Ai compagni che sinceramente si professano comunisti e vogliono ricostruire il PRC

18 Lug

Comunicato CC 30/2013 – 18 luglio 2013

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Il fallimento del PRC può e deve contribuire alla rinascita del movimento comunista!

Noi comunisti vinceremo non perché non sbagliamo, ma perché impariamo dai nostri errori

Il materialismo dialettico insegna a noi comunisti, che vogliamo instaurare il socialismo, che dobbiamo considerare ogni individuo e ogni gruppo non principalmente per quello che dice, meno ancora per quello che pensa di essere e ancora meno per quello che dice di essere. Dobbiamo considerare ogni individuo e ogni gruppo principalmente per il ruolo che svolge e per il ruolo che, in determinate condizioni, può svolgere nel corso delle cose che noi comunisti vogliamo e possiamo indirizzare verso l’instaurazione del socialismo.

Le elezioni del 24 e 25 febbraio hanno confermato la scomparsa del PRC dal Parlamento della Repubblica Pontificia verificatasi già con le elezioni del 2008 e per di più hanno determinato l’ingresso alla grande nel teatrino della politica borghese di una ben più forte e dinamica espressione della sinistra borghese, il M5S (a proposito del quale rimandiamo al Comunicato CC 29/2013 del 9 luglio e agli articoli dedicati di La Voce n. 44 appena uscita). La sconfitta elettorale ha significato un ulteriore passo nella dissoluzione per un partito, il PRC, che in qualche modo dal 1991 continuava il vecchio PCI alla cui dissoluzione i promotori del PRC si erano opposti.

Il PRC oggi esiste ancora in quanto assieme di gruppi di potere nelle istituzioni locali della Repubblica Pontificia (nelle regioni, nelle province e nei comuni), come circoli di compagni che ognuno a suo modo si mantiene “fedele all’ideale” e svolge una qualche attività locale, è in contatto con altri circoli e partecipa a incontri nazionali, come organismi nazionali residui che hanno dato luogo alla Conferenza Programmatica del 29 giugno e alla riunione del Comitato Politico Nazionale del 30 in vista di un congresso straordinario.

La sconfitta di febbraio ha accentuato il fermento per ricostruire il PRC che già era notevole dopo la sconfitta elettorale del 2008. In questo fermento si vanno delineando tre orientamenti significativi. In alcuni casi i tre orientamenti si combinano ancora in uno stesso individuo e in uno stesso circolo. Ma si tratta di orientamenti del tutto diversi, incompatibili. Quindi la lotta li farà distinguere e separare. Di fronte a ogni individuo, gruppo e iniziativa noi comunisti dobbiamo tener conto da subito in che misura questi tre orientamenti sono presenti e come si combinano, per individuare la sinistra e rafforzarla onde egemonizzi il centro e isoli la destra.

Un primo orientamento è quello dei politicanti, degli affaristi, dei gruppi di potere. Le persone e i gruppi in cui prevale questo orientamento sono irresistibilmente legati al PD, al centro-sinistra, alla destra moderata o peggio. Nei confronti di persone e gruppi in cui predomina questo orientamento, dobbiamo agire come agiamo nei confronti di individui e gruppi della destra moderata (PD e associati), tenendo però conto anche della particolarità costituita dalla lotta che ogni individuo e ogni gruppo zona per zona deve condurre per tenersi a galla. Noi siamo materialisti dialettici e facciamo una politico di principio mirata all’instaurazione del socialismo. Quindi non condividiamo affatto la linea di quelli che predicano “nessun dialogo è ammesso con …”. A secondo dei casi, questa linea è espressione o di un atteggiamento infantile di compagni insicuri del proprio orientamento ideologico e politico che cercano di rassicurarsi erigendo  barriere organizzative o un sotterfugio di corte vedute per mantenere unite e accrescere le proprie file. Noi andiamo dovunque è utile per il fine che perseguiamo, perché abbiamo chiara la nostra strategia e la nostra tattica e facciamo analisi concreta di ogni concreta situazione e in ogni ambito raccogliamo e promuoviamo quello che serve a raggiungere il nostro obiettivo: la costituzione del Governo di Blocco Popolare, l’instaurazione del socialismo. Il materialismo dialettico ci insegna che ogni cosa è quello che è, ma è anche quello che non è ma, a determinate condizioni, può diventare perché ne ha in sé i presupposti. Il materialismo dialettico ci insegna a trovare il modo di volgere a nostro favore le mosse e la forza dei nostri nemici.

