra popolare rivoluzionaria che si conduce nella società attuale per prendere il potere. Concepisce la politica rivoluzionaria unicamente come lotta armata: per questo si meraviglia che il (n)PCI sia clandestino, visto che non fa la lotta armata. La linea che ProCom applica è quella della sinistra del vecchio PCI. Una linea che non ha permesso di continuare la rivoluzione socialista oltre la Resistenza fino a instaurare il socialismo, come abbiamo illustrato in dettaglio riferendoci a Pietro Secchia (rimandiamo all’articolo  Pietro Secchia e due importanti lezioni in La Voce n. 26 luglio 2007). Una linea con cui la sinistra non è riuscita a impedire che nel 1956, all’VIII Congresso, i revisionisti moderni imponessero nel PCI la loro linea in forma aperta e dispiegata, ne prendessero la direzione ed estromettessero gli esponenti irriducibili ma impotenti della sinistra. È la linea che è stata ripresa all’inizio degli anni ’60 dai gruppi marxisti-leninisti (caso esemplare il PCd’I – Nuova Unità): la loro storia ha confermato che quella linea era sbagliata: i revisionisti hanno portato il vecchio PCI alla corruzione e alla disgregazione fino alla dissoluzione, senza che i gruppi marxisti-leninisti riuscissero a raccogliere le forze e riorganizzarle. La linea che ProCom applica è quella stessa linea imbellettata dal riferimento identitario (a modo di bandiera e di distintivo) al maoismo, dagli ammiccamenti per iniziati all’esperienza fallimentare delle Brigate Rosse e dalle dichiarazioni di solidarietà con le guerre popolari rivoluzionarie in corso in paesi semifeudali e dipendenti. ProCom non ha assimilato che tutta la storia della rivoluzione proletaria e la stessa storia particolare del movimento comunista in Italia ci hanno insegnato: che con quella linea non si instaura il socialismo.

Nel n. 17 di La Voce luglio 2004 abbiamo mostrato che le Tesi Programmatiche di Rossoperaio (così allora si chiamava ProCom e non ci risulta che da allora ProCom abbia cambiato concezione, analisi e linea) sono un impasto di

1. economicismo (politicizzare le lotte economiche denunciando le responsabilità del governo per il “triste presente”, indirizzandole contro il governo e rendendole “combattive”),

2. dogmatismo (propaganda del socialismo come società del “radioso futuro” che verrà instaurato quando scoppierà la rivoluzione socialista),

3. solidarietà internazionale (intesa come informazione sulle lotte condotte in altri paesi e come mezzo per acquisire prestigio presso le masse popolari italiane).

In sintesi ProCom ha una concezione arretrata della natura e dei compiti del movimento comunista. La politica rivoluzionaria che i comunisti devono condurre già oggi e sempre, consiste nel condurre le forze che hanno già accumulato e quelle che riescono a influenzare, a lottare contro le concrete istituzioni della borghesia e del clero e le concrete forme della loro oppressione, in modo da accrescere le proprie forze. Per ogni classe e settore sociale non aspettiamo che “voglia cambiare il sistema sociale esistente”: facciamo leva sui suoi aspetti positivi che lo oppongono allo stato attuale delle cose, per quanto sia ancora dominato dal senso comune imposto dalla borghesia e dal clero. Conduciamo però ogni lotta come scuola di comunismo. In questa lotta le masse popolari che vi partecipano imparano dalla loro propria esperienza e grazie all’azione del Partito, si trasformano.

Da qui anche la linea che noi seguiamo verso i grandi personaggi e gli organismi della sinistra borghese, linea che tanto indigna la compagna MC e ProCom. Il prestigio e il seguito che essi oggi hanno presso le masse popolari e gli operai, sono dimostrati e misurati dalla partecipazione alle mobilitazioni che indicono: lo vedremo anche nei prossimi giorni. Polemizzare è utile ma non basta. Insultarli serve a poco o niente. Le masse li seguono perché sperano che sappiano condurle a risultati. È sui risultati delle mobilitazioni che indicono che bisogna tallonarli. Noi li spingiamo avanti, li incitiamo a svolgere il ruolo che è più utile alle masse popolari, manovriamo perché si misurino con esso. È su questo terreno che o marceranno o moriranno: perderanno egemonia e influenza sulle masse popolari.

Quanto ai promotori della mobilitazione reazionaria, a MC che concepisce la politica rivoluzionaria come lotta armata, sembra strano che vi possa essere una gara tra loro e noi comunisti per conquistare il cuore, la mente, la fantasia delle masse popolari e prendere la direzione della loro attività. Eppure è proprio di questo che si tratta. I promotori della mobilitazione reazionaria non sono forti principalmente per le armi e i soldi forniti in abbondanza dai settori più reazionari e criminali della borghesia e del clero: il loro successo dipende in definitiva dall’egemonia che riescono a conquistare sulle masse popolari. Perché in definitiva il futuro è costruito dalle masse popolari, come ben ricorda anche la compagna MC a conclusione del suo articolo, citando Mao Tse-tung. Ma si tratta di applicarlo nella lotta il maoismo, non solo di farsi bella di citazioni.

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Una Risposta to “Avviso ai naviganti 31 – Seconda lettera aperta ai membri di Proletari Comunisti che scemi non sono”

  1. Anonimo 10/10/2013 a 1:07 pm #

    Pienamente d’accordo con il (n) PCI sulla “linea” da seguire nella “polemica” con i PC

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