Un secondo orientamento è quello dei compagni che si prefiggono solo di formare, che aspirano a formare movimenti attorno a piattaforme rivendicative, ad animare proteste, manifestazioni e referendum. I compagni e i gruppi in cui prevale questo orientamento sono espressione tipica della sinistra borghese, nei suoi aspetti positivi (il malcontento per lo stato presente delle cose e la protesta) e nei suoi aspetti negativi (il disfattismo e la demoralizzazione che alimenta tra le masse popolari con l’inconcludenza e la sterilità dell’attività che promuove, derivanti dal fatto che resta chiusa nell’orizzonte della società borghese, cioè della società in cui la produzione di beni e servizi è fatta da aziende che hanno come scopo e misura ognuna la valorizzazione del proprio capitale). La sinistra borghese è importante per l’influenza che ancora ha tra le masse popolari. Ma noi non ci occupiamo qui dei criteri con cui dobbiamo condurre la nostra azione nei suoi confronti: ce ne siamo già più volte occupati e abbiamo in corso varie esperienze.

Un terzo orientamento è quello dei compagni che in qualche modo sono convinti che occorre un partito comunista. In Appendice a questo Comunicato pubblichiamo il Resoconto (diffuso dai promotori) dell’incontro che un gruppo di questi compagni ha tenuto lo scorso 23 giugno a Firenze. Si presta bene a introdurre quanto è necessario dire a questi compagni e di questi compagni. A conferma e chiarimento di quanto diremo qui di seguito, sempre in Appendice pubblichiamo un articolo comparso sul n. 44 (luglio 2013) della nostra rivista La Voce.

Senza partito comunista è impossibile instaurare il socialismo e andare verso il comunismo. Questa convinzione è l’aspetto positivo che i compagni esprimono. Ma è un’aspirazione ancora troppo generica: la proclama ancora perfino Paolo Ferrero (“Rifondazione … propone il tema del comunismo come nodo fondante la possibilità della trasformazione, Rifondazione risponde di NO alla proposta di abbandonare il tema del comunismo”, ha scritto nella sua relazione alla Conferenza Programmatica del 29 giugno a Roma). Per non parlare di Oliviero Diliberto e del VII congresso del PdCI che si terrà a Chianciano Terme dal 19 al 21 luglio. Aspirazione necessaria, ma per costruire il partito comunista non basta neanche come orientamento di partenza. Bisogna usare questa convinzione per tirare lezioni dalla realtà e dalla storia e tracciare una linea. Ed è qui che invece i compagni riuniti in giugno a Firenze come molti altri compagni che vengono dalle file del PRC (e del PdCI) restano nel vago.

Il movimento comunista cosciente e organizzato è nato con il Manifesto del partito comunista del 1848, ha più di 160 anni di vita e ha svolto un ruolo determinante nella storia di questo periodo a livello mondiale. Non ha però ancora raggiunto il suo obiettivo, dopo l’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria svoltasi nella prima parte del secolo scorso, è frantumato in decine di organismi nazionali e internazionali di orientamenti differenti che si professano comunisti. Chi vuole seriamente ricostruire il partito comunista deve quindi dichiarare i propri obiettivi e il proprio metodo di lotta e posizionarsi rispetto alla concezione comunista del mondo.

Oggi nel nostro paese chi vuole seriamente il partito comunista deve dare risposte serie ad alcune domande di fondo. Se non le dà, inevitabilmente si confonde tra i tanti malcontenti dello stato attuale delle cose che di fronte agli effetti devastanti della crisi del capitalismo esprimono aspirazioni di buon senso che lasciano il tempo che trovano: dividere il lavoro che c’è, riduzione dell’orario a parità di salario, reddito di cittadinanza e altre ancora. Lasciano il tempo che  trovano, perché sono realizzarle bisogna eliminare la base su cui posa la società attuale: la produzione di beni e servizi affidata ad aziende capitaliste.

Perché il vecchio PCI (e tanto meno il PRC che tuttavia voleva continuare l’opera lasciata incompiuta dal vecchio PCI) non ha instaurato il socialismo nel nostro paese né durante la prima parte del secolo scorso quando la crisi del capitalismo sconvolse tutti i paesi imperialisti né durante la seconda parte, ma al contrario da un certo momento in poi ha via via perso la forza che aveva costruito tra la classe operaia e le masse popolari? Perché gli altri partiti comunisti dei paesi imperialisti nati con il vecchio PCI sulla scia della Rivoluzione d’Ottobre hanno seguito un percorso sostanzialmente affine? Avevano forse torto i grandi dirigenti del movimento comunista (Marx, Engels, Lenin, Stalin, Mao, Gramsci) che hanno indicato la rivoluzione socialista come unica rivoluzione possibile nei paesi imperialisti, come futuro necessario dei paesi imperialisti, come compito dei partiti comunisti dei paesi imperialisti?

Giustamente i compagni riuniti in giugno a Firenze e altri con loro rifiutano di ricostruire un partito principalmente strumento per rientrare nel teatrino della politica borghese (quindi un partito fatto principalmente per partecipare alle elezioni e che ha come suo scopo rientrare nel Parlamento della Repubblica Pontificia). Giustamente rifiutano di ridurre l’orizzonte del Partito alla coalizione contro le politiche della Unione Europea e della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti (la troika) e contro i governi antidemocratici che le sostengono (orizzonte entro cui restano invece Ross@ e le altre organizzazioni, organismi e movimenti della sinistra borghese).

Ma quale è il socialismo e il comunismo di cui essi parlano? Cosa significa oggi essere anticapitalisti? Che non ci va bene il mondo come è: ma quale mondo vogliamo? Qual è il bilancio del movimento comunista che ha guidato la grande trasformazione compiuta dall’umanità nel secolo scorso e ha costruito i primi paesi socialisti prima di perdere vigore ed esaurirsi lasciando nuovamente il terreno libero per l’azione della borghesia imperialista e del clero che hanno portato l’umanità alla catastrofe in corso? Fausto Bertinotti proclamò e Paolo Ferrero conferma che è stato “una sequela di errori e orrori”. Oliviero Diliberto dice che l’umanità non è ancora matura per l’instaurazione del socialismo. Eppure sia Ferrero che Diliberto di professano comunisti!

È giusto rifiutare le correnti e i gruppi di potere, espressione principalmente del primo dei tre orientamenti di cui dicevamo sopra, ma la degenerazione del vecchio PCI e del PRC in correnti e gruppi di potere non è stato il punto di partenza, ma il punto d’arrivo e la morte del vecchio PCI. Rifiutare la morte è giusto e necessario, ma tutto sommato è facile e se non si capisce come e perché si è arrivati a questo punto, non se ne esce e un po’ alla volta si perde anche lo slancio a volerne uscire.

Un partito comunista all’altezza dello scontro di classe in corso deve dare risposte alle domande che abbiamo posto; deve tracciare una linea di costruzione del Partito e di azione politica e sociale facendo tesoro dell’esperienza passata del movimento comunista italiano e internazionale. È sbagliato partire a caso, rifiutando una cosa perché non collima con abitudini e gusti e abbracciandone un’altra perché è conforme alle nostre idee. Perché si tratta giustappunto di mettere in discussione idee, gusti e abitudini che hanno portato il PCI e poi il PRC al punto attuale.

Quali sono le sintesi avanzate, le strategie che i comunisti devono abbracciare per ricostruire, per la rinascita del movimento comunista?

Prima o poi la pratica dimostrerà e confermerà che alcune sintesi, strategie, concezioni sono giuste, come la Rivoluzione d’Ottobre confermò che la concezione di Lenin era giusta, la vittoria sul nazifascismo confermò che la concezione di Stalin era giusta, la vittoria della Rivoluzione di nuova democrazia in Cina confermò che la concezione di Mao era giusta. Ma chi vuole avere la conferma della pratica, oggi non deve aspettare: deve sviluppare una pratica, deve fare, deve costruire basandosi sull’esperienza, sul patrimonio di scienza della società accumulato dal movimento comunista; deve elaborare oggi l’esperienza traendone concezione, strategia e linea che la pratica domani confermerà;  deve usare il patrimonio teorico del movimento comunista italiano e internazionale come guida della sua pratica: ragionare, discutere, verificare nella pratica, costruire organizzazione e promuovere la lotta di classe.

Non partiamo dal nulla. È un vantaggio rispetto ai comunisti di cento o duecento anni fa: abbiamo un patrimonio di esperienze, l’esperienza dei grandi successi raggiunti. Ma abbiamo anche da fare il conto con le macerie e le sconfitte. Trarre lezione dai successi e dalle sconfitte del movimento comunista che c’è stato. Non basta dire: ricostruiamo! Occorre dirlo, tanti lo dicono ed è un patrimonio prezioso. Ma per non disperderlo, bisogna dare risposte adeguate a quello che c’è stato e alla situazione che dobbiamo affrontare.

È quello che il nuovo Partito comunista italiano ha fatto. Esso ha esposto le risposte nel suo Manifesto Programma e le sta traducendo in linea politica e in tattiche nella lotta di classe di ogni giorno, verificando e arricchendo le risposte.

La crisi in corso non è dovuta a questa o quella politica europea o italiana. Le politiche dei governi e delle istituzioni europee sono manovre e contorsioni della borghesia e del clero che cercano di guadagnare tempo di fronte alla crisi del capitalismo. La sostanza di questa consiste nel fatto che l’umanità non può più continuare a lasciare nelle mani di aziende capitaliste la produzione dei beni e servizi che usa. La produzione dei beni e servizi deve essere affidata ad agenzie pubbliche che lavorano secondo un piano. L’intero sistema delle relazioni sociali, in ogni paese e a livello internazionale, deve essere ricostruito su questa base e a questa base devono adeguarsi i sentimenti, le aspirazioni e le idee degli individui. Questo è un compito che riguarda tutta l’umanità, perché la crisi del capitalismo colpisce e mette in questione tutta l’umanit0. La lotta di classe che si svolge in ogni singolo paese è parte delle lotta di classe a livello mondiale. Il primo paese imperialista che romperà le catene della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti aprirà la strada e mostrerà la via anche alle masse popolari del resto del mondo, assumerà a un livello più avanzato un ruolo analogo a quello che nella prima ondata della rivoluzione proletaria, nella prima parte del secolo scorso, svolse l’Unione Sovietica. Nel nostro paese in questa fase la lotta di classe ha l’obiettivo di portare le masse popolari a organizzarsi fino a costituire e fare ingoiare ai vertici della Repubblica Pontificia un proprio governo d’emergenza, il Governo di Blocco Popolare.

Sono queste risposte che offriamo e proponiamo ai compagni che cercano la strada per costruire il partito comunista. Dichiararsi contro correnti e gruppi di potere, contro il settarismo e il dogmatismo è giusto, è necessario. Ma è solo il primo passo. Poi bisogna misurarsi col secondo. Cosa fare? È a questo che il nuovo Partito comunista ha dato una risposta e giorno dopo giorno la verifica e la arricchisce. È a studiare, farsi forte della loro propria esperienza, discutere e verificare che noi esortiamo tutti i compagni che si professano comunisti, che vogliono un partito comunista all’altezza dello scontro di classe in corso nel nostro paese e nel mondo.

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Per mettersi in contatto con il Centro del (n)PCI senza essere individuati e messi sotto controllo dalla Polizia, una via consiste nell’usare TOR [vedere http://www.nuovopci.it/corrisp/risp03.html], aprire una casella email con TOR e inviare da essa a una delle caselle del Partito i messaggi criptati con PGP e con la chiave pubblica del Partito [vedere http://www.nuovopci.it/corrisp/risp03.html].

 

Appendice

Appendice

1.

RESOCONTO INCONTRO DI FIRENZE 23.06.2013 per l’autoconvocazione nel PRC

7 luglio 2013

Da far circolare con richiesta di risposta e di eventuali contributi scritti. Contatti: autoconvocatiprc@gmail.com

Domenica 23 giugno a Firenze compagni e compagne di diverse federazioni e appartenenze del PRC hanno risposto all’appello ad un confronto aperto sulla necessità di rilanciare Rifondazione in quanto partito comunista e non  semplicemente “come” (o “in”) un soggetto genericamente di sinistra e geneticamente subalterno (la sinistra del centrosinistra). Segno che, accanto a un certo evidente scoramento e demoralizzazione che si vive in alcuni territori per le continue batoste elettorali e arretramenti del progetto della rifondazione, ci sono tuttavia tantissimi settori nel partito che al contrario vogliono riprendere con forza un cammino credibile facendo irrompere una posizione di classe e una nuova prospettiva rivoluzionaria (non subordinata e dipendente solo dagli esiti elettorali) nel dibattito del PRC. Dibattito oggi “ostaggio” di alcuni dirigenti e delle proprie esternazioni poco più che personali.

L’interesse e la volontà di confrontarsi “oltre e senza” le appartenenze di corrente (e con l’intenzione dichiarata di non volerne formare un’altra) è stato testimoniato, oltre che dagli interventi alla riunione, anche dai numerosi contributi di chi era impossibilitato a partecipare e che però ha chiesto di intervenire spedendo contributi e proponendo di mettere in connessione il dibattito, gli appelli e le spinte autoconvocate in tutte le federazioni del PRC.

Il dibattito è stato quindi animato dai contributi di compagni/e di Milano, Como, Legnano, Asti, Torino, Bologna, Pisa, Firenze, Siena, Perugia, Roma, Gaeta, Caserta, Napoli, Cosenza, Palermo e Sulcis.

La convinzione comune emersa è che l’autoriforma del partito (ormai non più rinviabile) non è possibile semplicemente a partire da proposte partorite da alcuni dirigenti o dal confronto tra correnti. Al contrario, va coinvolto tutto il corpo militante del partito e messe in comunicazione le energie positive che ancora ci sono con il dibattito e l’iniziativa anche del resto del movimento comunista e anticapitalista organizzato e non.

Le prospettive che finora sono state delineate dalla dirigenza del PRC, senza una radicale svolta, sembrano orientate solo alla mera sopravvivenza con proposte che porterebbero allo scioglimento di fatto del nostro patrimonio politico-organizzativo dentro una sinistra genericamente “alternativa” oppure porterebbero all’auto-estinzione per lenta consunzione. Questa ci sembra la naturale conseguenza delle scelte politiche di anni in cui il partito è stato pensato principalmente (se non esclusivamente) come veicolo istituzionale-elettorale al pari di tutti i progetti unitari prima improvvisati e poi abbandonati in questi ultimi 5 anni. Se non si segna una discontinuità e non si inverte la rotta su questo punto il rischio della liquidazione della storia di questo pezzo importante del movimento comunista italiano è altissimo.

Una delle cause della mancanza di valorizzazione del dibattito che viene dal corpo del partito e della mancanza di sintesi avanzate, dipende sicuramente dalla cementificazione correntizia che è ormai degenerata nella costituzione di vere e proprie cordate per l’auto-tutela di propri mini-gruppi dirigenti. Questo rischia di svuotare di senso anche gli organismi del partito nella misura in cui il dibattito è fondamentalmente pre-costituito da questa degenerazione delle componenti. Ovviamente la critica e la lotta contro questa cristallizzazione non può significare le negazione di una dialettica vera tra differenti impostazioni nel partito che deve trovare però traduzione nel coinvolgimento di tutto il corpo militante e non essere ostaggio di “trattative” in segrete stanze tra capi-cordata. Allo stesso modo è da rigettare ogni tentativo di utilizzare strumentalmente questa critica alla paralizzazione correntizia per favorire meccanismi populistici di gestione personalistica e bonapartista del partito con l’allargamento di meccanismi “maggioritari” nella selezione del gruppo dirigente.

La nostra critica alla degenerazione correntizia, al contrario: 1) va nel senso del rispetto e della valorizzazione delle differenti posizioni nel dibattito; 2) implica quindi un suo allargamento a tutti i quadri e militanti e non a una sua ulteriore “privatizzazione”; 3) mira alla ricerca di sintesi avanzate comuni in cui tutto il partito possa riconoscersi in un’azione politica efficace.

Nonostante questo quadro, c’è ancora una parte del partito nei circoli e nelle federazioni locali che non si arrende e autonomamente produce dibattito e iniziativa di classe. Sono queste energie che vanno a nostro avviso valorizzate per rilanciare la rifondazione di un partito comunista all’altezza dello scontro di classe oggi e al centro della proposta di un ampia coalizione anticapitalista contro le politiche della troika e i governi nazionali antidemocratici che le sostengono  (anche e soprattutto quando sono sostenuti dal PD e dal centrosinistra). Per questo non ci proponiamo un “patto tra aree” o la costituzione di nuove “componenti”, ma l’autoconvocazione delle compagne e dei compagni come “campo neutro” in cui confrontarsi sulle strategie dei comunisti al di là e indipendentemente da correnti e consorterie varie.

L’invito quindi è ai compagni ed alle compagne di tutti i territori ad autoconvocarsi e a prendere l’iniziativa con coraggio per salvaguardare il partito dalla liquidazione, ma anche per rilanciarlo nel vivo della lotta di classe e di un processo di ricomposizione che sappia rimotivare anche la vastissima diaspora persa in questi anni. Non ci interessano processi di unificazione a freddo tra gruppi dirigenti o la creazione di contenitori che non uniscano innanzitutto le strategie dei comunisti. Tuttavia per riavviare questo processo dobbiamo essere consapevoli delle difficoltà e che nessuno è oggi autosufficiente. Non a scioglimenti improvvisati, ma alla fusione delle migliori energie dobbiamo puntare.

Auspichiamo che in ogni territorio i pochi o tanti compagni disponibili prendano in mano, in completa autonomia, questo processo di “autoconvocazione” e che si metta in comune il dibattito aprendo un confronto finalmente strategico su come i comunisti e le comuniste possano tornare ad essere utili alle classi sociali di riferimento e alla prospettiva di un’alternativa di sistema al capitalismo in crisi e al suo modo di produzione.

Alcuni punti fondamentali del dibattito che abbiamo individuato, e attorno ai quali ragionare il rilancio di una prospettiva comunista credibile, sono a nostro avviso:

– la democrazia nel partito (coinvolgimento diretto, militanti, quadri, ruolo giovani e democrazia di genere, ecc…);

– la ridefinizione degli obiettivi strategici in senso marxista (uscita dal capitalismo e non suo “miglioramento” o “condizionamento”);

– il rilancio del PRC come partito comunista e il collegamento col dibattito del resto del movimento comunista che si pone senza settarismi lo stesso obiettivo;

– la definizione di una linea di classe per la fase (alternatività al PD, rottura con la UE del capitale finanziario e con la Nato, indirizzo sindacale di classe, partito comunista e fronte anticapitalista anti-BCE come due momenti necessari ma distinti, definizione di un programma minimo di classe e non solo di un programma elettorale);

– la ridefinizione conseguente del modello di partito (radicamento nei luoghi di lavoro, territori come luoghi di organizzazione di conflitto, formazione permanente, rilancio autonomo della giovanile).

Altre questioni ovviamente possono e devono essere tematizzate, discusse e sintetizzate in proposte.

Si fa appello quindi a ogni territorio, circolo, federazione o gruppo di compagni/e che si autoconvoca di produrre posizioni, approfondimenti e proposte e da mettere in circolazione per suscitare dibattito. L’invito è di far discutere di questi temi i circoli e le federazioni intere, laddove possibile, chiedendo la convocazione di attivi degli iscritti ad hoc.

I due laboratori già esistenti di Milano (http://frontepopolare.wordpress.com/2013/04/16/per-il-partito-della-rifondazione-comunista/) e Roma (di cui questa pagina è espressione – autoconvocatiprc@gmail.com) sono da valorizzare come esempi possibili e modelli proprio perchè pongono chiaramente questi obiettivi e sono indipendenti dalle aree attuali, ma ovviamente ogni realtà locale del partito che si autoconvoca deve decidere autonomamente il modello.

Questa proposta non è finalizzata al congresso, quindi la questione verrà affrontata coi tempi adeguati quando verranno ufficializzate date e modalità. Tuttavia da subito diciamo che non vogliamo un congresso per contrapposizioni predeterminate dalle appartenenze correntizie ma di contenuto, quindi ci prendiamo l’impegno che questi temi affrontati siano presenti comunque nel dibattito congressuale nelle forme in cui sarà possibile. In questa prospettiva siamo disponibili a confrontarci con tutte le compagne ed i compagni interessati e che condividono gli obiettivi e il fondo delle questioni poste.

2.

A chi vuole diventare comunista

L’instaurazione del socialismo è un processo cosciente!
Per sua natura la rivoluzione socialista non è, non può essere,
né un processo spontaneo né meccanicamente determinato!

di Umberto C. (da La Voce n. 44, luglio 2013)

Oggi nessuno sostiene apertamente che il capitalismo crollerà sotto il peso delle sue contraddizioni. Ma tutti quelli che proclamano che il socialismo è il loro obiettivo ma non elaborano e propongono un percorso per arrivarci (come lo è quello indicato nel Comunicato CC 26 – 16 giugno 2013), di fatto o si aspettano che il capitalismo crolli di per se stesso e lasci un vuoto che sarà colmato dal socialismo, oppure sono dei chiacchieroni e dei sognatori, persone per nulla serie e responsabili.

La società borghese ha in sé i presupposti della società comunista. Essi si sono formati nella società borghese man mano che, nel corso dei secoli, nei singoli paesi e nel mondo, “progrediva la sussunzione prima formale e poi reale della società nel capitale”.(1) I tre presupposti (o condizioni oggettive dell’instaurazione del socialismo) sono

1. un livello delle forze produttive (2) che consente di fornire a ogni individuo i beni e servizi necessari a una vita corrispondente al livello di civiltà raggiunto,

2. la combinazione delle aziende capitaliste a formare tra loro una rete di scambi che copre i singoli paesi e il mondo intero e rende ogni azienda dipendente da altre per la fornitura di materie prime, semilavorati o mezzi di produzione oppure per la vendita dei suoi prodotti,
3. la trasformazione di una parte importante di lavoratori in proletari (venditori della propria forza-lavoro) impiegati nelle aziende capitaliste (operai, lavoratori salariati).(3)

1. Sussunzione è un’espressione del linguaggio marxista. Con sussunzione formale si intende che il capitalista ha preso in mano la produzione di un bene (o di un servizio – metto tra parentesi servizi perché nella fase iniziale della società borghese i capitalisti si occupavano solo della produzione di beni: della produzione di servizi presero a occuparsene solo più avanti), ma sia il bene che il processo produttivo restano quelli che preesistevano all’ingresso del capitalista: il capitalista cambia solo la forma della produzione (il rapporto di produzione). Con sussunzione reale si intende che il capitalista modifica la qualità del prodotto e il processo di produzione (innovazione di prodotto e innovazione di processo) per rendere il tutto meglio confacente all’estrazione di plusvalore (alla forma della produzione, al rapporto di produzione): all’aumento del profitto.
2. Le forze produttive della società comprendono i seguenti 5 elementi: 1. la capacità lavorativa degli individui lavoratori (forza-lavoro), 2. gli animali, i vegetali, i minerali e le altre risorse naturali impiegate nella produzione, 3. l’organizzazione sociale e le conoscenze impiegate nel processo lavorativo (la professionalità, la tecnica e la scienza), 4. gli utensili, le macchine, gli impianti e le installazioni che i lavoratori usano nel processo produttivo, 5. le infrastrutture (porti, canali, strade, ecc.) e le reti (linee elettriche, oleodotti, ecc.) usate per la produzione (Manifesto Programma del (nuovo) Partito comunista italiano, Ed. Rapporti Sociali, Milano, 2008, pag. 251).
3. Per maggiori dettagli vedi Manifesto Programma, pag. 253.
4. A proposito della merce e della società mercantile vedi Manifesto Programma, pagg. 9-11 e nota 24, pagg. 259-260.

Il comunismo è il sistema di relazioni sociali che mantiene e supera i progressi che l’umanità ha compiuto con la società borghese, eliminando i capitalisti e il carattere di merce (la compra-vendita) della forza-lavoro.(4) Esso si fonda sulla partecipazione dei lavoratori stessi all’organizzazione del lavoro e alla progettazione e direzione delle aziende (della singola unità produttiva e dell’intero sistema produttivo). Va da sé che questo ruolo svolto universalmente dai lavoratori presuppone e implica anche la piena partecipazione di essi a tutte le forme della vita sociale e al patrimonio spirituale della società: quindi la piena eguaglianza sociale degli individui, la scomparsa della divisione in classi, delle relazioni che ne conseguono e delle idee, dei sentimenti, dei valori, delle aspirazioni e dei comportamenti che dalla divisione in classi derivano.

Chiamiamo socialismo la fase iniziale, inferiore del comunismo, la fase di transizione dal capitalismo al comunismo: la fase in cui relazioni, idee, sentimenti, valori, aspirazioni e comportamenti propri del capitalismo e quelli propri del comunismo convivono e si contrastano.

 Da quando la società borghese è arrivata ad un certo punto del suo sviluppo (da quando si sono create le condizioni oggettive del comunismo), da questo punto in poi se resta nell’ambito di rapporti sociali borghesi (ossia: se la produzione di beni e servizi continua ad essere svolta da aziende capitaliste), l’umanità si avvita su se stessa, dà luogo a forme e fenomeni che contrastano con i risultati che ha raggiunto pur non essendovi né potendo esservi una semplice regressione al passato. Avviene per la società umana grossomodo quello che avviene quando un feto è giunto a maturazione ma il parto ritarda.

Quindi il passaggio dalla società borghese alla società comunista è non solo possibile, perché la società borghese ha in se i presupposti necessari della trasformazione, ma è anche necessario perché senza questo passaggio l’umanità entra in un periodo di stagnazione e in un percorso di autodistruzione di se stessa e dell’ambiente in cui vive: le sue forze produttive diventano strumenti di distruzione.

Ma gli uomini non passeranno dalla società borghese alla società comunista spontaneamente,(5) inconsapevolmente, al modo in cui la massa della popolazione fin qui ha fatto la loro storia. Passeranno grazie alla combinazione di sforzi sia individuali che collettivi guidati da un progetto comune assunto e perseguito consapevolmente da una parte crescente dell’umanità. Questo processo sarà favorito ma non meccanicamente determinato dagli effetti negativi del persistere del sistema di relazioni sociali borghesi.(6)

 

5. Per passaggio spontaneo intendiamo un passaggio (una trasformazione) che gli uomini compiono perché alle circostanze in cui vengono a trovarsi essi in numero crescente reagiscono allo stesso modo. Mossi non dall’attività educatrice sistematica da parte di un gruppo dirigente già consapevole che le aiuta a interpretare la loro propria esperienza, ma per l’azione dell’esperienza quotidiana illuminata dal “senso comune”, cioè dalla concezione tradizionale e corrente del mondo. Per maggiori dettagli vedi A. Gramsci, Quaderni del carcere 3 § 48 (Edizione Einaudi 2001, pag. 330).
6. Per determinazione meccanica intendiamo un passaggio che avviene al modo in cui in un meccanismo una parte in movimento ne mette in moto un’altra senza che nessuna delle due debba modificarsi internamente, o come una palla di biliardo ne mette in moto un’altra semplicemente urtandola. Cioè una trasformazione che gli uomini compirebbero per effetto di un impulso esterno senza trasformazione interna, cioè senza passare attraverso la trasformazione delle loro idee, dei loro sentimenti, delle loro aspirazioni, delle loro attitudini, dei loro valori e dei loro comportamenti.

 

Nel movimento comunista per molto tempo e in diverse circostanze [nel periodo della II Internazionale (1889-1914) e della Internazionale Comunista (1919-1943-1956)] nei paesi imperialisti si è pensato che (o comunque si è agito come se) la rivoluzione socialista fosse un’esplosione spontanea delle masse popolari, o come se le condizioni di sfruttamento e di oppressioni (o il loro peggioramento) determinassero meccanicamente la rivolta delle classi sfruttate e oppresse. La pratica della lotta di classe ha dimostrato che queste concezioni sono sbagliate: ripetutamente e in circostanze diverse i comunisti che agivano guidati da simile concezione sono andati incontro a sconfitte. Neanche le condizioni estreme a cui la borghesia imperialista ridusse per lunghi anni le masse popolari dell’Europa centrale e occidentale e degli USA nel lungo periodo 1914-1945 fecero esplodere la rivoluzione socialista.

La rivoluzione socialista per sua natura comporta una trasformazione in massa, su larga scala, degli uomini che ne sono protagonisti. La trasformazione delle relazioni tra di essi passa attraverso la trasformazione della loro natura: delle loro idee, dei loro sentimenti, delle loro aspirazioni, delle loro attitudini, dei loro valori e dei loro comportamenti. Essi si relazionano tra loro e con la natura diversamente che nel passato, perché per le loro idee, i loro sentimenti, le loro aspirazioni, i loro valori, le loro attitudini e i loro comportamenti, sono diventano uomini diversi da quello che erano.

I lavoratori della società comunista, non sono gli operai della società borghese solo che ora sono senza padrone: per vivere e operare senza padrone hanno dovuto diventare diversi da quello che erano quando facevano gli operai nella società borghese. Nel passaggio dalla società borghese alla società comunista la massa della popolazione passa da uno stato relativamente passivo di uomini che agiscono su comando e in forme e condizioni predisposte dalla classe dominante ognuno cercando di arrangiarsi alla meglio, al ruolo principalmente attivo di uomini che decidono delle loro azioni. Ne decidono collettivamente, come associati, perché si tratta di un’attività per sua natura collettiva, sociale, che richiede una decisione comune e un’azione concertata. Tutto ciò si manifesta nel rapporto d’organizzazione che essi hanno stabilito tra loro.

La Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata è anche l’opera con cui le masse popolari si liberano dalla classe dominante.(7) Ma essa è principalmente l’opera con cui le masse popolari trasformano se stesse e diventano masse popolari organizzate capaci di concepire un obiettivo comune adeguato alle loro condizioni effettive, cioè capaci di una comprensione scientifica comune delle condizioni e degli obiettivi della loro opera. L’organizzazione e la coscienza sono le 2 condizioni soggettive indispensabili della rivoluzione socialista. Esse si fanno, come tutte le cose, non di colpo ma attraverso un processo in cui la quantità si trasforma in qualità. L’organizzazione si estende a un numero crescente di uomini e contemporaneamente diventa più stretta, riguarda aspetti più numerosi della vita. La partecipazione di ognuno diventa più libera, più consapevole e volontaria. La conoscenza diventa più profonda e più giusta e cresce il numero delle persone che la condividono, la usano e la elaborano. Il prodursi su larga dell’organizzazione e della coscienza è la sostanza della rivoluzione socialista e della Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata.

7. A. Gramsci ha elaborato a grandi linee la strategia della GPR per i paesi imperialisti. Dovendo eludere la censura carceraria, l’ha chiamata guerra di posizione, contrapponendola alla guerra di movimento. In proposito rimandiamo all’articolo Gramsci e la Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata di Folco R. in La Voce n. 44 e al Manifesto Programma del (nuovo)Partito comunista italiano, pagg. 197-208.

Tra tutte le classi delle masse popolari la classe operaia è quella che per le condizioni cui è costretta nella società borghese è la meglio predisposta ad assimilare la concezione comunista del mondo, assumerla come guida della propria lotta contro la borghesia e usarla per mobilitare e dirigere anche le altre classi delle masse popolari a instaurare il socialismo. Da qui il ruolo decisivo dei CdP costituiti nelle aziende capitaliste e delle OO (le Organizzazioni Operaie).

Il partito comunista è l’organizzazione delle persone che hanno assimilato la concezione comunista del mondo e dedicano la propria vita alla lotta per instaurare il socialismo e realizzare la transizione al comunismo. Esso deve quindi anche diventare la forma più alta di organizzazione della classe operaia, dato il ruolo particolare che essa svolge nell’instaurazione del socialismo e nella transizione al comunismo.

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